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Intervista a Herbie Hancock

Uncategorized di Federico Capitoni

26 luglio 2014

Cosa accomuna Herbie Hancock e Wayne Shorter? “Il jazz”, direte voi… Vero. “Miles Davis”, risponderanno i più bravi (i due formavano con Ron Carter e Tony Williams il cosiddetto “secondo quintetto” davisiano)… Vero anche questo, ma non solo. Colossi della musica, il pianista di Chicago (ben 14 Grammy) e il sassofonista che ha attraversato quasi tutte le ere del jazz, sono legati – oltre che da una grande amicizia ultraquarantennale – dalla pratica buddista. Che questo aiuti l’alchimia tra i due non lo sappiamo, che però la coppia sia stra-collaudata ce lo dicono i dischi, i concerti fatti assieme e quella passione per l’elettrificazione del jazz di cui sono stati tra i più importanti alfieri. Hancock, nel rinnovare l’idillio stasera a Roma, riprende a suonare in compagnia dopo l’esperienza dell’ultimo tour solista in cui i suoi “compagni” erano un laptop e un iPad…

Hancock, torna a suonare in duo dopo la sua prima esperienza concertistica da solo, iniziata appena due anni fa. Come mai soltanto a carriera matura ha deciso di fare un tour senza band, aveva paura della solitudine?

«Ho sempre preferito suonare con altri musicisti perché c’è scambio, si costruisce qualcosa insieme, è un lavoro di squadra. Certo non per evitare la solitudine. Ma comunque non posso sentirmi solo anche quando sono da solo perché essendo un jazzista, improvvisando, non so cosa accadrà a ogni momento successivo. Suonando, compongo e nella creatività la solitudine non esiste».

Lei esordì da bambino con un concerto di Mozart, poi ha scelto il jazz. Le è servita l’esperienza classica?

«Ho iniziato con la classica e sono passato al jazz perché lo volevo. Per me quella formazione è stata fondamentale per la tecnica, per l’espressività e anche per la corretta postura del corpo e delle mani, per non avere danni di tipo fisico dovuto ai vizi che invece ha chi impara da solo. Incoraggio ogni pianista a iniziare con il classico, cercando un buon insegnante».

Tra l’altro è tornato alla classica di recente, con Lang Lang.

«È stata un’esperienza che spero sia solo all’inizio. Ormai oltre al rapporto artistico c’è una vera e propria amicizia. Ci sentiamo come due fratelli – certo io sono quello maggiore: nei pezzi suonati a quattro mani ci sembra di respirare insieme».

Un jazzista improvvisa, ma si rende conto quando sta realizzando un pezzo immortale, come uno standard?

«Non saprai mai che stai scrivendo uno standard mentre lo scrivi. Chi avrebbe mai pensato nel 1962 che un pezzo come Watermelon Man sarebbe ancora stato suonato nel 2014? Il tempo determina se ciò che hai scritto diventerà uno standard o no. Però ci sono delle strategie a cui so di dover ricorrere se voglio che un pezzo abbia un appeal per piacere alla persone. Per esempio usare non più di due o tre idee per ogni pezzo. Ho un approccio minimale. È più facile che le persone ricordino tre cose che otto.  Poi ovviamente bisogna vedere come le metti insieme. Tuttavia ciò che conta di più per me è che qualsiasi cosa esca dal cuore piuttosto che dalla testa. È il vero segreto: se il jazz viene dalla testa, non funziona. Puoi essere intelligente ma non venire capito. Ciò che lega l’umanità per me è il cuore e non il cervello».

Lei ha collaborato con tutti i più grandi musicisti degli ultimi decenni: di chi ha il più bel ricordo?

«Ho tre mentori musicali: la mia prima insegnante di pianoforte, che mi insegnò a toccare la tastiera e a farne uscire il suono giusto. Poi Donald Byrd che mi scoprì, facendomi entrare nella scena Jazz internazionale, e che mi insegnò i segreti per suonare velocemente. Infine Miles Davis che è anche stato il più importante dandomi le lezioni più profonde, che mi avrebbero portato a fare del jazz la mia vita».

Lei è un famoso praticante del buddhismo di Nichiren. In che modo l’aiuta come uomo e come artista?

«Sono quarant’anni che pratico il buddismo, quindi fa parte di oltre metà della mia vita. La cosa iniziò con un’esperienza musicale: dopo un concerto con la mia band eravamo carichi di soddisfazione per la nostra grande performance. Ma sapevo che l’energia era derivata tutta dal bassista e così gli chiesi come aveva fatto. Mi parlò di questa religione e mi sono detto: se questo è il risultato, voglio praticarla anche io. Il suono del mantra funziona e far stare bene che tu ci creda o meno. La mia vita è cambiata del tutto. Prima ero limitato a fare di me un jazzista; poi ho realizzato che ciò che volevo era per prima cosa riconoscermi come essere umano. Capito questo è migliorata prima la mia vita, poi la mia musica. Non posso raccomandare niente di più che praticare questa religione: permette di diventare ciò che si vuole perché aiuta a capire chi si è».

Hancock

Federico Capitoni

Federico Capitoni è critico musicale del quotidiano “la Repubblica”. Scrive, tra gli altri, per il “Sole 24 Ore” e per le maggiori testate musicali italiane. Ha inoltre ideato e condotto programmi radiofonici per diverse emittenti, tra cui “Radio Rai”. Insegna, a contratto, “Storia della musica” in vari atenei, accademie e conservatori. Tra le sue ultime pubblicazioni: “Guida ai musicisti che rompono. Da Beethoven a Lady Gaga” (Torino 2011), “La verità che si sente. La musica come strumento di conoscenza” (Trieste 2013).
Federico Capitoni