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Tre concetti per una “didattica attiva”.

Uncategorized di Enrico Cogno

9 Aprile 2015

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In tema di apprendimento, ora che il mondo del lavoro richiede nuovi approcci, ritornano prepotentemente d’attualità i metodi della “didattica attiva”, quel processo di studio che ribalta il protagonismo dal docente al discente, coinvolgendolo e annullando la ricezione passiva e annoiante.
Tre parole dovrebbero guidare il modo di fare scuola e applicare questa tecnica: Andragogia, Motivazione, Rovesciamento.

Partiamo da andragogia. Andragogik è il termine coniato dal tedesco Alexander Kapp nel 1833, che ha trovato in Malcom Knowles il suo massimo esponente, con il quale si definisce l’insegnamento agli adulti. E’ basato sullo stesso etimo greco usato per il termine pedagogia, che indica, com’è noto, l’educazione dei fanciulli: ma, al verbo agein (condurre) sostituisce paidos (fanciullo) con andros (uomo adulto).

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Andragogico era l’approccio dei grandi maestri filosofici del passato (Aristotele, Socrate, Demostene, Lao Tsu, Confucio, che insegnavano agli adulti, non ai bambini) basando i loro metodi sul dialogo e sull’esperienza pratica. Le teorizzazioni dialogiche erano ricche di esemplificazioni, spesso basate su metafore; largo spazio trovavano gli approcci basati sulla soluzione dei problemi attraverso esperienze pratiche, facendo proporre ai discenti le possibili soluzioni, quello che oggi le scienze manageriali chiamano problem solving. Si attivava così lo spirito d’iniziativa dei discenti che apprendevano le nozioni attraverso un sistema basato sulla continua analisi del lavoro in corso d’opera. Poi, le prime scuole apparse in Europa nel VII secolo (che avevano come scopo principale l’indottrinamento ai dogmi della fede di monaci e sacerdoti) elaborarono metodologie diverse che ispirarono la pedagogia. Ne è derivata un’attribuzione all’insegnante della piena responsabilità delle decisioni riguardo ai contenuti, le modalità e la valutazione di tutto quello che è appreso.

Si noterà come, nella maggior parte dei sistemi di studio praticati in Italia, anche nei corsi post laurea e quindi diretti agli adulti, la didattica attiva sia largamente disattesa. Ma se l’approccio non è andragogico, forzatamente, è pedagogico: domandiamoci, allora. Ha senso trattare gli adulti come dei fanciulli? Un simile approccio lascia irrisolta la capacità pratica di affrontare e risolvere i problemi, creando quindi il fenomeno che oggi colpisce la maggior parte dei giovani al termine degli studi, quell’incapacità a svolgere una attività professionale senza un lungo periodo di addestramento, che obbliga ad aggiungere tempi di preparazione al non breve tempo dedicato agli studi.

Questa cattiva abitudine ci porta al secondo termine in esame: la motivazione.
Si è molto più motivati a sapere “come si fa una cosa” quando stiamo cercando di risolvere un problema e qualcuno ci fornisce lo stimolo giusto per risolverlo; per contro, l’interesse diminuisce quando, di questo know how, non se ne vede un immediato utilizzo. Nella didattica attiva è favorito l’uso del verbo volere al posto del verbo dovere.

Facciamo un esempio: se una persona legge, tranquillamente seduto in poltrona, un libretto d’istruzione con le regole per cambiare una ruota dell’auto in caso di foratura, si annoia e impara poco. Quando, durante un viaggio, forerà e dovrà realmente cambiare una ruota, non si ricorderà quasi nulla di quanto aveva letto sull’uso del cric e dei bulloni. Morale: nella didattica, bisogna fare conto di “forare subito la ruota delle auto dei discenti e obbligarli a cambiarla”, dando loro i consigli giusti. Lo impareranno per la vita. Insomma, come diceva Confucio, “se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio imparo”. Motivare le persone significa, anche, metterle nella condizione di voler fare, non di dover fare.

La terza parola, rovesciamento, è un po’ la chiave di volta di tutto il ragionamento. Anziché spiegare prima tutte le nozioni, basta rovesciare lo schema e assegnare subito un compito e, in corso d’opera, fornire le tecniche e i metodi per farlo realizzare dal discente. Una persona, se messa subito nella condizione di iniziare un’attività, assistito da un professionista, impara in modo attivo. D’altro canto, quello di essere buttati immediatamente nella mischia è esattamente quello che avviene nel mondo del lavoro. Come si faceva un tempo, “andando a bottega”.

La didattica attiva fornisce due risultati importanti: il primo, frutto di questa forte motivazione, è l’abbreviazione di tempi di apprendimento, che permette di svolgere in modo intensivo un programma molto vasto. Il secondo è quello di riprodurre una situazione simile a quella che si ritrova all’interno degli ambienti di lavoro.

Mettere all’opera gli studenti fornendo loro in corso d’opera le informazioni metodologiche necessarie per l’avanzamento del progetto attiva un sistema di motivazione all’apprendimento ben diverso da quello tradizionale.

L’esperienza che gli studenti ottengono realizzando sin da subito dei progetti pratici è insostituibile: individuare degli errori e correggerli è il modo più rapido per entrare in possesso dei metodi professionali. Il coinvolgimento regala emozioni. Essere resi protagonisti di un processo di apprendimento non fa sentire stanchezza e noia.

If You're Not Doing What you Love You're Wasting your Time sign

La fatica, come si sa, inizia quando quello che facciamo non ci piace più.

Enrico Cogno
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