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ILLUSTRAZIONE
Le eroine di Gloria Pizzilli

Uncategorized di Miriam Bendìa

3 marzo 2016

Gloria Pizzilli dentro agli schemi non ci sa stare. È una senza fronzoli. Una che ama i colori opachi. Un disegno di Gloria pesa quanto le scorie che si porta via.
Ha sempre disegnato per scacciare via qualcosa…

Hai due anime, quella grafica, tedesca, minimale e quella pulp, manga, splatter, colorata da tatuaggi e draghi. Come fai a non cadere preda delle tue allucinazioni emotive? Le imprigioni nei disegni?

Cadere preda di un’allucinazione emotiva è, per me, praticamente impossibile. Resto una persona razionale sempre, anche nel caos. Nella vita, come nel lavoro, mi tengo a debita distanza dal risultato dei miei sforzi. Ci sono un cliente, un brief e una scadenza, tutto quello che viene dopo è problem solving, o una barzelletta. Nel mio portfolio non c’è niente di più, e niente di meno.

50X50X50-gloriapizzilliLe tue donne non indossano vestiti e fanno un po’ quello che vogliono. Hanno le sopracciglia spesse e non hanno padroni. Sei nata con le idee chiare, da bambina andavi in giro dicendo che, senz’ombra di dubbio, da grande avresti disegnato cartoni animati. Poi ti sei ritrovata adolescente e ti sei letteralmente persa. Che consiglio daresti ad una ragazza che volesse diventare un’illustratrice? Come si fa a non perdere (o a ritrovare) la propria strada?

“Come sei dolce” è l’affermazione che faceva inorridire la mia amica del cuore e me, ai tempi del liceo. Guardavamo il povero malcapitato con un ghigno malcelato per poi guardarci tra noi subito dopo. “L’ha detto davvero?” dicevano i nostri occhi “ti ha detto che sei dolce?” “E che cosa glielo fa credere? Questi capelli schiariti con l’acqua ossigenata, o le ciglia rivestite di mascara?”. Che enorme, gigantesco cliché. Le donne non sono dolci, e raramente fanno qualcosa per esserlo. Non lo sono neanche da bambine. Alle illustratrici dico: fate illustrazione come fate l’amore, senza aver paura di lasciare graffi. Metteteci la stessa originalità che usate per avere l’ultima parola in una conversazione, quella frase stonata e provocatoria, che schioccate nel bel mezzo di un diverbio col vostro uomo, per metterlo a tacere una volta per tutte. Prendete i cliché e buttateli nel wc. Tenetevi solo l’osso di quel che vi piace di più.

Qual è il colore che ami di più? E perché?

Mi piacciono tutti, ma uno alla volta.

Che cosa cambieresti di te stessa? E che cosa non cambieresti mai?

Più che cambiare, ci sono cose che vorrei lasciar andare via per sempre. Vorrei perdere per strada insicurezze e false partenze. Vorrei lasciar andare attaccamento e arroganza. E il mio passato vorrei semplicemente dimenticarlo. Cosa non cambierei mai… beh, io cambierei tutto ma, come i colori, una cosa alla volta. La vita è un balletto e io cerco di non farmi sorprendere mai nello stesso punto.

Se non fossi nata nella nostra epoca, quale donna o quale uomo del passato vorresti essere?

Jeanne d’Arc.

Il titolo di una canzone che vorresti aver composto tu…

“The Slips” di Björk.

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Che cosa ti rende orgogliosa di essere italiana? Se, ogni tanto, lo sei… E che cosa ti fa vergognare di esserlo?

Vergognare assolutamente niente. Mi vergogno solo per le azioni da me svolte in prima persona. Orgogliosa, fammi pensare… stando all’estero apprezzo di nuovo la ricchezza della nostra lingua: l’Italiano. Solo sentirlo parlare mi fa sentire a casa.

Se stessero girando un film sulla tua vita, quale sarebbe il titolo?

Si chiamerebbe Labyrinth. Con la protagonista più vecchia di 15 anni, vestita di nero, con i capelli molto più corti, alla ricerca non di un neonato ma di uno scopo, e correrebbe di qua e di là proprio come nell’originale per poi poter dire finalmente a tutti “non avete alcun potere su di me” e mandarli a quel paese. Fine del film.

C’è una parte di te che ancora non sei riuscita a raccontare nella tua arte?

Praticamente tutto. Il disegno per me è lavoro. E il lavoro non è mai introspettivo. Anche se c’è margine di interpretazione.

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Che cosa vorresti accendere nel cuore di chi inciampa nei tuoi personaggi incantati?

Se proprio ci inciampano, vorrei che cadessero per bene, sbucciandosi almeno un ginocchio. Il cuore, beh, mi auguro che continui a battere correttamente, una aritmia leggera mi può bastare.

Ogni artista ha la propria maledizione, la tua qual è?

Non credo alle maledizioni. Sono scuse per non andare avanti.
Ho difficoltà organizzative, come tutti. Lavoro con un bambino di tre anni attaccato alla sedia e altri due che litigano ad un centimetro da me. Vengo interrotta in continuazione. Prima perdevo la pazienza, fino ad un paio di anni fa. Ora ho sviluppato anticorpi potentissimi, ho paraorecchie e paraocchi invisibili che mi tengono concentrata sul mio obiettivo. Faccio piccoli rush e interrompo per riprendermi. Senza dubbio la mia carriera procede ad un ritmo diverso, rispetto a chi tre figli non li ha. Ma non è detto. Io conosco il valore del tempo meglio di molti. E la mia maledizione si trasforma in un dono.

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Miriam Bendìa

Miriam Bendìa

Tra un viaggio e l’altro, vive a Roma.
Ha scritto un pugno di libri.
Come Philippe Daverio, sostiene che la vita con l'arte talvolta migliora l'arte della vita.
Sogna molto, la notte. E ha imparato, al risveglio, a fidarsi delle proprie visioni oniriche.
Da grande – dice – sogna di fare la scrittrice.
Miriam Bendìa