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2015. Diario alternativo
di un anno in musica

Uncategorized di Elisabetta De Ruvo

16 Dicembre 2015

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Siamo agli sgoccioli. Pochi giorni e anche il 2015 verrà archiviato del tutto come ulteriore tempo che ci lasciamo alle spalle. Un 2015 che è stato meraviglioso e spaventoso allo stesso tempo.
Nuovi gruppi, nuovi album, belle reunion, poi la morte ha aggredito anche questo mondo bellissimo. Perché non potremo mai dimenticare cosa è successo al Bataclan di Parigi a metà novembre, perché la rudezza della realtà ha provato ad annientare La Passione, ma noi siamo ancora qui a parlarvi della bellezza che invece ha abbracciato un anno ricco di nuove note e solide certezze.
In virtù di questo, quindi, facciamo il piccolo viaggio tra quello che c’è piaciuto di più quest’anno, che ci ha colpito, che probabilmente entrerà nelle nostre playlist negli anni futuri.
E magari, chi lo sa, potreste anche trovare l’idea giusta per i regali natalizi.

Questo è stato l’anno di bei ritorni: Tame Impala, Verdena, Foals, Deerhunter, Sufjan Stevens, Blur.
E’ stato l’anno di belle conferme: Ought, The Soft Moon, Gaz Coombes, Calcutta, Unknown Mortal Orchestra, Versailles, Alabama Shakes, Iosonouncane. Ma anche le novità non ci hanno deluso: Viet Cong, Natalie Prass, The Quincey, Algiers. Per non parlare di alcune reunion: Sleater-Kinney e Ride, se non altro per quel che riguarda i live.
Ovviamente si tratta solo dell’infinitesima punta dell’iceberg delle produzioni di quest’anno. Affidata  al numero degli ascolti appassionati di chi scrive, ovvio, ma anche dettata dal fatto che, volendo scrivere di centinaia di titoli, poi non se ne ricorderebbe nessuno. Ma andiamo con ordine.

Dopo un paio di Ep che hanno creato curiosità e aspettative, a gennaio è uscito l’omonimo (Jagjaguwar – Flemish Eye, 2015), primo album ufficiale dei Viet Cong, band canadese. Suoni cupi, accellerati, figli di un post-punk rielaborato dal math. Ipnotici, coerenti, hanno dato grosse soddisfazioni anche dal vivo.

Genere totalmente diverso anche per un’altra novità assoluta da Portland, ovvero Natalie Prass, il cui album, anch’esso omonimo (Spacebomb – Caroline, 2015. Ascolta “It is you“, ha offerto agli affamati di musica nuova, la rivisitazione di un pop orchestrale, di stampo hollywoodiano e ha addolcito con la sua voce le fredde giornate di un anno che si accingeva a cominciare.

Ma gennaio ha sancito il ritorno di Gaz Coombes, ex leader dei Supergrass, con il suo secondo album: “Matador” (Hot Fruit, 2015. Ascolta “Detroit“), a confermare il talento pop, dalle venature lievemente acide, esaltato da una declinazione vocale più che mai distintiva.

Gli italianissimi Verdena invece hanno chiuso il mese, uscendo con “Endkadenz Vol. 1” (Universal, 2015. Ascolta “Puzzle“), primo capitolo di un lavoro doppio, evoluzione della svolta psych-pop già intuita in “WOW” del 2011.

 

Mentre febbraio è servito fondamentalmente a familiarizzare con le prime nuove note dell’anno, e ad esaltarci per le notizie sul ritorno delle riot girls Sleater-Kinney e degli shoegazer Ride sui palchi, l’aria frizzante di marzo ha dato respiro a ulteriori nuove e convincenti produzioni.

The Soft Moon, con “Deeper” (CapturedTracks, 2015), new wave ed elettronica mista al jungle, ovvero uno degli album più potenti di questi mesi.

Sufjan Stevens, con “Carrie & Lowell” (Asthmatic Kitty Records, 2015. Ascolta “Should Have Known Better“), disarmante racconto di una storia d’amore, come solo l’artista statunitense poteva offrire nei suoi suoni semplici.

Iosonouncane, al secolo Jacopo Incani, Con “Die” (La Famosa Etichetta Trovarobato, 2015. Ascolta “Stormi“), acclamato come uno degli album dell’anno nell’ambito indipendente italiano.

L’attesissimo nuovo album dei Blur, “The Magic Whip” (Parlophone, 2015. Ascolta “My Terracotta Heart“) è saltato fuori ad Aprile, anticipato da un paio di singoli nelle settimane precedenti che hanno dato adito a innumerevoli critiche e a molteplici conferme di amore assoluto per una delle band pietre miliari del brit-pop.
Mentre, ad allietare le giornate degli amanti di un rock quasi più classico, yankee-roots, hanno pensato gli Alabama Shakes, col nuovo “Sound & Color” (Rough Trade, 2015. Ascolta “Sound & Color“).

A maggio finalmente l’aria ha iniziato a scaldarsi di nuovo, ed è in questo mese che gli Unknown Mortal Orchestra hanno deciso di uscire con “Multi-Love” (Jagiaguwar, 2015. Ascolta “Multi-love” ), groove coinvolgente ricco di texture dance anni ’70.

La bombetta di giugno è stata invece rappresentata da un nuovo progetto, gli Algiers, usciti con un primo album omonimo (Matador, 2015. Ascolta “Black Eunuch“). Post-punk, gospel, chitarre hendrixiane e un leggero tocco d’elettronica: un mix che ha fatto sgranare gli occhi a molti.

Luglio è stato il mese dell’inizio ufficiale dei grandi live estivi e dei festival giovani che crescono bene. Mi riferisco soprattutto al Lars Rock Fest di Chiusi, la cui line up ci ha letteralmente regalato, tra gli altri, The Soft Moon e Unknown Mortal Orchestra, e il Siren Fest di Vasto, “solo” alla seconda edizione, ma già assolutamente internazionale, che ha visto avvicendarsi sul palco James Blake, Jon Hopkins, the Pastels, Sun Kil Moon, Is Tropical, Gazelle Twins, giusto per citarne alcuni oltre alla crema delle produzioni italiane come Iosonouncane, Colapesce, La Batteria e i Verdena, sempre per citarne solo alcuni.
Anche i Tame Impala sono usciti a luglio, quest’anno, con “Currents” (Universal – Modular, 2015). Anticipato all’inizio dell’anno dal singolo “Let It Happen” era ormai quasi chiara una svolta verso il pop, rispetto alla psichedelia a cui ci avevano abituato con le produzioni precedenti. Ma c’è pop e pop e gli intarsi di groove anni ’70 fusi a basi insospettabilmente elettroniche hanno solo sancito la maturità e la crescita del genietto australiano Kevin Parker, che tendenzialmente non ha mai paura di mettersi in gioco.

Sul finire delle vacanze estive i Foals hanno reso meno odioso ogni tipo di rientro alla vita di tutti i giorni con “What Went Down” (Warner Music, 2015. Ascolta “What Went Down“), coerenti e innovativi, ormai sono loro i cavalieri del math-rock, nel vasto ed eterogeneo mare della musica pop.
Mentre i Verdena, in barba a tutti i consigli degli addetti ai lavori, hanno finalmente svelato “Endkadenz Vol.2” (Universal, 2015. Ascolta “Identikit“, forse un po’ meno immediato del primo volume, ma apprezzato ed odiato quasi di più.

Quest’anno, a settembre, sono tornati anche gli Ought, giovani, professionali, talentuosi canadesi, che quasi a sorpresa sono usciti con “Sun Coming Down” (Costellation Records, 2015. Ascolta “Men For Miles“), una conferma dopo “More Than any Other Day”, che ha permesso loro di calcare i palchi di tutto il mondo nel giro di un anno o poco più.

Quando finalmente è arrivato ottobre in molti sono andati in fibrillazione. I Deerhunter hanno finalmente tirato fuori “Fading Frontier” (4AD, 2015. Ascolta “Snakeskin“). Sempre coerenti, sempre nuovi, con profumi di funky a alleggerire le monomanie dell’album precedente, Bradford Cox & Co.anche stavolta hanno centrato il segno.

Sul finire dell’anno, appena pochi giorni fa, sono usciti tre lavori italiani, piccoli, indipendenti, convincenti. Mi fa piacere quindi chiudere questo breve e molto succinto excursus del 2015 con Calcutta e il suo cantautorato sghembo di “Mainstream” (Bomba Dischi, 2015. Ascolta “Cosa Mi Manchi A Fare“), con The Quincey, folto gruppo milanese (e non) con le sonorità psichedeliche figlie degli anni ’60 del loro primo album, “Look Up To The Sky” (Bad Panda Records, 2015) e con i Versailles, duo pesarese, e la loro personale rilettura della punk-wave, presente in “Pointers”  (Swiss Dark Nights, 2015. Ascolta “4“). Questo per novembre.


Dicembre ci sta regalando infine il tempo per ascoltare e riascoltare quanto di bello è uscito quest’anno. Tanta musica qui non è stata sfiorata, un po’ me ne rammarico, ma spero comunque che questo mio riassunto possa stimolare chi ama la musica nuova, quella nascosta, quella sotterranea, quella delle camerette, dei piccoli circoli arci, quella dei club che se fai 300 persone è andata comunque bene. Perchè ai palchi più grandi c’è sempre qualcuno altro che riesce a spingerci; le scoperte vere, invece, quelle dobbiamo farle noi.

Buone feste a tutti.

Elisabetta De Ruvo
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