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Mad Max, what a lovely day!

Film di Chiara Ribaldo

29 maggio 2015

My name is Max. My world is reduced to a single instinct: Survive. As the world fell it was hard to know who was more crazy. Me… Or everyone else.”

Dopo molta strada, dopo il dramma familiare L’olio di Lorenzo, con Susan Sarandon e Nick Nolte, e le commedie animaliste per cuori teneri Babe – Maialino coraggioso ed Happy feet, George Miller torna a casa, in mezzo alla polvere e al metallo, nelle outback australiane, dove finisce il mondo e inizia la disperazione. Torna proprio lì dove ci aveva lasciati nel 1985 con l’ultimo capitolo della trilogia distopica Mad Max, sul guerriero della strada Max Rockatansky, ex poliziotto della Main Force Petrol, ex marito, ex padre, ex umano, interpretato da un giovanissimo Mel Gibson, prima della sua deriva antisemita e alcolica. Quella di Max è un’Odissea senza ritorno ad Itaca, un viaggio segnato dalla barbarie, dalla perdita e dal sacrificio estremo. In pieno edonismo reaganiano Miller ci consegna una storia distopica e disturbante, il rombo dei motori sulla terra rossa squarcia il velo di Maya, la realtà del day – after è spaventosa.

Mel-Gibson-è-Mad-Max
Mel-Gibson-è-Mad-Max

Mad Max, The Fury Road è uno straordinario reboot, come si definisce in gergo il riavvio di vecchi prodotti culturali, di quelle stesse atmosfere post-apocalittiche e selvagge, quel medioevo postmoderno in cui antico e futuribile si combinano generando mostruosità di ogni sorta, orribili freak partoriti da una Terra malata rimasta senza acqua, senza petrolio, senza dio. Il domani è una maledizione per tutti, schiavi e padroni, cani sciolti e soldati, nessuna speranza, nessuna opportunità. Si sopravvive aspettando la morte, in silenzio o storditi da decibel di rock duro. Quello che siamo stati resta nei rottami di vecchie auto, negli stracci che un tempo furono abiti, nei flashback dolorosi, più simili a terribili allucinazioni post traumatiche, nel sangue che scorre ancora sotto i brandelli di pelle.

Tom Hardy e Charlize Theron sono i protagonisti di questo nuovo capitolo, bellissimi nonostante il grasso sulle loro facce, nonostante le museruole e i bracci meccanici. Il Pazzo e la Furiosa scorrazzano per il deserto su un enorme tank trasportando benzina e quattro donne, dee con sembianze umane, mogli prescelte dall’orco tiranno, Immortan Joe, per partorire umani sani, eredi prescelti della follia. Stride il loro candore, le vesti bianche, i lunghi capelli sciolti, con la pece delle notti e le teste rasate dei Figli di Guerra, un esercito di giovani barbari, kamikaze senza alcuna causa,  dementi teppisti alle loro calcagna. Gli uomini sono la morte, le donne l’unica possibilità di redenzione. A ben vedere una storia così virile è anche profondamente femminista. George Miller immagina, infatti, delle amazzoni non più giovanissime su vecchie triumph, come depositarie della memoria di un tempo che fu, custodi del presente ed esempio per il futuro.

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Inutile dire come finisce e, in fondo, non importa. Quello che conta sta nel mezzo, nei roboanti e lunghissimi inseguimenti, nei tamburi e nella chitarra assordante di iOTA, musicista australiano che ha curato la colonna sonora e che se ne sta appeso per tutto il film a corde elastiche su un enorme carro da guerra, nelle coreografie della battaglia ispirate agli acrobati del Cirque du Soleil, nell’agorafobico set tra Africa, Australia e Sud Africa, nella fotografia del premio Oscar, John Seal, che alterna sapientemente toni caldi e saturi ad una luce freddissima. I dialoghi scarni, le poche battute infilate tra una pausa e un’altra, servono solo a prendere fiato, poi di nuovo chiasso, tanto rumore, ma non per nulla, per parafrasare il Bardo.

iOTA-Mad-Max-Guitarist
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The Fury Road è un film estremamente onesto, che abusa di effetti speciali certo (quelli che Miller allora e con un budget di appena 200 mila dollari non poté usare), ma di nessun trucco. Non chiede nulla allo spettatore se non la totale adesione al mondo fittizio che è stato costruito, un abbandono senza riserve alla storia, sì la storia, ridotta ai minimi termini, un mero pretesto, il più antico da quando il cinema esiste, per salire sulle montagne russe e godersi il divertimento. Chi vuole vedere altro, chi si aspetta altro non dovrebbe andare in sala.

Alla fine, si rimane storditi, divertiti, inquieti. Gli occhi, le orecchie sono spossati, come se fossimo stati lì anche noi a respirare sabbia, attaccati alle casse di iOTa, tenuti per la catena, a testa in giù, impietriti di fronte alla carne deformata del vecchio Joe e dei suoi fratelli, malinconici come Max. Ecco, questo è il cinema, soprattutto, un’esperienza estremamente fisica, carnale, di sensi ancor più che di testa.

Chiara Ribaldo

Chiara Ribaldo

Frammenti, sequenze, insoliti movimenti di macchina, dialoghi serrati, volti sacri e bellissimi, il grande schermo e i tanti molteplici schermi virtuali della Rete. Questo è il mondo di Chiara praticamente da sempre – , un dottorato e una laurea in Scienze della Comunicazione alla Sapienza di Roma e tanti, tantissimi lavori dentro e fuori il mondo accademico. Scrive di cinema per la rivista Quaderni d’Altri Tempi. Si interessa di web cinema, industria culturale e sociologia dell’audiovisivo. Per sopravvivere a questo tempo così cupo fa più lavori e usa scomodare il vecchio Tolstoj “Il segreto della felicità non è di far sempre ciò che si vuole, ma di voler sempre ciò che si fa”.
Chiara Ribaldo