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HEROES: Bowie e la macchina del tempo di Sukita

We can be heroes, just for one day.

Arte, Musica di Miriam Bendìa

3 Ottobre 2016

Tutto ebbe inizio nel 1972.

Masayoshi Sukita, innamorato della musica fin da bambino e folgorato da Woodstock (1969), vola da New York a Londra a caccia dello scatto perfetto.

Qui, conosce e fotografa Marc Bolan dei T. Rex e il suo destino cambia per sempre.

Quando Sukita e Marc si trovano uno di fronte all’altro nessuno dei due sa cosa accadrà.

Sukita non è lì per le solite pose da mettere su una copertina di un disco o in un poster promozionale.

Sukita insegue qualcosa di molto diverso, anche se lui stesso ancora non sa cosa sia.

Fatto sta che i due restano chiusi, in quello studio fotografico, per più di quattro ore: e dopo i primi, interminabili, sessanta minuti la magia accade.

Marc si dimentica di avere di fronte un obiettivo fotografico e comincia a suonare la propria musica per Sukita, a mostrargli il suo vero volto.

E Sukita scatta il primo di una serie di futuri scatti perfetti, quello che viene, poco dopo, pubblicato sulla copertina della rivista Melody Maker e lo rende subito famoso.

Ora Sukita è pronto per incontrare la sua musa ideale: David Bowie.

 

David Bowie by Sukita

As I Ask You To Focus On (1973) ©Photo by Sukita

 

Ero a Londra per fotografare Marc Bolan, ma non sapevo chi fosse Bowie,

racconta Sukita.

Un giorno, mentre passeggia per le vie di Londra, si rende conto di essere circondato ovunque da poster di Bowie.

Per la prima volta si ferma a osservare veramente quel volto e, in quell’istante, decide che lo avrebbe incontrato in qualunque modo.

 

David Bowie by Sukita

Sense Of Doubt (1977) ©Photo by Sukita

 

«Guardare David Bowie sul palco ha spalancato i miei occhi sul suo genio creativo.

E l’esibizione con Lou Reed è stata così potente da farmi capire che era diverso da ogni altro artista e che avrei dovuto fotografarlo a ogni costo…

Lo avvicinai grazie a degli amici e gli mostrai il mio portfolio.

Non sapevo che musica facesse, ma avevo sentito che aveva studiato danza con Lindsay Kemp. Il suo linguaggio corporeo era straordinario e ci piaceva molto la colonna sonora del film 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.

Così combinammo tutti questi elementi nelle nostre foto e quel che ne venne fuori fu semplicemente iconico».

Bowie by Sukita London 1972

Londra 1972 ©Photo by Sukita

Ancora una volta, durante una lunghissima sessione fotografica, il sensei riesce a replicare la propria magia: in quell’istante perfetto in cui il performer e l’artista si mostrano ai suoi occhi, nello stesso momento, Sukita è lì, pronto a immortalarli.

E da quel primo incontro nessuno dei due rifiuterà mai all’altro di fotografare ed essere fotografato: Sukita è colui che più di tutti è riuscito a cogliere le diverse anime di Bowie, per poi regalarle al mondo.

D.Bowie by Sukita

Scatto per Heroes (1977) ©Photo by Sukita

Bowie: «Mi è davvero difficile accettare l’idea che Sukita san mi abbia fotografato per tutti questi anni fin dal 1972, ma è proprio così.

Sospetto che sia perché, ogni volta che mi ha chiesto di posare per lui, con gli occhi della mente ho sempre visto quest’uomo dolce, creativo e dal cuore grande, capace di trasformare dei servizi fotografici potenzialmente noiosi in piccoli eventi così rilassati e indolori.»

Possa egli scattare in eterno.

Bowie per Sukita Giappone 1973

Gimmie Your Hands, Giappone (1973) ©Photo by Sukita

In 40 anni di amicizia e collaborazione, Bowie e Sukita attraversano insieme cambi d’identità e di look, segnando irrimediabilmente più di un’epoca.

Da Ziggy Stardust al Duca Bianco, per arrivare nel 1977 all’immagine più iconica di Bowie: la copertina dell’album Heroes.

Una fotografia che diventa un tatuaggio per lui, non a caso l’artista l’ha riutilizzata con un brillante artificio per il suo ritorno a sorpresa nel 2013 (The Next Day).

Sukita: «Bowie aveva prodotto il disco The Idiot di Iggy Pop e vennero insieme, in Giappone, per promuoverlo.

Mi chiamarono per un’ora di foto ciascuno. Nessuno parlò di scattare la copertina di un disco e quindi non pensai a nulla di creativo o concettuale.

Catturai Bowie al naturale, seduto, in piedi, capendo che quella era la chiave più interessante.

Invece di dargli indicazioni su come posare, mi limitai a fissare la sua persona.

Gli spedii i provini e un mese dopo Bowie mi fece sapere di aver scelto una di quelle fotografie per la copertina di Heroes.

Più tardi fu premiata come miglior copertina dell’anno da una rivista inglese.

Ne fui davvero felice ed orgoglioso».

 

Sukita con Bowie

Sukita & Bowie (1989) ©Photo Mark Higashino

 

Nato il 5 maggio 1938 a Nōgata Shi, nel distretto di Fukuoka (Giappone), Sukita riceve in regalo dalla madre la prima macchina fotografica, una Rolleiflex, e le fa un ritratto.

È questa, come ama sottolineare, la sua foto più importante.

In quel primo ritratto egli, inconsciamente, comprende cosa desidera scoprire attraverso le proprie lenti: l’essenza di chi ha di fronte.

E continua a ricercare solo questo, in tutti i viaggi musicali e culturali: la persona dietro l’artista che ha davanti.

Un altro raffinato sensei, Mike Nogami, sostiene che le fotografie siano una sorta di macchina del tempo perché permettono a noi comuni mortali di viaggiare fino al momento in cui sono state scattate.

La mostra HEROES | BOWIE | SUKITA della Wall Of Sound Gallery ci consente (fino al 9 ottobre) di rivivere un capitolo unico nella storia della musica, attraverso 37 immagini indimenticabili.

Una serie di ritratti realizzati a Londra nel 1972 e a New York nel 1973, altri dal vivo in Giappone nello stesso anno, scatti iconici e diverse fotografie alternative del servizio di Heroes (1977), il viaggio a Kyōto, in Giappone, del 1980.

Alcuni scatti sono più recenti, nati tra il 1989 e il 2002 per la promozione dell’album Heathen, compreso quello di un manichino a grandezza naturale, fatto costruire da Sukita per poter realizzare fotografie sempre nuove senza disturbare il soggetto originale.

 

Raccogliamo dunque l’invito di Guido Harari e sbirciamo in questo caleidoscopio prezioso,  per verificare una volta di più come solo il cambiamento continuo sia la chiave per rimanere profondamente se stessi.

 

We can be heroes, just for one day.

 

Miriam Bendìa