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PAROLE AL VENTO. Eccellenze

Uncategorized di Enrico Settimi

6 aprile 2016

Un tempo usato quasi esclusivamente per riferirsi a persone di alto rango, il termine “eccellenza” qualifica oggi solo i picchi qualitativi della produzione industriale di beni e servizi. In genere viene usato a fini propagandistici politici, in coppia con l’immancabile aggettivo “italiane”: quando sui media si parla di “eccellenze italiane”, il sottinteso è enorme e in gran parte – come di consueto, nel dibattito pubblico ai tempi del marketing – malinteso. Il dato innocente che la coppia nome aggettivo “eccellenze italiane” comunica è che ci sono delle aziende il cui proprietario – o i cui proprietari – sono di nazionalità italiana, che detengono con una certa stabilità quote del mercato globale di un determinato bene o di un determinato servizio.

Fin qui tutto bene, verrebbe da dire. Ma se lo scopo è raccontare “l’Italia che riparte” siamo decisamente fuori strada: le parole oltre a dire ciò che dicono, più spesso segnalano con forza ciò che sottintendono, come non si stanca di ripetere Tullio De Mauro, nell’occasione per redarguire il progetto di riforma della scuola del governo attualmente in carica.  Il fatto è che le eccellenze sono – appunto – tali, e come tali non ci dicono nulla dello stato dell’economia del paese, della distribuzione dei redditi, del patrimonio materiale e immateriale. È una forma distorta di metonimia, che prende un singolo elemento come specchio dell’intero sistema, in un eccesso neo-platonico. Sarebbe la stessa cosa parlare dell’eccellenza della letteratura albanese nel suo complesso, (che non conosco e su cui non ho un’opinione particolare) citando Ismail Kadare.

Ciò che in effetti viene sottinteso, quando si parla di eccellenze italiane è proprio che il sistema economico-sociale è bloccato, come per altro indicano indicatori a più ampia base statistica, come ad esempio il numero delle nascite o l’indice di Gini di distribuzione del reddito, e che dunque non ci resta che eccellere. Non tutti siamo destinati ad eccellere, anzi, per definizione l’eccellenza è destinata a pochi. La ragione dell’eccellenza è nel distaccarsi da prassi e contesti ritenuti non “competitivi” e in cui galleggiano a fatica tutti gli altri. Quindi le “eccellenze” ci segnalano che il resto dell’economia non ce la fa, più che la via per farcela. Le concrezioni retoriche che promuovono e magnificano l’eccellenza sottintendono, in ultima analisi, la domanda angosciosa sulle democrazie mature, “Ce la faremo a non soccombere al mercato globale?”, e la risposta che danno purtroppo è una sentenza: “Solo pochi, le eccellenze”.

Enrico Settimi

45 anni, è nato ad Ancona e vive tra Roma e Torino, è sposato e ha due figli. È laureato in filosofia, anche se non ha ancora ben chiaro su cosa ha fatto la tesi. Sa scrivere e raccontare storie (in vari sensi) ed è grazie a queste qualità che si guadagna da vivere. Di mestiere fa il copywriter.
È coautore della sceneggiatura del film “Acqua di Marzo” di Ciro de Caro (è stato presentato con discutibile fortuna alla sagra del cinema di Roma). Ha collaborato come autore e regista al documentario “L’Italia dei Longobardi”, prodotto da Archeoframe, il laboratorio di comunicazione dei beni archeologici della IULM di Milano.
Ha scritto il testo per l’istallazione su Costantino in occasione dei 1700 anni dall’editto di Milano.
Tra i suoi documentari (per Fox, Istituto Luce, Rai, Mediaset), “La lambretta – ascesa e caduta di un miracolo italiano” “Seveso la tragedia del silenzio” prodotto da Wilder per Rai. È stato consulente Fox per la localizzazione in Italia di prodotti documentaristici americani presso History Channel.
Per Studio Universal ha ideato e realizzato numerosi prodotti televisivi, tra cui la produzione “Hollywood al D-Day” featuring “Il D-Day di John Ford”. In precedenza, tra le altre attività si è occupato delle ricerche per la realizzazione dell’archivio storico audiovisivo della sede RAI di Gerusalemme. E’ stato cronista per Radio Città Futura, Radio Popolare, autore di documentari storici radiofonici (“Cile 1998, l’oblio della democrazia”).
Enrico Settimi

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