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Intervista a Elena Braghieri: la forza dell’autenticità.

Uncategorized di Gabriella Chieregatti

27 luglio 2015

Nelle increspature del mare magnum dei social, capita a volte di imbattersi in persone che, con un originale senso estetico e un sapiente storytelling della propria vita, emergono con quel guizzo che le fa diventare un punto di riferimento, una boccata d’aria fresca in quel mare che è sì terra promessa e ricca di opportunità, ma dove, spesso, si sversa lo psichismo mefitico di tanti. E’ il caso di Elena Braghieri, blogger e fotografa di Milano, dalla personalità spiccata e in continua evoluzione. Ha da poco raggiunto i 50 mila follower su Instagram, un seguito costruito grazie all’autenticità, a passioni contagiose come la moda, la corsa, la fotografia di street-style e un racconto di sé, dove anche gli affanni della vita diventano motivo di ispirazione, soprattutto per tante donne. L’abbiamo intervistata per capire come si comunica una normalità molto speciale come la sua; come far convivere una dimensione online con quella offline, come si diventa un brand e una influencer. Così, le abbiamo chiesto un’opinione sulla responsabilità sociale e educativa di chi ha un grande seguito, e su come sta evolvendo il fenomeno delle fashion blogger.

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Nella bio di Instagram ti presenti come “contemporaneamente bionda e laureata in matematica”. Hai creato hashtag di successo come #thevertigoway. Hai spinto molte ragazze al running, che hai sempre praticato con l’immancabile rossetto rosso e smalto. Hai ispirato tantissime persone con i tuoi outfit originali condividendo momenti di tristezza e solitudine, ma anche amore per la vita, per Favignana e Milano. Come nasce il tuo stile e questa cifra così autentica?

La mia spontaneità è un mio tratto, che però non applico durante il mio lavoro di project manager, qui mi è richiesta una serietà e un rigore che non mi permette di dare sfogo alla mia creatività e alla mia esuberanza, aspetti che invece trovano una collocazione nei social, in maniera spesso inconsapevole. Sono partita nel 2009 con catching instants, il mio blog dove mettevo soprattutto foto di street-style. Allora eravamo in pochi a farlo, e piano piano sono passata da dietro l’obiettivo a starci davanti, fino all’arrivo di Instagram, 4 anni fa, che mi ha aperto un mondo. Questa grande passione per la fotografia era quasi una seconda occupazione, lavoravo infatti per alcune agenzie fotografiche, come a esempio Getty Images. Grazie a Instagram ho unito l’aspetto social, potendo così condividere con altre persone le cose che vedevo: questo ha determinato una progressiva diminuzione dell’attività sul blog, dove ormai scrivo, più o meno, una volta al mese, quando di solito non mi bastano Instagram o Facebook per dire quello che ho da dire. Non è il canale sul quale punto, di fatto è diventato un po’ il raccoglitore dei momenti salienti.

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Per più di tre anni sei stata una It-girl per Grazia.it, un’esperienza molto importante nel tuo percorso, è così?

E’ successo molto per caso, io avevo già un account su Instagram e a settembre 2011, Grazia è partita con questo progetto molto innovativo e molto originale del portale di moda e bellezza, con la sezione delle It-girl. Gli altri che sono venuti dopo, secondo me, hanno cercato di imitarlo ma senza riuscirci, e c’era questo gruppo: una decina di ragazze che con l’account grazia.it, raccontavano la loro vita. Io sono arrivata dopo aver partecipato ad un evento pubblicitario del settimanale e lì mi hanno chiesto di diventare It-girl portando le foto che già facevo. È stata una bella spinta, lo ammetto, ma se non hai una storia da raccontare può non bastare per avere un seguito. A febbraio di quest’anno, la collaborazione è finita: è giusto dare spazio alle persone nuove, perché altre ragazze abbiano questa opportunità e perché io ormai avevo costruito un bel network; ero diventata un brand, anche grazie alla corsa. Sono stata infatti una delle prime in Italia a fare storytelling sulla corsa, un aspetto che ha contribuito a rendere unico il mio percorso e la mia presenza sui social, dopo essere partita dalla moda, dove a volte mi è capitato che mi guardassero come una sfigata solo perché facevo uno sport popolare. All’inizio ero un po’ “invasata”, ma, tempo un anno, e quelli del mondo della moda si sono messi a correre e io ho quasi smesso, o perlomeno, ho cambiato il mio modo di raccontarlo, così com’era successo con lo street-style, perché la mia natura anticonformista mi chiede sempre di fare qualcosa di diverso quando tutti fanno la stessa cosa. Distinguersi è fondamentale, nel mio piccolo sono riuscita ad avere 50k followers senza essere una celebrità. In questo senso, un altro esempio di blogger potente, capace di emergere, è Eleonora Carisi, lo vedi da come indossa i vestiti: li interpreta, non è un manichino.

Instagram sembra essere il tuo canale social prediletto.

Instagram mi è piaciuto subito perché privilegiava la fotografia, una passione che mi è stata trasmessa da mio padre fin da piccola. Alle elementari ero l’unica bambina che aveva una macchina fotografica, una piccola compatta che lui mi aveva regalato. Questo ha fatto sì che sviluppassi una certa sensibilità rispetto a questo mezzo di comunicazione. Poi, grazie a Instagram, sono successe molte cose: ho conosciuto persone, mi sono pure fidanzata. E’ stata una grande occasione per condividere, anche perché per natura non sono gelosa delle mie conoscenze, del mio network e quello è uno dei modi migliori per farlo.

Quanto tempo dedichi quotidianamente alla gestione dei canali social?

Durante la settimana ho un lavoro a tempo pieno in un’azienda quindi durante il giorno non lo faccio, mi ci dedico un po’ la mattina appena sveglia, prima di andare in ufficio, e la sera dopo le 18, mentre durante il fine settimana ci sto davvero tanto tempo!

In questo tuo percorso evolutivo, ho notato di recente un distacco dal mondo del fashion, in particolare dal quel rito off dell’arrivo alle sfilate degli addetti ai lavori e degli appassionati, che ha dato lo spunto ad un vero e proprio filone di comunicazione di street-style, con tanto di profili monotematici come japerdumaveste o le21eme. Perché ti sei allontanata da quello che a volte sembra più un luccicante circo mediatico che altro?

La situazione, secondo me, è degenerata: fuori dalle sfilate, a Milano, ultimamente ci sono più fotografi che fotografati, tutti fanno street-style; ancora una volta ho sentito che era arrivato il momento di cambiare: manca l’autenticità. Sette anni fa, quando ho iniziato io, i look di street-style per assistere alle sfilate erano sì studiati, ma si potevano replicare, ed erano persone che spesso mi ispiravano. Emblematico fu, un giorno, l’outfit di Viviana Volpicella che si presentò a una sfilata di Dolce e Gabbana con un bellissimo abito giallo, le scarpe di Fendi e la borsa di Céline. L’abito era di Zara e il giorno dopo era sold-out, ecco, questo per era me lo street-style: catturare dei look che si potessero comunque replicare. Adesso non è più tanto così, per colpa di noi fotografi che diamo visibilità, e anche degli uffici stampa che ci marciano un po’ sopra, il tutto a discapito dell’autenticità.

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La presenza di blogger e influencer di vario calibro sembra ormai imprescindibile nell’ambito della comunicazione, e nel campo della moda, non sono mancate le polemiche e le contestazioni sull’uso di queste figure, a volte ritenuto improprio, come quando poco tempo fa, Vivienne Westwood, stilista, icona punk della moda, decise di avvalersi della presenza di Chiara Ferragni; o quando un personaggio come Kim Kardashian finisce in copertina su Rolling Stone, assurgendo a icona rock: ecco, siamo nel pieno di una bolla speculativa del fenomeno? Come evolverà secondo te?

Difficile fare previsioni. È un mondo che cambia molto velocemente. Posto che in questo mondo c’è posto per tutti, alla fine sopravvive chi ha la capacità di adattarsi facendolo magari in modo veloce. E poi io sono sempre più convinta che l’autenticità paghi, anche sul lungo periodo. Io sono partita dal mondo della moda, poi ho cominciato a raccontare pezzi della mia vita, la vita di una persona normalissima con un lavoro normale, che non ha particolari disponibilità economiche, che quindi si accontenta di rimanere a Milano nei weekend, che va in vacanza ad agosto, che magari ti parla fino allo sfinimento della sua passione per Favignana, con tante foto. Personalmente, credo di avere la capacità di farti vedere la parte speciale della mia vita comune e io vedo che questa formula, che è assolutamente spontanea, alla fine, è vincente, perché le persone che mi seguono hanno bisogno di immedesimarsi, vogliono vedere che faccio le cose che fanno loro, più altro da cui prendere spunto. Il risultato è che sono più efficace quando devo promuovere dei prodotti di alcuni brand con cui collaboro. Un aspetto che, a seconda delle strategie aziendali, mi fa essere scelta da un marchio piuttosto che un altro.

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A volte si ha la sensazione che, nell’evoluzione del costume, spesso le blogger abbiano preso il posto delle veline, con il fidanzato non più calciatore ma fotografo, e come le veline ai tempi queste figure sono molto seguite e emulate dalle ragazze molto giovani. Come valuti la loro funzione sociale e pedagogica, che, volente o nolente, esiste?

Molto dipende dall’età anagrafica e io ho quasi 40 anni. Diciamo che la maturità è la discriminante, perché ti permette di dosare la tua presenza e i messaggi che tu lanci, si ha un po’ più di accortezza nello scrivere certe frasi o pubblicare certe foto. Nella mia fascia di età, una che secondo me fa un ottimo lavoro, è Filippa Lagerback, una donna che ha una vita sì fatta di lavoro, ma anche di natura e di sport. Lei è una grande appassionata di bicicletta, quindi racconta i suoi percorsi e i luoghi che frequenta con la bici; è attenta a dare dei messaggi positivi, perché sia lei che io ci rendiamo conto di essere un modello. Ad esempio ho notato che, ultimamente, un’icona planetaria come Chiara Ferragni ora viene molto criticata e insultata dai follower per la sua magrezza, cosa che magari non avveniva qualche anno fa.

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Ecco, come vivi il fenomeno degli hater?

Non ne ho tantissimi, ma, soprattutto su Instagram, non ci metto molto a mandarli a stendere: io non vendo una vita da sogno, quindi la gente è meno invidiosa, anche se, pure io, ne ho avuta una in particolare che ha cercato di rendermi la vita impossibile e adesso spero non si faccia più viva, ma in generale ho più supporter che hater.

Cerchi molto il contatto offline con i tuoi follower, la corsa, in particolare, è stata l’occasione per incontri e allenamenti insieme alla tante ragazze che ti seguono culminata con la creazione del Team Braghy: com’è andata?

Io non credo che il mondo web sostituisca il mondo reale, quello è un bel trampolino, ma io, come persona, ho bisogno del calore umano. Quella è stata una bella esperienza, nata molto per caso, che è diventata l’occasione per coinvolgere persone. Alla We Run Milano di Nike avevo nel Team Braghy 77 iscritte, un piccolo risultato per me molto importante, bello, e quando mi hanno chiesto perché lo facevo, di correre, motivare e allenarmi con loro, io ho risposto che la corsa mi procura molta gioia e far scoprire ad altre persone questo strumento è molto più gratificante e amplifica quella felicità.

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L’ultima protagonista in questo tuo percorso evolutivo ed estetico, e di storytelling, sembra essere Milano, che è prepotentemente in primo piano nella vita del paese anche grazie a Expo e a tutto il suo corollario, perché questa scelta?

Quanto la amo! Era bella anche prima dell’Expo, ma io sono innamorata di Milano, che non è la mia città, io infatti sono nata a Codogno, (località del Basso Lodigiano, ndr) e fino a 30 anni ho fatto la pendolare. Milano è una città che può sembrare fredda, inospitale, ma io penso che tutto dipenda da come la si affronta, come, d’altronde, si affronti ogni cosa della vita. Probabilmente sono riuscita ad avere l’approccio giusto, ora poi con l’Expo è meravigliosa, estremamente viva, ogni sera c’è qualcosa di bello da fare, il programma culturale è ampio e ricchissimo, spero che non si esaurisca tutto con l’Expo.

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Gabriella Chieregatti

Gabriella Chieregatti

Giornalista, dopo lunghi anni passati a lavorare in radio, prima a Torino e poi a Roma, è ora libera professionista nel campo più ampio della comunicazione e della creazione di eventi. Appassionata di musica, innovazione, running e food, compra spesso libri di crescita personale e fisica quantistica. Pendolare sulla rotta Roma - Torino - Roma, ha fatto del nomadismo una cifra esistenziale e mentale, sempre alla ricerca di nuove fascinazioni e terre da esplorare.
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