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La mafia uccide solo d’estate. Storie di baci e di stragi.

Film di Chiara Ribaldo

4 Dicembre 2013

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Arturo ama Flora praticamente da sempre. Sempre è la fine degli anni ‘70 in una Palermo che odora di zagare e tritolo. Arturo e Flora sono due bambini che non sanno ancora nulla di “mafia”. La mafia 40 anni fa in Sicilia e in Italia è poco più che una leggenda, una diceria, una favola, la mafia è come un cane, se non gli dai fastidio non morde. Nessuno muore ammazzato per mafia, semmai – si dice – per “questioni di femmine” e, difatti, in Sicilia, tra gli anni ’70 e gli anni ’80, la passione per le gonnelle uccide più di 200 persone.

Arturo è impacciato e Flora è troppo bella per riuscire anche solo a parlarle. Ci prova, Arturo, ci prova goffamente per quasi vent’anni, mentre Totò Riina diventa il capo dei capi, uccidendo con i kalashnikov e le bombe gli amici e i nemici che vogliono fermarne la scalata. Boris Giuliano, Rocco Chinnici, Carlo Alberto dalla Chiesa, Pio La Torre, Salvo Lima, Leoluca Bagarella dirompono nella vita tranquilla di Arturo come testimoni involontari e inconsapevoli di quel piccolo grande amore e della sua crescita. Arturo e la mafia si sfiorano di continuo, si incrociano senza incontrarsi fino al 19 luglio del 1992, quando la strage di via D’Amelio fa esplodere corpi, lamiere e le coscienze di un’intera città.

La mafia uccide solo d’estate”, opera prima di Pierfrancesco Diliberto, Pif, vincitore all’ultimo Tff del premio del pubblico, rilegge in chiave comica una delle pagine più buie e sanguinarie della storia del nostro paese. Un romanzo di formazione individuale e collettivo nel quale Cosa Nostra è il personaggio grottesco e patetico, il male che si può e si deve deridere. Riina che non riesce a capire come far funzionare il suo condizionatore, Bagarella innamorato di Ivana Spagna che canta, storpiandola, Easy Lady. Mentre i buoni, gli eroi, sono gentiluomini con i baffi sporchi di zucchero a velo, prodighi di consigli e insegnamenti sulla vita e l’amore, sono altro.

Si ride e si piange molto, a dimostrazione della complessità di un genere come la commedia, lontano anni luce dai tanti, troppi fenomeni alla Checco Zalone e da una dilagante mediocrità che rappresenta l’oggi come una fragorosa e umida pernacchia.

Ci sono due finali in questa storia, quello di fiction che vede l’amore dei due protagonisti trionfare e quello reale nel quale, come è ovvio, non può esserci l’happy end. Scorrono i nomi sulle targhe a futura memoria, si susseguono i volti dei magistrati, poliziotti e giornalisti uccisi, mentre Arturo e Flora, ormai adulti, ripercorrono con loro figlio le vie di Palermo dove il loro amore è nato e dove la mafia ha lasciato una lunga scia di sangue, dolore e morte.

Dalla storia, vera, usciamo sconfitti e in parte colpevoli. In una guerra che nessuno di noi ha voluto e alla quale nessuno di noi si è mai davvero opposto abbiamo perso tutti, lasciando che quella cosa, brutta, sporca e maleodorante fosse altro dalle nostre piccole vite tranquille, fatte di primi baci, feste in maschera, partite di calcio, gite, compiti in classe, serata davanti alla tv.

“In Sicilia” scriveva Falcone “la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. Non solo d’estate.

 

 Chiara Ribaldo | Bake Agency

Chiara Ribaldo