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Synecdoche, New York

Film di Chiara Ribaldo

30 luglio 2014

“Viviamo tutti in una casa che brucia”, scriveva Tennessee Williams, “nessun vigile del fuoco da chiamare, nessuna via d’uscita. Solo la finestra del piano di sopra da cui guardare fuori mentre il fuoco divora la casa con noi intrappolati, chiusi dentro.”

Fuori, il mondo, è un’enorme e ipertrofica messa in scena. Uno spettacolo infinito in cui siamo gli autori, gli attori, le comparse, il pubblico. La parte per il tutto. È questa la sineddoche, la figura retorica con cui gioca, combinandolo al nome della città americana Schenectady dove la storia è ambientata, il titolo del film, esordio alla regia del geniale sceneggiatore Charlie Kaufman.

Caden Cotard è un autore teatrale di successo, una vita privata fallimentare, due mogli, un’amante, una figlia, un corpo che d’improvviso si sgretola, inizia a marcire, inesorabilmente, in attesa della fine. Cotard è il nome di un disturbo psichiatrico che fa credere di essere morti, ma la morte è l’unica cosa davvero reale nella vita di ogni essere umano. Lo spazio, il tempo, persino le relazioni sembrano invece frantumarsi, diventano nebbia, fumo, sogno, immaginazione. Impossibile dire dove inizi la vita e finisca il teatro, soprattutto quando Caden decide di riprodurre la propria esistenza in un enorme hangar di Manhattan. Attori, personaggi, persone, case e fondali dipinti, ogni cosa si moltiplica in un’incredibile allucinazione. Un riflesso infinito di ciò che siamo o fingiamo di essere.

Kaufman costruisce per noi un dedalo semantico in cui i diversi piani di realtà si sovrappongono fino a svanire, i significati si confondono, le metonimie si sprecano. È una metafora straordinaria e spaventosa dell’esistenza, un racconto delirante e visionario sulla vita, sull’amore, la famiglia, la fine. È un cinema metafisico, con la  stessa forza espressiva delle opere dei grandi surrealisti come Luis Buñuel, che va oltre ogni logica narrativa.

La parte per il tutto. L’arte prova invano ad afferrare la vita del protagonista, lo pedina mentre divorzia, mentre si innamora di una donna intrappolata in una casa che brucia, mentre cerca la figlia oramai adolescente e perduta, mentre si rifugia in un altro matrimonio e in un altro figlio e intanto, intorno a lui, tutti muoiono, escono di scena. È una ricerca di senso e di identità, disperata e continuamente disattesa, fino alla sua inevitabile risoluzione. “Io sto morendo e così anche voi”, dice ai suoi attori prima di iniziare le prove di uno spettacolo che in realtà è già iniziato.

Non è un film facile, non lo è per due ragioni: la prima è il suo autore, il genio dietro a pellicole come Being John Malkovich, Adaptation, Eternal Sunshine of the Spotless Mind, quello sguardo da appassionato antropologo sugli abissi della mente e del cuore; la seconda è la presenza o meglio l’assenza di un gigante come Philip Seymour Hoffman, nei panni terribilmente autobiografici di Caden Cotard.

Nonostante sia una pellicola del 2008, uscita in Italia solo lo scorso mese per misteriosi problemi legali legati alla sua distribuzione, la recente morte dell’attore la trasforma in un’opera biografica dolente e malinconica, come se stessimo assistendo ad un’altra rappresentazione, un metadiscorso sulla vita e sul talento dell’attore americano. Come se in questa estenuante ricerca di sé, per una strana alchimia, il rovesciamento arte-vita-morte fosse arrivato al suo assoluto compimento. Philip è Caden, Caden è Philip.

Si avverte quasi la vertigine ascoltando il monologo di uno degli attori:

“E’ tutto più complicato di quello che pensi. Vedi solo un decimo di ciò che è vero. Ci sono milioni di fili attaccati a ogni scelta che fai; puoi distruggere la tua vita ogni volta che fai una scelta…E dicono che non esiste il fato, ma esiste: è ciò che tu crei. Anche se il mondo va avanti per una frazione di una frazione di secondo. La maggior parte del tempo lo passi da morto o prima di nascere. Ma mentre sei vivo, aspetti invano, sprecando anni, una telefonata o una lettera o uno sguardo da qualcuno o qualcosa che aggiusti tutto. E non arriva mai oppure sembra che arrivi ma non lo fa per davvero. E così spendi il tuo tempo in vaghi rimpianti o più vaghe speranze perché giunga qualcosa di buono, qualcosa che ti faccia sentire connesso, che ti faccia sentire completo, che ti faccia sentire amato. È la verità è che sono così arrabbiato e la verità è che sono così triste, cazzo, e la verità è che ho sofferto, cazzo, per un cazzo di tempo lunghissimo, per quello stesso tempo in cui ho fatto finta di essere ok, giusto per andare avanti, giusto per, non so perché, forse perché nessuno vuole sapere della mia tristezza … Be’, vaffanculo a tutti.”

È un mondo iperreale, dove il fuori è il dentro. Stiamo guardando un’anima, la nostra, intrappolata in un corpo che sfiorisce, soffocata dal peso dei fallimenti e dei rimpianti, guarita dall’amore e dai ricordi. È il racconto poetico di una vita imperfetta, quella ricerca della felicità che mai si compie se non nel suo farsi.

“Tutto il mondo è teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori; hanno le loro uscite e le loro entrate” scriveva Shakespeare in Come vi piace.

La parte per il tutto.

 

Chiara Ribaldo

Frammenti, sequenze, insoliti movimenti di macchina, dialoghi serrati, volti sacri e bellissimi, il grande schermo e i tanti molteplici schermi virtuali della Rete. Questo è il mondo di Chiara praticamente da sempre – , un dottorato e una laurea in Scienze della Comunicazione alla Sapienza di Roma e tanti, tantissimi lavori dentro e fuori il mondo accademico. Scrive di cinema per la rivista Quaderni d’Altri Tempi. Si interessa di web cinema, industria culturale e sociologia dell’audiovisivo. Per sopravvivere a questo tempo così cupo fa più lavori e usa scomodare il vecchio Tolstoj “Il segreto della felicità non è di far sempre ciò che si vuole, ma di voler sempre ciò che si fa”.
Chiara Ribaldo