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È venuto il tempo della tenerezza

Film di Marco Stancati

10 giugno 2014

Velo dico subito: sono di parte. “Le Meraviglie” di Alice Rohrwacher, recentissimo Grand Prix a Cannes, mi è piaciuto moltissimo: è girato a (e intorno a) Bolsena, in un fazzoletto di terra etrusca tra Lazio, Umbria e Toscana; dove io ho casa. E parla di gente fuori sistema, del rapporto intensissimo e difficile tra un padre e una figlia, delle trasformazioni del territorio. Il tutto sotto il segno del miele, dolcissimo e amaro. Ed io adoro il miele e le sue infinite varietà. Chiaro adesso quanto sono di parte?

Il film prende spunto dalle esperienze infantili e adolescenziali della regista che racconta, a tratti con toni da favola realistica, una storia contadina di una famiglia di apicoltori; e lo fa attraverso gli occhi e i gesti di Gelsomina, che non a caso ha un nome di fiore. Ama ed è amata dalle api con le quali ha la più totale confidenza.

È un’originale famiglia quella di Gelsomina: un padre sognatore e autarchico, un franco-tedesco che emette più suoni che parole, una madre mezzo toscana che ciclicamente minaccia di lasciare questo compagno duro e puro ma anche irresponsabile che, con la scusa che piace alle figlie, “si” regala un inutile ingombrante cammello. E poi un’amica tedesca, Cocò, un po’ fuori di testa, altre tre sorelle minori e Martin un ragazzino mezzo autistico con prime esperienze delinquenziali, che non parla ma fischia. Martin inserito nella famiglia sulla base di una sorta di programma di rieducazione, alla fine, concorrerà a far crescere tutti.

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Le giornate della famiglia scorrono secondo i ritmi implacabili del mondo agricolo e i tempi delle api: perché il miele non rende più dolce quel contesto agreste che ha le sue quotidiane durezze. All’improvviso irrompe nella vita di Gelsomina il rutilante mondo dello spettacolo: vicino casa si sta girando lo spot di un fantastico gioco a premi (“Il Paese delle Meraviglie”) presentato da Monica Bellucci nelle vesti della fata bianca Milly Catena. Una sorta di reality contadino che dichiara di voler premiare i migliori produttori del territorio ma in realtà premierà la capacità di essere personaggi, anche se stereotipati: l’importante è che “facciano audience”.

E Gelsomina comincia a vivere lo spiazzamento dei modelli contrapposti: le piccole preziose meraviglie di tutti i giorni, fatte di giochi tra sorelle, di segreti adolescenziali, del brivido delle api sulle labbra e poi ci sono le meraviglie straordinarie, quelle portate dall’apparizione di Milly Catena. Due inconciliabili stili di vita: quello vero ma anacronistico e implacabile imposto dal padre e quello taroccato ma seduttivo della fata bianca.

La fata bianca che non ha niente da dire in realtà, ma quel niente lo dice benissimo e un padre che ha un patrimonio di cose vere da raccontare, ma non sa parlare, non ha i ritmi televisivi. Ma non è la cronaca di una sconfitta. Perché nel fallimento i protagonisti si ritroveranno con uno scatto di autocoscienza che porta alla consapevolezza, all’autonomia delle decisioni: Gelsomina che va verso l’isola (la Bisentina sul lago di Bolsena) a ritrovare Martin, che in realtà la aspetta. E babbo Wolfgang scoprirà il perdono, l’accoglienza e la tenerezza.

E nel finale c’è un’eco forte del messaggio di papa Francesco (“Non abbiate paura della tenerezza”), ribadito in un commento della regista: “È venuto il tempo di perdonare, di riuscire a provare tenerezza, non solo gloria o rabbia, esaltazione o indignazione.”

Regista che si tiene molto distante da tecniche cinematografiche spettacolari, la Rohrwacher preferisce uno stile accuratamente artigianale del tutto coerente con i panorami umani e paesaggistici, indulgendo anche verso il documentario narrativo. Ma io di mestiere faccio il comunicatore e vi ho raccontato i messaggi che ho colto; per una lettura da critici di cinema, meglio far riferimento ad altri autori.

Mi limito a dire che non credo che il mio essere di parte incida sul fatto che sia bellissima la non-recitazione di Gelsomina (Maria Alexandra Lungu), perfetto Sam Louwyk nell’afasico Wolfgang, credibilissima madre contadina Alba Rorhwacher. In un mare di dolce e talvolta amarissimo miele.

Marco Stancati

Inevitabilmente analogico per motivi anagrafici, si aggira da meticcio digitale tra on line e off line, consapevole che non sono mondi alternativi ma parti, sempre più intimamente intrecciate, della medesima quotidianità.
Oggi è Comunicatore e Formatore d’Impresa in diversi ruoli e modi: Consulente Direzionale, Docente alla Sapienza di Roma (“Comunicazione per il management d’impresa”), Curatore di eventi. In precedenza: Responsabile aziendale della Comunicazione; Dir. Responsabile RIMP Inail; Docente per dieci anni di “Comunicazione Interna” e “Pianificazione dei mezzi” nella stessa Università (Sapienza; Dip. Coris).
Cura varie rubriche, su: Tech Economy (Articoli e Mini Saggi), Just Baked (Recensioni e interviste), Pulse di LinkedIn (Riflessioni sulla Comunicazione).
Con passione, nonostante qualche infortunio: nonno, nuotatore, ciclista. E talent scout di manager e artisti (in caso di complementarietà, il risultato può essere formidabile).
Se proprio volete saperne di più: LinkedIn.
Marco Stancati