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ISTANBUL.
İstiklal Caddesi
nel distretto di Beyoğlu

Uncategorized di Merve Deniz

26 Settembre 2016

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Istanbul è sempre stata un grande crocevia culturale, un melting pot di Est e Ovest fin dal tempo in cui veniva chiamata la Nova Roma. Per secoli è cresciuta, ha visto cambiamenti radicali, ha sofferto ed è guarita, ma non ha mai perso la sua cultura unica. Ora, uno dei centri più iconici di Istanbul – inevitabilmente turistico, ma pervaso di vita – İstiklal Avenue, sta dando segnali di un lento decadimento. Questa era la colonna sonora dell’İstiklal che conoscevamo. Suonata dai bookstore e dai negozi di dischi tutto il giorno, così che mentre camminavi lungo la via dall’uno all’altro, da piazza Taksim verso Tünel, potevi ascoltare l’intera canzone. Istiklal Avenue (İstiklal Caddesi in turco) è sempre stata piena di vita. Colori, voci, musica, lo scampanellare dello storico tram, aggiungete il brusio della folla e sorprendentemente questa cacofonia vi farà sentire completi, pieni di energia e di positive vibrazioni.

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Ho vissuto a Istanbul per 27 anni; quando ero una teenager e poi quando frequentavo l’università, andare a İstiklal Avenue (o in generale a Beyoğlu) era una parte importante della giornata. Era cool, era il centro di tutto. Potevi fare qualsiasi cosa lì: bere una birra in uno dei tanti piccoli pub, incontrare gli amici nelle strade posteriori, visitare una delle tante librerie o tutte, mangiare profiteroles alla İnci Patisserie, passeggiare senza meta, guardare gli accessori artigianali lungo la strada, ascoltare i musicisti in strada, visitare la galleria dello shopping di Atlas, Halep, Aznavur o Hazzopulo. Entrare nei bookstore dell’usato, guardare un film in uno dei molti cinema o uno spettacolo a teatro, bere raki da Nevizade o da Asmalımescit, con musica tradizionale turca dal vivo, e sentire il brusco passaggio dalla malinconia alla gioia, camminare lungo Tünel, passare da Galata Tower a bere un bicchiere di tè, visitare gallerie d’arte, godersi i concerti jazz, rock o indie… Istiklal era vita notturna e divertimento: qualunque genere di persona, appartenente a ogni livello socio-culturale, si sentiva a proprio agio lì. Era un posto davvero unico.

Anche se gli anziani hanno sempre detto che İstiklal Avenue, prima, era ancora meglio. I nostri nonni raccontano che tutti gli uomini indossavano il loro completo migliore, pettinandosi i capelli con la brillantina, e anche le donne si facevano belle per andare a İstiklal. Apparentemente, dopo il Pogrom di Istanbul (6-7 settembre 1955), poi con tre colpi di stato in trent’anni, İstiklal ha perso molto del suo antico smalto, insieme alla tolleranza multiculturale e al benessere degli anni Ottanta. Fino al 2010, si sarebbe ancora potuto dire che il vecchio spirito della città vivesse nella zona. La cultura cosmopolita, la nostra cultura, la cultura degli antichi Turchi, la gioventù occidentale e la varietà asiatica erano qui, coabitavano in queste amate strade.

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Comunque, proprio come ogni altra cosa nel Paese, il deterioramento e la degenerazione culturale stanno soffocando anche İstiklal Avenue. Negli ultimi mesi, più di 35 negozi e caffè lungo la via principale hanno chiuso e i locali sono ancora vuoti, un fenomeno mai accaduto prima. Molti altri posti, caffè, pub che hanno sempre avuto numerosi clienti abituali stanno lottando per restare aperti, combattendo l’inconcepibile regolamento municipale, il quale sembra impegnato a farli fuori. Ma ciò che è peggio è che molte importanti librerie grandi e piccole hanno dovuto abbandonare la strada. Molti cinema e teatri  hanno chiuso i battenti, alcuni sono stati “legalmente” sgomberati. Per anni, un progetto ben strutturato, di belle speranze – e senza dubbio di profitto – è stato portato avanti dalle municipalità di İstiklal e Beyoğlu: “Trasformeremo Beyoğlu e İstiklal in un centro di attrazione!”. Che si può tradurre con: “Abbatteremo tutto il vecchio tessuto urbano, costruiremo case di lusso e centri commerciali e li venderemo ai ricchi!”. E, nel corso degli anni, questi ricchi si sono rivelati essere gli arabi.

A causa della mentalità dominante negli ultimi 15 anni, cultura, storia e tutti questi valori astratti non siginifcano nulla; quello che conta sono solo i soldi e i profitti guadagnati. Per ottenerli, edifici importanti e cinema sono stati abbattuti, sono arrivate multe sull’alcol, i ristoranti hanno dovuto far fronte a “regolamenti” impossibili che in realtà miravano a scoraggiare la clientela regolare. Hanno tagliato gli alberi sulla strada, hanno ricoperto con l’asfalto le antiche vie di ciottoli e invaso la piazza principale con il cemento. Hanno perfino cercato di demolire l’unico parco del centro, e per cosa? Per ricostruire baracche storiche con un centro commerciale al di sotto. Così si spazza via un habitat, amici miei; scacciando i componenti, gli elementi vitali, così che i nuovi possano riempire il vuoto.

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Oggi, i rifugiati siriani, i turisti arabi e la polizia riempiono İstiklal Avenue e le strade di Beyoğlu. C’è un’invasione di arabi ovunque che noi avvertiamo con violenza, come minoranza, perfino i menù e i cartelli stradali sono scritti in arabo. I turisti europei e asiatici non vanno più a İstiklal. Di certo gli attacchi terroristici e le bombe hanno avuto una parte in tutto questo, le persone hanno paura di stare in posti affollati. Ma quello che sta morendo a Beyoğlu sono le abitudini. Perfino gli studenti universitari non ci vengono più. Come già accaduto con molti progetti di gentrificazione in passato, l’area viene portata al deterioramento o all’abbandono, poi viene ricostruita lussuosamente e venduta ai ricchi, e non sarà più la stessa İstiklal. La strada sta già lentamente perdendo il suo carattere.

Ero abituata a provare una strana pace in tutto quel caos, mentre camminavo da Galatasaray verso Tünel nel pomeriggio. Ora non penso nemmeno di andare a İstiklal, se non ho proprio da fare lì. L’unica cosa che ci resta sono i ricordi dei bei momenti trascorsi lì; il brivido di andare a İstiklal da teenager, il sentimento di appartenenza a quella cultura da adulta… Ora, casa mia non sembra più casa mia.

Merve Deniz