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PAROLE AL VENTO. Storytelling

Uncategorized di Enrico Settimi

10 dicembre 2015

È la “parola nuova” per eccellenza della asfittica scena politica italiana, in cui di politica – come emerge dalle argomentazioni nei talk show serali e negli editoriali dei giornali filogovernativi – ce n’è poca. Ed ecco che a coprire il vuoto, spunta, come un’infezione in una ferita, lo Storytelling:  alla lettera significa “raccontare una storia”, ma nella sua accezione ampia vale “descrivere un orizzonte generale verso cui un dato o una decisione politica tendono”. Ne parlava in modo acuto questa estate Wittgenstein.

È una prassi che deriva dall’ideologia della nostra epoca, il marketing: ad un certo punto, più o meno all’inizio degli anni sessanta, quando il mercato degli elettrodomestici iniziava a maturare nel mondo occidentale, si è capito che non era più possibile vendere merce sulla base di esigenze reali, né di desideri – in genere il desiderio umano non contempla nella gran parte dei casi il secondo televisore, o cibo confezionato, o scarpe di gomma di cattiva qualità prodotte da schiavi – e che la motivazione all’acquisto dovesse essere mossa inserendola in un orizzonte artificiale che la giustificasse.

Così cui i vari marchi hanno iniziato a proporsi come “portatori di una visione del mondo”, “portatori di valori”. Ecco, lo storytelling è sostanzialmente questo: inventare un mondo che non c’è, per vendere qualcosa. Così, in politica come nel marketing lo storytelling è necessario  quando manca una necessità materiale alle azioni o ai prodotti. Pensate ad esempio ad un modello di sneakers che costano alla produzione 4 euro e 180 al dettaglio. Oppure a nuove politiche neoliberiste che svincolino i capitali e devastino ulteriormente il wellfare state. Per raccogliere consenso a cose del genere bisogna inventare una storia. Una delle regole cardine che fanno del racconto di storie un’attività umana dignitosa è mettere in discussione i fini delle azioni.  Il fine, nel caso di una azienda è il profitto, di una classe dirigente il consenso. Fine della storia. E fine della dignità dello storytelling. Che a questo punto può essere tradotto – più correttamente – in “Raccontare storie”, nel senso di mentire.

Cover: Giulia Antonicelli

Enrico Settimi

45 anni, è nato ad Ancona e vive tra Roma e Torino, è sposato e ha due figli. È laureato in filosofia, anche se non ha ancora ben chiaro su cosa ha fatto la tesi. Sa scrivere e raccontare storie (in vari sensi) ed è grazie a queste qualità che si guadagna da vivere. Di mestiere fa il copywriter.
È coautore della sceneggiatura del film “Acqua di Marzo” di Ciro de Caro (è stato presentato con discutibile fortuna alla sagra del cinema di Roma). Ha collaborato come autore e regista al documentario “L’Italia dei Longobardi”, prodotto da Archeoframe, il laboratorio di comunicazione dei beni archeologici della IULM di Milano.
Ha scritto il testo per l’istallazione su Costantino in occasione dei 1700 anni dall’editto di Milano.
Tra i suoi documentari (per Fox, Istituto Luce, Rai, Mediaset), “La lambretta – ascesa e caduta di un miracolo italiano” “Seveso la tragedia del silenzio” prodotto da Wilder per Rai. È stato consulente Fox per la localizzazione in Italia di prodotti documentaristici americani presso History Channel.
Per Studio Universal ha ideato e realizzato numerosi prodotti televisivi, tra cui la produzione “Hollywood al D-Day” featuring “Il D-Day di John Ford”. In precedenza, tra le altre attività si è occupato delle ricerche per la realizzazione dell’archivio storico audiovisivo della sede RAI di Gerusalemme. E’ stato cronista per Radio Città Futura, Radio Popolare, autore di documentari storici radiofonici (“Cile 1998, l’oblio della democrazia”).
Enrico Settimi

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