Caramelle a forma di cuore, foto di Laura Ockel

SAN VALENTINO.
Io, Claude Monet

Se non avete già deciso come festeggiare il giorno degli innamorati, noi vi consigliamo questo docufilm di Phil Grabsky.
Solo il 14 e il 15 febbraio, arriva infatti nelle sale: Io, Claude Monet, nell’ambito della stagione per la Grande Arte al Cinema di Nexo Digital. Un viaggio, intimo e commovente, nella vita del padre dell’impressionismo e nei luoghi che lo hanno ispirato, attraverso le sue opere (più di cento tele riprese in alta definizione) e le lettere (tremila) agli amici più cari. Giovedì 9 febbraio, al cinema Arcobaleno (Milano) si è svolta l’anteprima.

Claude Monet nasce il 14 novembre del 1840, a Parigi in rue Laffitte. È il secondogenito di Claude Adolphe e di Louise Justine Aubrée, una giovane vedova al suo secondo matrimonio. Nel 1845 la famiglia si trasferisce a Sainte-Adresse, un sobborgo di Le Havre.

«Ero insubordinato. Anche quando ero molto piccolo, non riuscivo ad accettare le regole. La scuola mi sembrava una prigione e non sopportavo di essere costretto al chiuso per quattro ore al giorno».
A quindici anni comincia a guadagnarsi la reputazione di caricaturista: diventa famoso in tutta la città, vendendo ritratti e firmandoli con il suo secondo nome: Oscar.
Espone le caricature nel laboratorio del corniciaio e lì incontra il suo primo vero maestro: il pittore Eugène Boudin.

Eugène Boudin (Francia, 1824 - 1898 ), Sulla spiaggia, Trouville, 1887, collezione Chester Dale

Eugène Boudin (Francia, 1824 – 1898 ), Sulla spiaggia, Trouville (1887), collezione Chester Dale.

Inizia a dipingere con lui, all’aria aperta, restando affascinato dai suoi schizzi veloci pieni di immediatezza. Per Monet è come sollevare un velo, comprende cosa può essere la pittura. Il suo mentore gli insegna «come ogni cosa dipinta sul posto abbia sempre una forza, un potere, una vivacità di tocco che non si ritrovano più all’interno dello studio», indirizzandolo così alla pittura del paesaggio en plein air.
Riconoscendo subito il suo talento, lo esorta a imparare a disegnare bene e così Monet parte alla volta di Parigi.

«Ogni giorno scopro sempre più cose bellissime, la mia testa straborda: voglio dipingere tutto! È terribilmente difficile fare qualcosa di completo, in tutti gli aspetti. Penso che la maggior parte della gente si accontenti della mera approssimazione. Bene, io intendo combattere, raschiare e ricominciare finché potrò muovermi, vedere e comprendere».

E mentre i fotogrammi scorrono sullo schermo, le emozioni di Monet si accendono e si spengono nelle sue tele: l’amore per la natura che gli dona gioia infinita, l’euforia creativa e poi la depressione per i problemi economici, la felicità per la nascita del primo figlio, Jean, e la disperazione per la morte tragica della prima moglie, l’adorata Camille Doncieux, l’ossessione per le ninfee e la ricerca continua della perfezione nella bellezza.

Claude Monet, La passeggiata, Camille Monet con il figlio Jean sulla collina (1875), National Gallery of Art

Claude Monet, La passeggiata, Camille Monet con il figlio Jean sulla collina (1875), National Gallery of Art.

«Quando osservo la natura sento di essere in grado di dipingerla tutta, di catturare tutto, ma poi svanisce una volta che ci lavoro».
Monet non segue i classici esempi della pittura, non entra quasi mai al Louvre. Desidera solo poter guardare alla natura, l’unica fonte della sua ispirazione, senza lasciarsi influenzare da precostituite impalcature mentali. Si abbandona completamente all’istinto della visione che, quando è immediata, ignora il rilievo e il chiaroscuro degli oggetti, risultato dell’applicazione al disegno di accademia. Eliminando la plasticità delle cose, Monet si sforza di rappresentarle nell’immediatezza del fissarsi della loro immagine nella rètina dell’occhio, nel loro primo apparire alla coscienza.

Il metodo di lavoro di Monet, che a un certo punto consiste nel riprodurre lo stesso soggetto in diverse ore della giornata (fino alla perfezione della tecnica), è stato descritto da Maupassant, che lo vede dipingere a Étretat: «Cinque o sei tele raffiguranti lo stesso motivo, in diverse ore del giorno e con diversi effetti di luce. Egli le riprendeva e le riponeva a turno, secondo i mutamenti del cielo. L’artista, davanti al suo tema, restava in attesa del sole e delle ombre, fissando con poche pennellate il raggio che appariva o la nube che passava… Io l’ho visto cogliere così un barbaglio di luce su una roccia bianca e registrarlo con un fiotto di pennellate gialle che, stranamente, rendevano l’effetto improvviso e fuggevole di quel rapido e inafferrabile bagliore. Un’altra volta vide uno scroscio d’acqua sul mare e lo gettò rapidamente sulla tela: ed era proprio la pioggia che riuscì a dipingere».

Dal 1889 al 1891, si dedica alla sua famosa serie dei Covoni, scanditi nel mutare delle stagioni e delle ore. Scrive a Gustave Geffroy, nell’ottobre del 1890: «Sgobbo molto, mi ostino su una serie di diversi effetti, ma in questo periodo il sole declina così rapidamente che non mi è possibile seguirlo… Vedo che bisogna lavorare molto per riuscire a rendere quello che cerco: l’istantaneità, soprattutto l’involucro, la stessa luce diffusa ovunque, e più che mai le cose facili, venute di getto, mi disgustano».

Claude Monet, Le Canal Grand (1908), Venezia

Claude Monet, Le Canal Grand (1908), Venezia.

Dal settembre al novembre del 1908 è a Venezia: fonte d’ispirazione e illuminazione.

Scrive di Palazzo Ducale: «…L’artista che concepì questo palazzo fu il primo degli impressionisti. Lo lasciò galleggiare sull’acqua, sorgere dall’acqua e risplendere nell’aria di Venezia come il pittore impressionista lascia risplendere le sue pennellate sulla tela per comunicare la sensazione dell’atmosfera. Quando ho dipinto questo quadro, è l’atmosfera di Venezia che ho voluto dipingere. Il palazzo che appare nella mia composizione è stato solo un pretesto per rappresentare l’atmosfera. Tutta Venezia è immersa in quest’atmosfera. Nuota in quest’atmosfera. Venezia è l’impressionismo in pietra».
Monet ritornerà a Venezia anche l’anno dopo e continuerà, sempre, a dipingere a memoria vedute veneziane.

Quale modo migliore di celebrare l’amore che rendere omaggio a un artista che ci ha lasciato in eredità il suo tesoro più grande… Le proprie intime e preziose emozioni, sotto forma di tele colorate.
Buon San Valentino a tutti i lettori di Just Baked… Magari, guardando il film, proprio a Venezia!

Daniele Votta

Daniele Votta

Dall’analogico al digitale il percorso, gli obiettivi e le strategie non cambiano. In questo modo la passione per il marketing e la comunicazione che Daniele Votta ha applicato con energia ed entusiasmo, sia nell’organizzazione di eventi che nella produzione radiofonica, è ora approdata al social media marketing. CDA di successo in una delle più importanti radio private, account commerciale per il centro Italia di Edizioni Zero, docente di Marketing applicato alla radiofonia privata nei corsi della Facoltà di Scienze delle Comunicazioni dell’Università La Sapienza di Roma. Oggi fondatore e Managing partner di Bake Agency: agenzia di comunicazione e marketing con base a Roma. Una start up dal carattere forte, innovativo e creativo che si avvale della preziosa e qualificata collaborazione di coworkers da tutta Europa.
Daniele Votta

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