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Orange Fiber, storia di un tessuto che non c’era e che fa bene (alla pelle e all’ambiente).

Uncategorized di Gabriella Chieregatti

13 aprile 2015

Non so voi, ma a me piacciono particolarmente le storie che hanno il potere di ispirarmi, che mi aiutano ad avere più coraggio là dove scarseggia, a vedere le cose da un punto di vista che non avevo considerato e magari, meraviglia delle meraviglie, mettono in moto connessioni sinaptiche nel mio cervello capaci di generare idee nuove per me, per quello che sto facendo o per la mia evoluzione personale, a maggior ragione se poi quelle idee, mie come di altri, hanno pure delle ricadute sulla vita di una moltitudine più o meno ampia di persone. Di questo è fatta, secondo me, la bella storia imprenditoriale di Adriana Santanocito, con un background in fashion design e Enrica Arena, esperta di comunicazione, che insieme hanno fondato Orange Fiber (www.orangefiber.it), una startup che è stata capace di dare vita a un tessuto cosmetico utilizzando gli scarti delle arance. Una storia che parla anche dell’amicizia di due studentesse fuorisede, di sogni, di innovazione e amore per l’ambiente e per quella splendida terra chiamata Sicilia, di lavoro di squadra. Una storia bella da raccontare e da comunicare, responsabilità e pane quotidiano di Enrica Arena che abbiamo incontrato nell’ambito del TEDxRoma 2015 dove Orange Fiber è stata presentata.

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Com’è nata l’idea di ricavare delle fibre tessili, dei tessuti dallo scarto delle arance?

L’idea è nata da Adriana Santanocito alla fine del 2012, lei stava terminando un percorso di studi alla Afol Moda, istituto della Provincia di Milano con corsi triennali in design. Lì è iniziata la sua passione per i materiali innovativi e soprattutto sostenibili, quindi ha individuato questo trend della moda sostenibile e dei nuovi materiali, ma anche delle possibilità di utilizzare delle tecnologie innovative per il tessile per rendere i tessuti intelligenti o cosmetici. Con il cuore rivolto alla nostra Sicilia, ha pensato di cercare là quello che le sarebbe servito per realizzare la sua idea, partendo dagli agrumi e cercando in letteratura cosa c’era di esistente per supportarla. Trovando delle basi, ha ipotizzato la fattibilità e in questo è stata aiutata dalla docente del Politecnico che la stava seguendo per la tesi, quindi Adriana, ad un certo punto si è trovata a scegliere tra uno stage in una casa di moda e un tirocinio al Politecnico, nel dipartimento di chimica, che era per lei al di fuori di quello che aveva fatto fino a quel momento e fuori dal programma che aveva pensato, ma è andata così e subito dopo ha depositato il primo brevetto italiano che poi è stato esteso a PCT internazionale. In un momento in cui le startup non erano ancora il fenomeno di moda che vediamo adesso, le è arrivato il suggerimento di partecipare a dei contest in cui idee progettuali partecipavano a una competizione per diventare un progetto di impresa. Ed è in una di queste presentazioni che Adriana mi ha coinvolto perché bisognava essere in due. Io stavo facendo e studiando altro, ma, essendo lei mia amica, vivendo insieme, ho deciso di aiutarla. Dopo qualche mese è arrivata la notizia che eravamo in finale, io nel frattempo mi ero proprio scordata della gara! In quella occasione non abbiamo vinto, ma subito dopo siamo state selezionate per una presentazione da fare a Barcellona per MedKed, un progetto europeo e lì non mi sono più potuta tirare indietro perché lo speech era in inglese e l’unica che lo sapeva ero io. La presentazione è andata molto bene e da quel momento ho iniziato a lavorare attivamente per il progetto. Nel giro di qualche mese abbiamo poi depositato il brevetto e costituito la società, grazie all’aiuto delle nostre famiglie, e poi abbiamo iniziato a raccogliere fondi per realizzare i primi prototipi di tessuto.

Quanto siete state visionarie e quanto determinate nel portare avanti un’idea che sulla carta poteva sembrare molto difficile da realizzare se non addirittura impossibile?

Essere visionari è stato l’inizio, è stata l’ispirazione, e lei è stata molto brava ad essere anche molto concreta, quindi a provare la fattibilità, a depositare il brevetto, a cercare di capire come questo potesse diventare un’idea di impresa. Quello che si dice sempre nel mondo delle startup è che le idee valgono tanto, ma non valgono niente perché le stesse idee, gli stessi progetti li troviamo in tanti paesi, in tantissime competizioni, quello che fa la differenza è la capacità di portare a terra quell’idea e di aggiustarla in base a quelle che sono le possibilità che quella startup ha. Quindi c’è stato questo mix tra l’idea visionaria e la capacità di aggregare competenze: noi lavoriamo con aziende italiane, con un’azienda spagnola, abbiamo creato una rete di professionisti che ci accompagna in ogni ambito, dal management aziendale, con un tutor di Trentino Sviluppo, e il legale, che è un nostro socio. Forse abbiamo avuto la lungimiranza di capire che per riuscire non potevamo farcela da sole. Le parole d’ordine sono state: fidarsi, affidarsi, questo ci ha permesso di andare più veloci, sennò per imparare tutto quello che c’è da sapere, ci avremmo messo molto di più.

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Orange Fiber ha da poco compiuto il primo anno di vita, a che punto siete nello sviluppo della vostra idea imprenditoriale?

Ad un anno dal primo finanziamento vero, abbiamo creato il primo prototipo di filato e di tessuto che abbiamo presentato a settembre 2014, nel frattempo abbiamo capito di cosa c’era bisogno a livello industriale, quindi abbiamo stretto una partnership con un trasformatore di agrumi in Sicilia, a Caltagirone, che sta riadattando il suo impianto grazie anche un bando del Ministero dello Sviluppo Economico. Abbiamo trovato gli altri attori della filiera che fanno le parti che non riusciamo a presidiare e perciò speriamo prima della fine dell’anno di presentare la prima collezione di tessuti e perché no, di capi.

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Che difficoltà avete incontrato e quali possono essere le prossime criticità?

Le difficoltà fino ad adesso sono state reperire le persone giuste che potessero aiutarci, quindi aggregare competenze, poi una volta trovate, potergli garantire che lavorando con noi avrebbe avuto una soddisfazione economica, la maggior parte delle persone che lavora con noi lo fa perché crede nel progetto. Noi riusciamo a sostenere dei costi, dei pagamenti che non sono competitivi rispetto alle grandi industrie. Quello dei fondi è stato un problema cruciale e lo è tuttora perché trattandosi di un processo industriale c’è bisogno di investimenti grandi, di impianti. Adesso, la sfida principale è capire come reagisce il mercato, noi speriamo bene, abbiamo delle manifestazioni di interesse dai brand di moda, ma è ancora un’incognita, fino a quando non vediamo quanti capi o quante metrature di tessuto vengono richiesti, e poi resta da capire quando questo processo diventerà economicamente più sostenibile.

Quali sono le caratteristiche del vostro tessuto?

È molto simile alla seta, è lucido, è drappeggiato ed è molto morbido. Quando è stato concepito, è stato immaginato come un tessuto capace di rilasciare dei principi attivi, dei principi cosmetici, sulla pelle. Quindi oltre ad essere bello da indossare farà anche bene, funzionerà come una crema cosmetica.

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Quale posto occupa nel vostro piano industriale, la comunicazione?

Nella nostra azienda come in tutte le aziende, soprattutto quelle appena nate, la comunicazione è fondamentale soprattutto per raccontare le proprie idee, creare emozione attraverso il progetto che si sta perseguendo, perché si riesce così ad aggregare le competenze e a creare quell’interesse senza il quale il progetto rischierebbe di fermarsi. Può capitare che un ricercatore ti scriva dopo un evento come questo (TEDxRoma 2015, www.tedxroma.com/2015) o qualcuno nella moda ti dica che possiamo fare delle cose insieme, quindi raccontare e raccontarlo nel modo giusto per noi, è stato fondamentale sia per trovare la strada migliore per realizzarlo, sia per svilupparlo.

Come lo state raccontando?

Me ne sto occupando io, avendo studiato comunicazione a suo tempo. Di recente abbiamo aperto il nostro blog dove raccontiamo gli eventi a cui partecipiamo o i nostri sviluppi, quindi in prima persona teniamo aggiornato chi è interessato, poi rispondiamo ai giornalisti, cerchiamo di creare interesse intorno a noi cercando di coinvolgere i nostri fan e follower su Facebook e Twitter, raccontiamo in modo interattivo.

Che tipo di feedback state ricevendo?

Ci sono due grandi filoni di interazione, uno è quello del grande entusiasmo per il progetto, della voglia di provare, di indossare, di avere addosso questa fibra, l’altro tema è: quanto ci vuole? Che è un po’ un corollario, perché se ne parla da tanto. Da fuori noi raccontiamo solo il bello e la parte stimolante della nostra avventura, per una precisa scelta: perché vogliamo essere di ispirazione per chi magari ha un’idea e cerca di perseguirla, perciò, non stiamo lì a lamentarci della burocrazia del credito Iva o di tutto quello che nella vita quotidiana dobbiamo affrontare. Questo fa sì che da fuori sembri una storia bellissima e la domanda che ci fanno è: perché non arriva, perché non posso comprarla? La risposta è che, vista la scala industriale del processo e la sua totale innovazione, i tempi possono solo essere stimati e l’imprevisto è sempre dietro l’angolo! Noi ce la stiamo mettendo tutta per dare presto una risposta con i primi capi e la prima collezione.

C’è qualcuno o qualcosa che vi ha particolarmente ispirato nel vostro modo di fare azienda?

L’ispirazione alla base del tessuto è la figura di Livia Firth che si è fatta portavoce della sostenibilità nella moda (www.eco-age.com/people/livia). Adriana aveva partecipato ad una sua conferenza dove lei disse che niente rende felici i designer come un nuovo materiale. Personalmente, vogliamo che il consumatore sia felice di possedere il nostro tessuto.

Ted’s speech Enrica Arena, Orange Fiber
TEDxRoma 2015

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“Grazie a tutti di essere a qui, vi parlerò di scienza di creatività e della mia storia, io sono nata a Catania 29 anni fa e l’ho lasciata a 18 anni perché avevo un sogno: volevo fare la differenza per un mondo migliore, ma ero confusa: socia del WWF, volevo lavorare alle Nazioni Unite, ho iniziato a studiare, ho vissuto un anno in Egitto, ho dedicato la mia tesi al Mediterraneo, sia ai flussi migratori sia alle opportunità che l’integrazione culturale e la diffusione delle idee avrebbero potuto dare per arricchire le nostre vite. Alla fine del mio percorso di studi, ho sentito che le opportunità che avrei voluto cogliere nella mia vita e nel mio futuro sarebbero arrivate dal Mediterraneo, non sapevo che nella mia vita sarebbe entrata Adriana. Adriana è catanese, ha 37 anni e circa sei anni fa ha deciso di venire a vivere a Milano per seguire il suo sogno: fare la moda, imparare a farla a Milano nel migliore dei modi, con un percorso di eccellenza. È entrata in casa, siamo diventate amiche e la nostra storia insieme è nata in modo semplice finchè un’altra protagonista non si è inserita, si tratta di un frutto, un frutto del Mediterraneo: l’arancia.

È stato divertente perché ieri a cena con gli altri speaker del Ted (provenienti da altri paesi del Mediterraneo, che era il tema di questa edizione, ndr) abbiamo chiesto: ma a voi l’arancia cosa vi pensare? All’Italia? Alla Sicilia? E in tanti rispondevano citando altri paesi: Tunisia e Egitto, ad esempio, dove questo stesso frutto viene prodotto.
Dunque, un’arancia, io e Adriana. Cosa c’entriamo io e lei così diverse e un frutto? Adriana stava scrivendo la sua tesi sui tessuti innovativi e si è imbattuta prima in una foto di un agrumeto siciliano dove le arance cadono a terra perché non vengono raccolte e, poi, in un amico agronomo che lamentava questo problema in Sicilia. Adriana si è posta una domanda: cosa poteva rappresentare questo per lei? Per la Sicilia, la terra che profondamente amava, da cui era partita, ma dove voleva tornare?
Lei voleva inventare un prodotto unico e innovativo per la moda e voleva crearlo dalle arance, quindi ha preso l’arancia, l’ha spremuta, ha preso le bucce, le ha messe sul termosifone, le ha fatte essiccare ed è entrata in un laboratorio di chimica dei materiali del Politecnico di Milano grazie all’aiuto di una docente. No, dico, io avevo paura a farla stare in cucina e lei è andata con le provette in un dipartimento di chimica e lì è successo che è riuscita a provare la fattibilità della sua idea, cioè: si poteva fare! Un filato a partire dagli agrumi.

Lì ha deciso di diventare imprenditrice, non solo di depositare un brevetto e venderlo o trovare qualcuno che lo realizzasse, ma di aggregare intorno a quest’idea le persone, le risorse, perché il suo sogno diventasse realtà e in questo viaggio, mi ha coinvolta, mi ha chiesto di raccontare questa storia, perché, disse: “bisogna essere almeno in due perché sia credibile”. E così ho smesso di fare quello che stavo facendo e ho provato a raccontare questa storia in cui ho iniziato a credere, tantochè che quest’anno la nostra azienda ha chiuso il suo primo anno di attività, abbiamo raccolto dei fondi e siamo state particolarmente felici e emozionate quando dallo scarto di agrumi siamo riusciti a ottenere della cellulosa da cui abbiamo ottenuto il primo filato al mondo dagli agrumi.
Si può fare.

A quel punto ci siamo dette: ”Vogliamo fare il filato o cos’altro?”. Abbiamo così deciso di fare un tessuto destinato alla moda, quindi un tessuto che assomigliasse alla seta, che potesse essere utilizzato dai brand di moda e che fosse utile anche per il consumatore, e che quindi, per chiunque lo indossi, rilasciasse dei principi attivi benefici naturali che dessero ancora più soddisfazione.

Ora, voi magari, vi chiederete: dove le prendiamo le arance? Quello che abbiamo scoperto in questo anno da imprenditrici, alla ricerca delle eccellenze italiane, alla ricerca di fondi, è che l’industria della spremitura delle arance genera ogni anno, solo in Italia, 700.000 tonnellate di sottoprodotto che va smaltito Ci sono, per questo, metodi legali e illegali, di base c’è un problema. Noi recuperiamo questo scarto. Siamo state accettate in un impianto di trasformazione industriale dove stiamo modificando una linea di produzione, per non movimentare questo scarto, e estrarre da lì la nostra materia prima. Il messaggio che noi vogliamo portare non è solo legato all’innovazione e all’imprenditoria, ma è anche un messaggio di sostenibilità e la moda, che influenza il nostro modo di fare e di essere e di mostrarci agli altri, deve essere il veicolo, di come la sostenibilità deve entrare a far parte delle nostre vita. Quindi per noi la creatività è stato un modo di coniugare stile, innovazione, funzionalità e rispetto per l’ambiente.

Visto che sono qui a parlarvi di tradizione e innovazione vi vorrei salutare con l’immagine di un giardino pantesco, si tratta di una costruzione in pietra lavica a Pantelleria che circonda un albero centenario di agrumi risalente a circa 3000 anni fa, perché le condizioni climatiche di quell’isola hanno fatto sì che gli abitanti per avere quei frutti e per far sì che la pianta non soccombesse all’aridità e alla siccità, hanno inventato questa fortificazione o l’hanno importata, perché pare possa essere un modello di origine araba, per proteggere gli agrumi L’albero che vedete è un albero secolare della tipologia Portogallo, l’origine delle arance è un po’ controversa c’è chi dice venga dall’Asia chi dalla Persia, sicuramente è un frutto del Mediterraneo. Ecco, questo, secondo me, simboleggia come l’intelletto degli esseri umani si è dovuto fino ad oggi adattare alla natura per soddisfare i propri bisogni e come noi oggi ci troviamo di fronte a un’altra sfida, quella di utilizzare il nostro intelletto e la nostra creatività per creare dei bisogni che proteggano l’ambiente, che salvino la nostra natura e questo è quello che noi abbiamo fatto partendo da quello stesso frutto e dal cuore del Mediterraneo.”

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Gabriella Chieregatti

Gabriella Chieregatti

Giornalista, dopo lunghi anni passati a lavorare in radio, prima a Torino e poi a Roma, è ora libera professionista nel campo più ampio della comunicazione e della creazione di eventi. Appassionata di musica, innovazione, running e food, compra spesso libri di crescita personale e fisica quantistica. Pendolare sulla rotta Roma - Torino - Roma, ha fatto del nomadismo una cifra esistenziale e mentale, sempre alla ricerca di nuove fascinazioni e terre da esplorare.
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