Storie sulla comunicazione e quello che ci circonda.

 

Newsletter

Salvatore Ruocco. Di destri e talento

Film di Chiara Ribaldo

2 Settembre 2014

Spread the love

“Alcune strade portano più ad un destino che ad una destinazione”, scriveva Jules Verne. Per questo richiedono coraggio, un paio di scarpe buone, polmoni forti e una dose consistente di follia. Il vento è quasi sempre contrario, il sentiero impervio, gli ostacoli tanti. È un viaggio che può durare anni, a volte una vita intera. Il prezzo da pagare per ritrovarsi è quello, altissimo, di perdere e perdersi.

Ci sono storie che a raccontarle sembrano incredibili, un film, una favola, sembra Dickens invece è la vita, straordinaria, terribile, imprevedibile, vera. Non è Londra, è il Sud d’Italia, ma certo potrebbe essere il mondo intero.

Salvatore è uno scugnizzo del ghetto, quello più pericoloso e lontano dalle cronache, perché Miano, quartiere nord di Napoli, non è Scampia o Secondigliano, è peggio, a Miano si muore in silenzio, il sangue non si vede, i corpi svaniscono sotto il cemento o tra cumuli di spazzatura. Ha una bella faccia, Salvatore, potrebbe fare cinema se non facesse boxe. Potrebbe molte cose Salvatore, se non fosse per una pesante squalifica, tutta la rabbia, la delusione, lo smarrimento che ne conseguono. Potrebbe, se quella faccia bella, che ricorda quella dei giovanotti della Grande Guerra, con gli occhi grandi iniettati di speranza e il sorriso da mariuolo, non fosse finita contro il pavimento polveroso e umido degli incontri clandestini, con la bocca impastata di ferro e la morte a fare il tifo.

Eppure, alla fine, Salvatore può davvero. La direzione è già segnata e porta dritto ad un palcoscenico. Da lì in poi è una girandola vorticosa di provini, spettacoli teatrali, film, festival internazionali, interviste. Lavora con gli allievi di Peter Brook, i grandi autori, Matteo Garrone, Abel Ferrara, Guido Lombardi, Toni Servillo, Willem Dafoe (solo per citarne alcuni), e, tuttavia, continua a mantenere intatto lo stupore e la meraviglia che hanno i ragazzini verso le cose nuove del mondo, la curiosità e la genuina umiltà di chi ha visto tutto e, forse, troppo. Di chi semplicemente sa.

 

Come sei passato dal ring ad un palcoscenico? Qual è stata la molla che ti ha spinto a cambiare vita?”

 

Ero un pugile di incontri regolari, un giorno per via di una discussione accesa con l’arbitro, per la rabbia  ho preso a calci una di quelle sedie da giardino che lo colpirono ad un braccio, arrivò una squalifica, per me assolutamente ingiusta. L’arbitro mi fece persino causa, fui assolto, ma non mi andò più di continuare. Sono stato abbandonato da tutti, anche la fidanzata di allora mi lasciò. Furono alcuni amici a portarmi nel giro degli incontri clandestini. Lì il sangue scorreva come fosse acqua. Un giorno ho fatto un match, avevo vinto, ma sentivo che la mia anima aveva perso. Così ho deciso di andarmene, di chiudere con quel circuito della morte. Fu allora che decisi di fare teatro, di studiare recitazione. Ho incontrato due bravissimi insegnanti. Lì in mezzo a 60 ragazzi ho dovuto fare i conti con il mio passato, per gli altri allievi, figli di ricchi, io ero solo il “ragazzo del ghetto”.  Ma sono stato più forte delle etichette e alla fine sono diventato un attore, vincendo il provino. Non so di quelle 60 persone che facevano il corso con me chi sia riuscito a diventarlo a livello professionale.

 

Cosa è cambiato nella tua vita con il successo?

 

D’improvviso tutte le persone che mi avevano lasciato solo dopo la squalifica sono ricomparse. Quelli che mi snobbavano a teatro, adesso mi chiamano, mi scrivono per chiedermi se gli trovo una parte. Ho messo un freno e non per cattiveria, per me rappresentano solo un brutto ricordo. Vedi, credo che le persone vadano aiutate sempre. Quando andavo a scuola ero un po’ come Robin Hood, magari rubavo un quaderno a quelli più ricchi per darlo a chi non aveva proprio nulla. È questo il senso della vita: tendere la mano verso gli altri.

 

Come scegli i film e come ti avvicini ad un personaggio? Quanto c’è di Salvatore nelle maschere che indossi per lavoro?

 

Per me è strano adesso scegliere. La mia agente, che per me è come una mamma, mi aiuta a individuare i progetti più adatti e coerenti con il mio percorso, mi spiega le ragioni di ogni decisione. Per quanto riguarda il lavoro di interprete, in “Take Five” di Guido Lombardi, ad esempio, di Salvatore c’è solo il 10%. Ho dovuto lavorare molto, sono dimagrito 7 chili, ho ripreso ad allenarmi. Ho dovuto assumere un atteggiamento diverso. Ho lavorato un sacco per trovare tutti quei riferimenti caratteriali tipici del personaggio, che è tra i più complessi della storia perché è un giovane ingenuo e bisognoso di affermare se stesso. Non un delinquente, come gli altri. Io non ho vergogna di dire che potevo perdermi, ma non sono mai stato un criminale. Ho dovuto studiare molto per interpretare film come “L’intervallo” di Leonardo Di Costanzo o “Là-bas” di Guido Lombardi.

 

Tra i progetti futuri c’è “Abel’s Grandfather”, film che stai girando negli Stati Uniti con il regista newyorchese, per cui ormai sei diventato attore feticcio, come ci si sente ad essere investiti di tanta stima?

 

Mamma mia, è una grossa responsabilità. Ogni volta che sento la parola “nonno” mi sale l’ansia. Ma Abel è straordinario, crede molto in me e nel mio talento. Il nostro è diventato col tempo un rapporto di amicizia sincero. Per me è come un fratello. Dopo Venezia sarò di nuovo sul set di “Grandfather” nei panni di suo nonno, che negli anni Venti lasciò Sarno per la California diventando un importante viticoltore. Sarà naturalmente un film in costume e racconterà una bella storia, una storia positiva che parla di cultura, dei migranti in cerca di un futuro migliore, è una storia del Sud, una storia di riscatto.

 

Nella tua filmografia ci sono storie vere, spesso crudeli. Il racconto di Napoli, del Sud, non è quasi mai un racconto a lieto fine. Cosa pensi di chi dice che storie come “Gomorra” rovinano la reputazione e l’immagine del Meridione?

 

Ho rifiutato alcuni progetti per questo. Naturalmente credo sia giusto raccontare la realtà e rispetto molto questa scelta, penso solo che ci sono anche molte cose belle, storie positive come “Il nonno” di Abel. Dovrebbero mostrare la cultura del Sud, che è fatta di tanti colori, non c’è solo il nero, non ci sono solo le pistole tra le mani. Il Sud bello, positivo, è anche un attore napoletano che va a lavorare in Francia. È anche Salvatore che recita con attori di prima grandezza. Ecco, un giorno mi piacerebbe girare un film che racconti un altro Sud.

 

Allo scorso Festival di Roma abbiamo visto in anteprima “Take Five”, che uscirà nelle sale il prossimo 2 ottobre. Come è stato recitare con quel gruppo di attori, vedendo il film si ha l’impressione che vi siate divertiti molto. Una specie di “Ocean Eleven” all’italiana.

 

Beh sì ci siamo divertiti molto, poi con Guido interagivo molto, anche tramite mail, sul set ci capivamo con lo sguardo, una cosa incredibile. Capivo subito cosa voleva da me. Comunque c’è stata anche molta tensione e non è stato semplice. Ad esempio, quando abbiamo girato nelle fogne, con i piedi nell’acqua e le mimetiche, il freddo era incredibile, avevo la febbre a 39, ma non ho detto nulla per non condizionare i miei colleghi e la produzione. Il personaggio per me viene prima di tutto.

 

È più facile recitare in un film corale rispetto ad una storia in cui sei il protagonista principale?

 

Di certo quando sei il protagonista unico hai una grande responsabilità, hai il film sulle spalle. Però se sei bravo davvero, lo sei in mezzo a 5 o da solo. Lo sei sempre e ovunque. Io la responsabilità me la prendo anche quando mi viene dato un piccolo ruolo, come è successo nell’ultimo film di Abel Ferrara, “Pasolini” in concorso a Venezia. Willem Dafoe è il protagonista, il resto sono camei, piccole parti, anche se tutte di grande importanza. Ma in quel caso è il progetto che è grande ed è un grande onore farne parte.

 

Raccontaci come sei entrato nel cast di “Pasolini” di Abel Ferrara.

 

Io ero in Francia per girare un film. Ero in pausa quando mi arriva una mail di Abel, ricordo persino che ero fermo sotto la Torre Eiffel: “Tieniti pronto perché ti voglio nel film ‘Pasolini’”. Una cosa del genere avrebbe sconvolto anche un attore affermato. È un film talmente importante, che farà certamente discutere, tocca la cultura, la storia anche politica di un intero paese. Non posso dire molto, nella storia interpreto un deputato socialista. È una scena tratta da “Petrolio”, romanzo incompiuto di Pasolini. Sono anche l’unico napoletano in un film “romano”. E poi Abel è Abel, insomma.

 

Come giudichi la scelta di Willem Dafoe per interpretare Pasolini?

 

Willem Dafoe ha studiato tre anni per vestire i panni di Pasolini, vive a Roma, parla benissimo l’italiano e poi è un interprete enorme. Anche quelli che dicono che un regista americano non può raccontare Pasolini, sbagliano. Pasolini è universale. Persino un regista cinese potrebbe parlarne.

 

Una pellicola del genere non potrà che suscitare critiche e polemiche, soprattutto perché si narra dell’ultimo giorno di vita dell’intellettuale romano.

 

Abel non è un investigatore, a lui non importa indagare le cause della morte di Pasolini, fa invece quello che avrebbe voluto fare Pasolini. In ogni caso è molto complicato e doloroso rispondere alla domanda “chi ha ucciso Pasolini?” Tu che dici? Forse Pelosi è stato usato. Forse dovremmo attenerci a quello che ci raccontano i giornali. Io non lo so, ma di certo non è una domanda alla quale tu o io possiamo rispondere.

 

Nei film di Pier Paolo Pasolini gli attori erano neorealisticamente presi dalla strada. C’è una tendenza di un certo cinema italiano a raccontare dal basso, penso a Guido Lombardi con cui hai lavorato per “Là-bas” e “Take Five”, ma anche a Matteo Garrone o Mario Martone. Credi che sia una scelta estetica o più etica, cioè finalizzata alla ricerca della verità?

 

Il fatto di avere avuto un certo tipo di passato, di provenire dalla strada, non è sufficiente, per essere attori occorre studiare, lavorare molto. È vero che per raccontare certe storie, come è accaduto per “Take Five”, si preferisce scegliere attori meno famosi, diciamo dei caratteristi, ma questo non fa di noi dei dilettanti come ho letto in alcuni giornali. Credo ci sia molta confusione al riguardo. Non è che se sei stato in carcere sei più credibile. Sei credibile solo se sei un professionista.

 

Stai scrivendo un libro biografia insieme alla giornalista Gabriella Simoni, “Il sapore del sangue”, come procede la stesura?

 

Io scugnizzo di un ghetto spietato che è arrivato ai festival internazionali più prestigiosi è di certo una bella storia, ma voglio che parli a tutti, che dia forza a quelli che si trovano in difficoltà come è successo a me. Non so ancora quando uscirà, lo stiamo scrivendo. Ci sono così tante cose da dire e sono successe tante cose nella mia vita…Gabriella mi dice che non si può chiudere proprio adesso con tutti questi progetti ancora da fare. Chissà se lo chiuderemo mai. Potrebbe diventare anche un film, magari con Abel alla regia. Si vedrà.

 

Ho letto che stai studiando molto, soprattutto stai migliorando il tuo inglese per affrontare provini all’estero, anche negli Stati Uniti.

 

Tre anni fa grazie ad un’amica feci un provino con lo scrittore e sceneggiatore premio Oscar John Irving, chiamai Guido Lombardi, girammo il provino in un bosco, ma non parlavo bene inglese e così, nonostante gli sforzi, non fu sufficiente. Si disse molto dispiaciuto. Ho perso un’occasione pazzesca per colpa della lingua. Imparo per tentare e inseguire un sogno. Un attore non deve mai, mai smettere di studiare.

 

Salvatore sarà al Lido il prossimo 4 settembre accanto ad Abel Ferrara, Valerio Mastrandrea, Riccardo Scamarcio e Willem Dafoe per l’attesissima anteprima di “Pasolini”. Eccolo il destino e, insieme, la destinazione dell’attore che un tempo prendeva a cazzotti il mondo, mentre ora gli basta sorridergli.

 

Chiara Ribaldo

Chiara Ribaldo