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LEGO SERIOUS PLAY.
Lavorare divertendosi.

Uncategorized di Chiara Ciolfi

3 febbraio 2016

Chi l’ha detto che non si può giocare tutta la vita? Perdere la spensieratezza con l’età della ragione non significa abbandonare tutti i valori positivi che il gioco trasmette: creatività, problem solving, cooperazione. Tutte abilità estremamente richieste dal mercato del lavoro.

Il professor Giorgio Beltrami lavora da tempo per promuovere in Italia il metodo Lego Serious Play che usa i celebri mattoncini per simulare e reali problematiche aziendali e per cercare le soluzioni. È un metodo di facilitazione, non di formazione: non a caso parliamo di “play” e non di “game” perché il metodo LSP non mira a trasmettere contenuti ma a facilitare percorsi di esplorazione per giungere a soluzioni innovative condivise.

Professor Beltrami, come si è avvicinato al metodo Lego Serious Play? Si è trattato di un’esperienza diretta tramite un workshop o di una curiosità personale?
Il primo contatto con il metodo è nato da una necessità: individuare contenuti e materiali per strutturare il corso di Service Design presso l’Università Bicocca di Milano dove tuttora insegno. Il metodo Lego Serious Play mi ha affascinato sin da subito: un colpo di fulmine. Ne è nata una ricerca più approfondita che mi ha portato a diventare facilitatore certificato e ad utilizzare il metodo sia in Università che nella mia attività di consulenza per aziende e altre organizzazioni, anche pubbliche.

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Ogni “facilitatore” ha margini di libertà nell’organizzare il workshop per le aziende o ci sono degli step prestabiliti? Se sì quali?
Il percorso di formazione per diventare facilitatori mira proprio a far toccare con mano tutti gli step che garantiscono la corretta applicazione del metodo e quindi la sua indubbia efficacia. Esiste un Manuale del Facilitatore che però rimane un “libro muto” se non si è seguito il corso, proprio perché il lettore non ha esperienza diretta e approfondita della metodologia. All’interno dei tre ambiti di applicazione del metodo (il primo dedicato al ruolo agito, il secondo al team e il terzo all’identità e alla strategia aziendale) vi sono due elementi che accomunano le tre applicazioni: il core process e le application techniques.

Si parte sempre con la prima fase, building individual models, e poi a seconda delle finalità e dell’ambito di applicazione del workshop si decide quali altre applicazioni utilizzare, tutte o solo alcune.
Ovviamente il metodo prevede delle attività – skills building – finalizzate ad introdurre i partecipanti  in modo progressivo, confortevole e adeguato. Ci sono anche delle regole precise da condividere con i membri del gruppo. Due di esse mi sembrano importanti: la prima “quanto gli altri costruiscono non si giudica, si discute” e quindi le domande non sono sulla persona o sulle sue caratteristiche, ma su quanto essa ha realizzato; la seconda “rispettare i tempi di apprendimento” che significa rispettare le modalità e i tempi con cui gli altri procedono nel loro percorso di conoscenza.

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Se dovesse scegliere tre aggettivi per descrivere questo metodo quali sarebbero e perché?
Innovativo, coinvolgente e rapido, senza dubbio.
“Innovativo” non solo nel senso che rappresentata qualcosa di nuovo, ma soprattutto nel senso che attiva risorse (immaginazione, creatività….) e modalità di interazione e integrazione che spesso sono latenti o sopite e che chiedono solo di essere risvegliate o attivate.
“Coinvolgente” nel senso che la partecipazione ad un workshop LSP non rappresenta solo un ritorno ad stagione felice – per i più – e di giochi come l’infanzia, ma nel senso che questo workshop vede tutti sempre coinvolti, “sempre sul pezzo”. Chieda a chiunque abbia partecipato ad un workshop LSP e le confermerà quanto le sto dicendo. Non solo: aggiungerà che questa attenzione continua arricchisce in modo unico, ma impegna anche in modo unico: un impegno di pensiero e azioni, un vero e proprio “pensare con le mani”.
“Rapido” perché i gruppi raggiungono velocemente gli obiettivi dati: risparmiando tempo per l’organizzazione e le persone (e questo vuol dire anche risparmio di costi), ma  anche vedendo  in real time i risultati.

Giorgio Beltrami

In quali contesti (aziende, istituzioni pubbliche, privati) ha operato prevalentemente finora? Ha notato differenze di approccio o diffidenze?
Ho applicato il metodo in svariati contesti: profit, no profit, PMI o multinazionali, farmaceutiche o università, servizi, finanza o manifatturiero…. Insomma in contesti molto diversi, ma accumunati da uno stesso bisogno: individuare la chiave per agevolare quel naturale desiderio che tutte le persone hanno di sentirsi parte di un progetto e di poter apportare un contributo unico e irripetibile come siamo noi tutti. Certo in alcuni contesti c’è più voglia di confrontarsi con metodologie sfidanti e quindi alcune organizzazioni approcciano il metodo con maggior entusiasmo, altre diciamo sono più “rigide” o “ingessate”. Certamente in tutti i casi è importante che ci sia da parte del committente (sia essa la Direzione, l’area HR, Dirigenti di area  etc.) la consapevolezza che un workshop LSP richiede poi un impegno “forte” nel dar seguito sia a quanto lo stesso metodo ha permesso di far emergere in termini di soluzioni e proposte sia alle naturali aspettative delle persone che sono state coinvolte nel workshop.

Al di là del metodo in questione, secondo lei questi tentativi di veicolare contenuti e valori in modo non tradizionale sono in aumento o in Italia una cultura di questo tipo fatica ancora ad emergere?
Sicuramente il metodo LSP vive oggi un momento di forte esposizione e visibilità ed è vissuto anche come il metodo di “moda” al momento. Una “moda” di cui mi sento personalmente e piacevolmente responsabile visti gli innumerevoli sforzi che ho compiuto per promuoverlo. In ogni caso credo che non vi sia una risposta univoca: certamente ancor oggi quando mi chiedono un workshop aziendale LSP le organizzazioni vogliono un sacco di rassicurazioni sul metodo, sulla sua efficacia, sul fatto che non sia percepito solo come un gioco….senza ricordare che è giocando che noi abbiamo appreso e ancor oggi apprendiamo e che fare un budget (considerata la cosa più “seria” di un’azienda) non è forse giocare con i numeri?

Chiara Ciolfi

Se la curiosità è femmina allora io sono “femminissima” perché questa è sempre stata la molla che mi ha spinto a chiedere, studiare, parlare con persone diversissime tra loro e mettere il naso in tanti campi differenti. Dopo una laurea in Storia dell’Arte e un Master in Comunicazione non dà segni di diminuire e allora le collaborazioni editoriali si moltiplicano per poter raccontare l’arte, la cultura, il cinema, le persone e le idee. In attesa che le giornate si allunghino a 48 ore lavoro con associazioni culturali come guida e promuovo workshop e progetti per la didattica dei beni culturali, continuando allo stesso tempo a occuparmi di eventi. Se il premio è un bel concerto o un’anteprima cinematografica, come tirarsi indietro?
Chiara Ciolfi