Shellac

SHELLAC.
Math Rock Live @ Monk

«Ognuno si comporta come crede e segue la sua linea di pensiero per ogni contesto che gli si presenta davanti. Io per esempio se dovessi affittare un’auto ne prenderei una elettrica, ma se questo non fosse possibile, affitterei comunque un auto».

È Steve Albini che parla. Dal palco del Monk (a Roma) sul quale si è esibito con i grandissimi Shellac, lo scorso 8 giugno. Sta rispondendo a una ragazza che dal pubblico gli chiede qualcosa a proposito delle loro scelte in quanto band.
Gli Shellac infatti si sono sempre distinti per il radicalismo, per un’attitudine e una coerenza difficilmente riscontrabili in altri gruppi della stessa scena musicale (e non). E Steve Albini è da molti considerato il guru dell’indie americano: non solo musicista, ma anche ingegnere del suono e produttore discografico.

Shellac

Per capirci meglio, queste sono alcune “regole” volute dai tre musicisti di Chicago, che giravano prima della serata al Monk:

  • Nessuna barriera tra la band e pubblico.
  • Nessun biglietto regalato.
  • Nessuna lista ospiti.
  • Nessuna press list.
  • Nessun photopass, chiunque può fare foto tra il pubblico con qualsiasi tipo di fotocamera: professionale o amatoriale, ma nessuno sul palco o dietro le quinte.
  • Nessuna registrazione audio, videotaping, riprese, webcasting, radiodiffusione, ecc.
  • Le foto si possono fare per tutta la durata dello show.
  • Il pubblico può rimanere anche dopo la fine del concerto: venderemo t-shirt dal palco e incontreremo il pubblico per parlare con loro fino a 1 ora dopo lo spettacolo.

Una band concepita come un progetto totalmente “contro” l’industria discografica, che si muove seguendo delle dinamiche di totale autogestione. Gli Shellac suonano quello che da molti è definito math rock, una sorta di rielaborazione “matematica”, per quel che riguarda la composizione e l’esecuzione, del caos aggressivo del noise e del punk. Il loro nome deriva dalla gommalacca, ricavata dalla secrezione prodotta dalla femmina dell’insetto dell’ordine degli emitteri Kerria lacca, ed è anche un riferimento al materiale con cui da sempre i vinili sono costruiti.

Shellac

Sul palco del Monk hanno eseguito brani storici come My Black Ass, Dude Incredible, Prayer To God, Riding Bikes, Squirrel Song, Crow e hanno inframezzato, come loro solito, i classici momenti «Bob answers questions», ovvero il bassista Bob Weston che risponde a domande dal pubblico (un esempio lo avete letto poco sopra).

La cosa fantastica degli Shellac è il loro sound inconfondibile. Uno stile raggiunto procedendo per sottrazione, perché spesso la semplicità coincide con la genialità: nessuna pedaliera per basso e chitarra (giusto un booster e un Fuzz per Albini), volumi decisamente alti, un basso lineare, preciso e secco e l’inconfondibile suono da motosega/amplificatore rotto di Albini. A completare il tutto i tempi dispari di Todd Trainer concentrati in battute e rullate essenziali. Zero assoli. Solo riff potenti. 
Lo stesso concetto della formazione “power trio” (basso, chitarra e batteria) fa capire come ogni elemento è studiato e progettato, nulla è lasciato al caso: una sorta di formula fisico-matematica, in cui il basso rappresenta la massa, la chitarra la velocità e la batteria il tempo.

Shellac

A fine concerto, come consigliato da loro, aspetto che smontino ampli e il resto (naturalmente sono loro stessi a farlo) e mi avvicino per scambiare due parole con Bob Weston e Steve Albini. Poca roba, visto che erano intenti a vendere t-shirts. Ma a chiusura del locale, li vedo salire sul pullman, stanchi. Ed è bello: è bello vedere che c’è gente che ha fatto la storia del rock, che ha prodotto dischi come In Utero dei Nirvana e Surfer Rosa dei Pixies e concepisce questo lavoro come un lavoro operaio. Che si distrugge dalla fatica senza tirarsela. Coerente fino in fondo.
Questo può fare la differenza: stabilire una propria etica, rimanere coerenti e combattere nel quotidiano per essa.

Sul bellissimo libro American Indie di Michael Azerrad è riportata una frase di Steve Albini nel periodo immediatamente successivo allo scioglimento dei Big Black, suo primo, fondamentale, progetto: «Per noi, ogni momento in cui siamo rimasti liberi dai ceppi e nel pieno controllo di noi stessi è stato un successo. Non abbiamo mai avuto un manager. Non abbiamo mai avuto un’agenzia di booking. Non abbiamo mai avuto un avvocato. Ci siamo fissati da soli i tour, abbiamo pagato i nostri conti, abbiamo fatto i nostri sbagli e mai nessuno ci ha riparato dalle conseguenze.»

Marco Casciani

Marco Casciani

Nato nel 1986 a Roma. Giornalista, copywriter. Ha ancora il complesso del Dams perciò non parla quasi mai di calcio e troppo spesso di cinema.
Ossessionato dal “rumore”, come quello dei Melt Banana e dei film di genere, o quello di Irvine Welsh e di Chuck Palahniuk, ha provato a farne un po’ anche lui scrivendo in giro per il web.
Frequenta spesso la sala prove e da grande vorrebbe fare lo sceneggiatore di film "belli belli in modo assurdo".
Marco Casciani

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