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PAROLE AL VENTO.
La squadra

Uncategorized di Enrico Settimi

28 Dicembre 2015

È comune imbattersi, durante una convention aziendale, nella proiezione del “discorsone motivazionale” (qui in inglese) di Al Pacino, nelle vesti dell’allenatore in “Every Given Sunday”. Il nucleo del discorso è che “insieme” si vince, essendo una squadra. Da soli, guardando ognuno il proprio orticello, si perde.
Tralasciando l’utilizzo surrettizio che si fa della metafora sportiva in ambito socio-economico, vediamo cosa c’è dentro alla retorica della “squadra” tenendo sempre presente che chi ci invita a fare causa comune, in genere ha da guadagnare molto più di noi dall’eventuale vittoria.
“Essere una squadra” è una esortazione ad associare i destini di molti alla fortuna di qualcuno.

Nel sistema del capitalismo consumista, molto popolare non a caso, perché i conti tornino, a livello individuale, ciascuno deve mangiare e assicurarsi beni e sicurezza per un controvalore superiore a quanto produce. Mentre per far tornare i conti a livello dell’organizzazione capitalista, deve accadere esattamente l’opposto, cioè che ognuno mangi meno di quanto produce, in modo da fornire surplus per gli innovatori, per i manager, per i dirigenti.

C’è una contraddizione.
Perché pochi ce la facciano gli altri, cui contribuire con tenacia ed abnegazione all’incremento di fortune già ingenti non deve sembrare proprio un’opzione ragionevole, devono credere al loro “progetto” e sentirsene parte. Di qui la necessità  da parte delle base di identificarsi coi vertici di una organizzazione.
Per questo l’unica cosa che è vietata in una associazione umana è capire che gli scopi dichiarati non sono quelli reali. Perché altrimenti il ritorno di “senso” viene a mancare. Devi credere.

Quando vi dicono “siamo una squadra”, interrogatevi sempre su quale possibilità abbia la squadra di cui fate parte di vincere lo scudetto (ossia farvi dimenticare la morte e assicurare lunga prosperità alla vostra discendenza): nessuna, perché lo scopo della squadra stessa è esclusivamente mettere le vostre capacità e le vostre energie al servizio del travisamento tramite il quale i vertici della squadra tenderanno ad assicurare lo scudetto a sé e ai propri figli a scapito vostro. Il travisamento si chiama precisamente “squadra”.  Se non fosse a scapito vostro non ci sarebbe bisogno del travisamento, non vi pare?

Quando vi dimostrate brillante e fate capire ai vostri capi di aver ben chiaro perché siete lì, si possono verificare due possibilità: o i vostri capi sono gente di mondo e vi imbarcano nell’allegra brigata che trae vantaggi dal lavoro di squadra (ma se pensate ai luoghi in cui sfornano le classi dirigenti oggi sembra un esito improbabile), oppure più probabilmente vi temeranno e vi faranno fuori.

C’è ancora un’altra possibilità: che vi tengano per le palle così strettamente che vi rideranno in faccia e vi obbligheranno a mansioni sempre più umilianti (come ad esempio cucinare  la loro comunicazione o lavorare alla “responsabilità sociale” dell’azienda), stando ben attenti che non possiate sfuggire se non – proprio come nelle organizzazioni criminali, che sono anche esse associazioni umane a tutti gli effetti e con le stesse caratteristiche – con i piedi davanti.

Il discorsone motivazionale di Al Pacino in genere coinvolge molto i manager. I lavoratori sbuffano, annoiati, della ridicola messa in scena. Cioè alla narrazione che serve a fare squadra credono ormai solo i vertici, e non la base. Anche lo Zar Nicola era religiosissimo. E si è visto come è finito.

(appunto per le vacanze: rileggere Eliogabalo  di A. Artaud e Il banchiere anarchico di Ferdinando Pessoa)

Enrico Settimi
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