Storie sulla comunicazione e quello che ci circonda.

 

Newsletter

Tribeca 2014. Here we are, Bob!

Film di Chiara Ribaldo

8 Maggio 2014

Nell’aprile del 2002 nasceva nel Lower Manhattan il Tribeca Film Festival, festival di cinema indipendente. All’indomani dell’11 settembre Robert De Niro e i produttori Jane Rosenthal e Craig Hatkoff decisero di ridare nuova linfa al celebre quartiere newyorkese pesantemente colpito dall’attentato terroristico. Storie, linguaggi innovativi, giovani talenti da tutto il mondo, erano il punto a capo ideale da cui ricominciare il racconto, non solo cinematografico.

Si è conclusa la scorsa settimana la 13° edizione del Festival, che ha visto tra i premiati anche l’Italia con Il capitale umano di Paolo Virzì in concorso nella sezione World Narrative Competition. Non vince la pellicola del regista toscano, ma l’interpretazione di Valeria Bruni Tedeschi nei panni di Carla Bernaschi, moglie del ricco magnate della Brianza, emblema di cattivo gusto e malcostume, tipici di una certa Italia. Questa la motivazione della giuria:

In her elegant portrayal of a profoundly conflicted wife and mother, this actress crafts a complex performance of a woman wrestling between love, family and obligation.  She layers both strength and fragility without self-consciousness, with a fearlessness to exercise both subtlety and restraint.”

A vincere la competizione è stata la tragicommedia Zero Motivation, primo lungometraggio della regista israeliana Talya Lavie. Una coming-of-age story sull’amicizia, le paure, i sogni, il desiderio e il bisogno di autodeterminazione di tre giovani donne soldato in servizio in un ufficio amministrativo di una sperduta base israeliana nel bel mezzo del deserto. Quasi un’autobiografia se si scorre la storia, vera, della giovane filmmaker. Un film di guerra senza guerra, tra spillatrici, tazze di caffè, fogli di carta, intrighi d’ufficio e pettegolezzi e, insieme, la risposta molto irriverente al femminile ai film “spara-tutto”. La Lavie si aggiudica anche il Nora Ephron Prize, un premio di 25mila dollari, assegnato alle autrici donne “with a distinctive voice”, in memoria della celebre scrittrice e sceneggiatrice americana scomparsa nel 2012.

Si aggiudica il premio come migliore attore Paul Schneider per il suo Otto Wall, marito e padre volto al fallimento, tra disperate chat di facebook e imbarazzati pool dating, nella commedia dello sceneggiatore Angus MacLachlan, Goodbye to All That, che segna anche il suo debutto alla regia. Nel cast, anche Heather Graham e Amy Sedaris.

Il premio al miglior regista esordiente va a Josef Wladyka per il thriller Manos sucias storia vera di due ragazzi colombiani, entrambi attori non professionisti, che finiscono in un pericoloso traffico di droga. A produrre il film il regista Spike Lee, che fu anche uno degli insegnati di Wladyka alla NYU.

Trionfa come miglior documentario l’acclamato Point and Shoot di Marshall Curry, già candidato all’Oscar, sull’incredibile storia dell’americano Matthew VanDyke che decide di unirsi alla lotta dei ribelli contro Gheddafi, ma viene catturato durante la rivoluzione libica, rimanendo in isolamento per cinque mesi e mezzo. Utilizzando centinaia di ore di filmati girati dallo stesso VanDyke, il regista ha creato un ritratto cupo e tristemente ironico di una generazione votata al narcisismo più estremo, ben oltre i 15 minuti di celebrità warholiana, il bisogno di esserci e di comunicarlo si traduce nella bieca e piatta immagine di se: “the award goes to a film that makes its own rules. Working with hundreds of hours of first-person—selfie—footage by Matthew Van Dyke, director Marshall Curry creates an unsettlingly ambivalent and often darkly amusing portrait of a generation hellbent on documenting itself. Do we celebrate the so-called “manliness” of its protagonist—or wonder what the hell he’s doing inserting himself into the middle of a violent revolution, like a Zelig with his own camera? It’s a question viewers will brood on—much as this jury did.” In effetti, ce lo chiediamo anche noi.

Il premio per il miglior cortometraggio è andato all’inglese The Phone Call di Mat Kirkby con la vincitrice del Golden Globe Sally Hawkins nel ruolo di centralinista di una linea di aiuto psicologico alle prese con una telefonata misteriosa di un uomo, interpretato dal premio Oscar Jim Broadbent.

La menzione speciale della giuria va a The Kidnapping of Michel Houellebecq, film diretto da Guillaume Nicloux, che vince anche per la miglior sceneggiatura. Il film surreale e divertente racconta il rapimento, immaginato, del celebre scrittore francese, conosciuto ai più per le sue opinioni, “estreme”, sull’Islam, il sesso e l’Occidente, che nella pellicola interpreta con grande naturalezza e ironia se stesso. Ma non sia mai, qualcuno ha detto ironico, che rinunci al suo vero lavoro per la carriera d’attore.

Vincono il Tribeca Online Festival il lungometraggio Vera: A Blessing di Khyentse Norbu uno sguardo vivace sul passaggio all’età adulta di una giovane donna indiana, ballerina di un tempio sacro insieme alla madre. E il corto animato Love in the Time of March Madness di Melissa Johnson and Robertino Zambrano su una donna molto, troppo, alta, bravissima a giocare a basket che non riesce, però, a trovare la sua anima gemella.

Per i premi meno “tradizionali”, vanno menzionati lo Student Visionary Award, che quest’anno va al corto Nesma’s Bird degli iracheni Najwan Ali e Medoo Ali, e il Bombay Sapphire Award assegnato al miglior progetto transmediale, Clouds di James George e Jonathan Minard, insieme installazione interattiva e documentario non lineare a metà tra arte, narrazione e tecnologia.

Quando De Niro diede vita a questa manifestazione, in uno scenario già denso di eventi simili (basti pensare al Sundance, ma anche alla quasi contemporaneità con il Festival di Cannes) non avrebbe scommesso sulla sua sopravvivenza nel tempo e, ancora oggi, sembra sorpreso “We had no idea it would last this long“. Nonostante le critiche e lo scetticismo il TFF continua ad attirare attenzioni e ottimi prodotti in una città che, nel bene e nel male, non ha eguali al mondo. E, in fondo, ha ragione Jane Rosenthal: “Over the years it was about bringing a diversity of voices from around the world to some of the most diverse audiences in the world, which are right here in the city. I think we’ve accomplished that.

 

Per conoscere tutti gli altri vincitori, cliccate su

http://tribecafilm.com/stories/here-are-your-tff-2014-award-winners

 

Chiara Ribaldo|Bake Agency

 

Chiara Ribaldo