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VESSEL Punish, Honey

Uncategorized di Luca Perini

8 ottobre 2014

Torniamo al rumore. Rumore intonato nelle meccanografie soniche del futurista Luigi Russolo, onomatopee delle cacofonie urbane. Art of Noise, appunto. Sebastian Gainsborough, il Vessel della situazione rumorosa, approfondisce in quel di Bristol i connotati più sperimentali della label Tri Angle. Aveva realizzato nel 2012 una sorta di introduzione alle sue cronache dal lato oscuro. Order of Noise. Tramato all’ombra della techno, dell’industrial e del Noise appunto. L’arte del suo rumore è conseguenza dell’ordine. Ordine come ultimo appiglio contro un caos sempre più invadente.

Il suo secondo lavoro, “Punish, Honey” uscito lo scorso 15 settembre, sottolinea la ciclica natura di quest’ordine rumoroso. L’estasi del Miele contro la dannazione della Punizione. L’anima è stata più volte messa sotto processo nella musica rock. Lacerazione più evidente quella di The Wall, d’accordo. Ma quanta estenuante ricerca di rottura di questo inesorabile ciclo di continua morte e resurrezione, può essere rappresentato da ogni brano dato al buio e alla luce da Ian Curtis? Joy Division. La coscienza dei bambini stuprata dai nazi. Tutto può portare ai Suicide. Con alle spalle le ruspe estetizzanti degli Einsturzende Neubauten, gli scavi introspettivi digitali ci conducono alle porte dell’incubo. Un guardiano affitta delle fruste a ora e l’afflizione è servita. Raccontare questi conflitti, questi momenti scuri di un vastissimo mondo interioriore ci pone una domanda. Quanto può essere astratto il suono di una frequenza se “materialmente” è in grado di edificarsi in costruzioni, impalcature, scenari di viva inquietudine monocromatica. La frequenza astratta diventa concreta esperienza associativa e la vibrazione squarcia la tela dell’aria a colpi di suon di ferraglia, tamburi dalle pelli allentate, primitivi ed oscuri scenari, canti come oscillazioni. La materia impalpabile di cui si serve Vessel stride, graffia. Si ha la sensazione che l’istinto melodico faccia fatica intrappolato come è nel groviglio ritmico a tirarsene fuori. Bisogna farne esperienza. E di questa esperienza Vessel è sicuramente un raffinatissimo suond designer. La frequenza astratta evoca quindi associa quindi genera un immaginario interiore la cui perlustrazione meno divina dell’itinerario dantesco rivela gli sprazzi di buio dei propri inferni personali.

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Volete darci un’occhiata o meglio un ascolto? Siete pronti al bastone? La carota è garantita. Alla fine. Una Marcia con cadenza e passo militare, come una diserzione in sordina dell’anima in cerca di cura e in vena di distorsioni che ne amplificano il rumoroso dissenso di fondo. Ehi quanti punitori di se stessi ci sono là fuori? Drowned by Water and Light e la catarsi è servita. Liberi da ogni turbamento? Neanche per sogno. E i sogni inquieti di Vessel trovano nuove vie di ostinazione in Anima, un implacabile morso ritmico sul fianco e sul quale si adagiano con pallido stridore i piani sonori, stati emotivi di caduta e rinascita, corrente alternata e ciclica alimentata da corridoi melodici senza via d’uscita e metallurgiche sequenze ritmiche. La fabbrica attorno, le metallurgia evidenti, i segni sonori come lacerazioni, in DPM che gioca con il potere della distorsione raffreddandolo. Controltare, quel gattaccio di cristallo di Dan Deacon che dallo stesso punto di vista lo surriscalda in quel di New York. La vocalità della frequenza digitale viene modificata e alterata per regalarci tentativi di straniamento, visto che come sappiamo bene, anche i sensi possono ingannare. E ne restiamo piacevolmente ingannati. Il tappeto sonoro che stende, Black Leaves and Broken Branches, foglie nere e rami spezzati, descrittivamente ci colloca in uno scenario boschivo che come in ogni favola che si rispetti segna lo smarrimento, la lontananza dalla casa base. Il punto di contatto tra Alice e Joe Di Maggio. Avvolti da gracchianti presagi corvini ritroviamo come in lontananza il suono del paese perduto. Organetti strabici e singhiozzi di metallo come in ogni protoband in odor di homeless che si rispetti. Dickensianamente vostro … Oscurità scrutata nel suggestivo e implacabile Kin to Coal. Percussioni, pelli tese, siderurgie di un mondo fabbrica, esemplari punizioni operaie. In questo l’anima è un cantiere perenne. Eterno ritorno. Lavori in corso.

Luca Perini

Luca Perini

Nato in Ascoli Piceno nel 1968. Laurea in Lettere moderne e Master in Comunicazione d’Impresa e Marketing. Per almeno venti anni si è occupato di musica come giornalista collaborando con quotidiani e testate specializzate. Ha insegnato, tenuto conferenze e svolto attività di ufficio stampa.
Appassionato di comunicazione digitale, oggi si occupa di social media e creazione di contenuti dando corpo digitale alla propria coscienza analogica. Multimediale per vocazione e multicanale per applicazione, studia le possibilità offerte dai new media senza perdersi d’animo.
Luca Perini

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