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Silenzio in sala: é di scena Sir Antonio Pappano.

Arte di Federico Capitoni

18 Marzo 2015

Mette d’accordo tutti Sir Antonio Pappano, detto Tony, bacchetta tra le più note e amate non solo per le doti tecniche ma anche per la simpatia. Dal 2005 fa la spola tra Londra – dove dirige la Royal Opera House – e Roma, soddisfatto com’è della sua esperienza italiana con Santa Cecilia: “Qui ci sono – dichiara – produttività, flessibilità sindacale, avvicinamento al pubblico, programmazione diversificata, tournée, dischi”.

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Anche nell’approccio musicale Pappano, nato a Epping (Essex) da genitori della provincia di Benevento, offre l’equilibrato connubio tra il rigore inglese e la passionalità italiana: “A volte mi riconosco più come italiano che come inglese”.

L’amore di Pappano è effettivamente molto italiano, è l’opera: “Credo che il canto sia una predisposizione naturale dell’essere umano”. Ma è anche uno dei pochi direttori ad avere a cuore la diffusione e la comprensione della musica contemporanea. Quando si trova a dirigere un pezzo dei giorni nostri, si rivolge sempre agli spettatori – interpellandoli con «caro pubblico…» – per illustrarne le caratteristiche salienti in modo da preparare all’ascolto. E poi non intende mollare la sua attività di pianista, la professione con la quale ha iniziato la sua vita musicale, accompagnando cantanti e strumentisti di livello in giro per il mondo: “Il pianoforte è il mio inizio; l’ho suonato ovunque, anche nei piano-bar”.
Maestro, martedì 24 marzo sarà insignito dall’Università di Roma Tor Vergata della laurea magistrale Honoris Causa in Musica e Spettacolo, grazie all’impegno che ha profuso negli ultimi dieci anni come direttore musicale dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia che, sotto la sua direzione, è stata votata tra le dieci migliori orchestre del mondo ed è entrata stabilmente nel circuito delle principali istituzioni musicali internazionali.

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Che frutti avete raccolto in tutto questo tempo di collaborazione?

“C’è una forte condivisione di emozioni, si è instaurata una grande fiducia. Ho scoperto un grande carattere dell’orchestra, una grande generosità e un gran senso di responsabilità che si mostra soprattutto in tournée e questa cosa mi commuove e mi ispira. Quando un’orchestra italiana va fuori è come un ambasciatore, poiché sono poche le orchestre italiane che viaggiano. L’orchestra ha fatto passi da gigante in questi ultimi anni; anche il livello dei direttori ospiti cresce, perché c’è una grande curiosità internazionale rispetto a questi musicisti”.

Londra e Roma, due città diverse e due pubblici diversi.

“Quella di Roma è un’arena sicuramente più vivace ma è molto leale, segue l’orchestra. A Londra c’è un grandissimo amore per il Covent Garden, per l’istituto, per l’idea. Io cerco di creare delle famiglie. Il pubblico è sempre meno diverso da come era prima, forse perché io sono il punto in comune”.

Come spiegherebbe al suo “caro pubblico” il ruolo del direttore d’orchestra?

“Un direttore d’orchestra è davanti a una macchina dove ogni persona ha una sua funzione; un direttore deve organizzare e creare una gerarchia musicale decidendo chi e quando è protagonista. C’è una compattezza comune da rispettare, fatta di ritmo e intonazione, ma dopo la musica è un racconto e un direttore deve avere qualcosa da raccontare, non solo una professionalità tecnica. È la capacità di raccontare e la forza espressiva che fanno la differenza”.

Quando vale la pena dirigere un pezzo contemporaneo?

“Quando lo si può ascoltare senza pregiudizi, cioè con l’emozione e non con la testa. Se il pezzo di deve capire, non è interessante, non funziona”.

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In Italia c’è una certa disaffezione al mondo dell’opera. Che futuro ha la lirica?

“In Italia c’è una combinazione di problemi di difficile soluzione. Esiste una questione di gestione dei teatri, l’organizzazione sindacale deve modernizzarsi. Poi c’è il governo che deve accettare la responsabilità di un patrimonio. Ci vogliono un lavoro di squadra tra sovrintendenti, direttori musicali e direttori artistici e poi la voglia di continuare a produrre. Produrre bene. I soldi non vanno spesi soltanto sui cantanti o sulle star, ma distribuiti adeguatamente sull’allestimento generale per creare un evento che non sia solo musicale, ma teatrale”.

E il pubblico? Ha cambiato gusti?

“In Italia c’è un po’ di snobismo, soprattutto da parte del pubblico più anziano, che è abituato a certe voci del passato e vorrebbe continuare ad ascoltare quelle. Ha ragione sul fatto che per ogni compositore ci vuole il cast adatto, ci sono interpreti ottimali per ogni repertorio, però il pubblico italiano è stanco e annoiato, vorrei che si svegliasse un po’; non sa accettare il nuovo. Compito dei teatri è imporglielo”.

E lei, cosa vuol fare ancora?

“Io faccio tantissime cose: sto suonando il pianoforte ancora di più, per me questo è importante. Sto girando un documentario sulle grandi voci del passato e del presente per la BBC. Preferisco condividere che insegnare”.

Federico Capitoni