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A DAY IN THE LIFE.
Il miraggio della migrazione

Fluttuanti voci di uomini, donne, persone. La voglia di evadere, la rinuncia a un destino poco ortodosso che comprende la sofferenza, oltre che il pagamento di un debito perenne e costante, quasi invisibile e inesistente, che non abbiamo contratto per volontà.

Siamo. Ovunque, tranne dove vorremmo essere. Ci diamo da fare per esistere. Migrazioni, amori, licenziamenti, adattamenti.
In questa burrasca di spostamenti, di contratti a tempo determinato e storie d’amore dalla durata di un temporale estivo, alcuni resistono e non si abbandonano a questo impulso, che ormai è divenuto quotidianità. Alcuni hanno la fede e il coraggio di percepire quel che hanno come quel che bene gli sta e, riguardo ai desideri di una vita mai vissuta, di un’alternativa, riconoscono… Accettano.

Mohamad (sulla sinistra) e Maria (la coordinatrice di “CresCer”), a destra un altro ragazzo siriano.

Mohamad (sulla sinistra) e Maria (la coordinatrice di CresCer), a destra un altro ragazzo siriano.

Ed è qui che incontro un uomo, un rifugiato siriano. Si chiama Mohamad, mi dice. Ha ventotto anni e lui non ha potuto accettare, è stato costretto a non accettare. Viene dal sud di Damasco e per arrivare a Lisbona ha affrontato un deserto, il mare, dei colpi di fucile e la paura. Studiava informatica, poi i suoi genitori sono morti e ha deciso di partire. Da Damasco ha raggiunto Kilis (in Turchia), dove l’esercito turco gli ha sparato addosso, ma è comunque riuscito a raggiungere Ankara. Lì è rimasto per un mese a raccogliere soldi per proseguire. Una volta racimolato abbastanza denaro, Mohamad parte per Smirne, dove troverà una barca che lo porterà in Grecia (a Mitilene) per circa settecento euro. Mi dice che sulla barca erano in quarantacinque, uomini, donne e bambini, che ha ancora le foto. La barca era troppo carica e si è fermata, a metà percorso, a causa del surriscaldamento del motore. Circa trenta minuti di panico, nel mare, sospesi.

Finalmente giunge a Mitilene dove un gruppo di volontari provenienti da Svezia, Norvegia e Danimarca ha accolto il suo gruppo e lo ha guidato al campo rifugiati di Moria. È rimasto lì per cinque giorni durante i quali, dopo aver raccolto i suoi dati, gli sono stati forniti i documenti per rimanere in Grecia. Poi prende una nave che lo porterà ad Atene, dove sale su un autobus per la Macedonia. Qui proseguono i guai: le frontiere sono chiuse e l’esercito lancia bombe lacrimogene. Stremato, decide di tornare ad Atene dove un suo amico gli parla del progetto European Relocation Program, che contempla lo smistamento dei rifugiati in tutta Europa. Mohamad è triste perché non è prevista la scelta della destinazione, si viene trasferiti dove possibile.

Dopo due mesi gli comunicano il nome di una città, Lisbona, Portogallo. Poteva rimanere in Grecia, senza supporto, oppure venire in Portogallo. Lui avrebbe voluto raggiungere i suoi cugini e i suoi amici in Germania, o suo zio nei Paesi Bassi. Ormai è qui a Lisbona da un anno e ha preso parte al progetto “É uma vida” (È una vita), dell’associazione lisbonetana CresCer. CresCer aiuta i rifugiati in tutto ciò di cui hanno bisogno: sicurezza sociale, registrazione all’ufficio delle finanze, classi di portoghese, assistenza medica e supporto psicologico. Diciotto sono i mesi di tempo che hanno per integrarsi e trovare lavoro in Portogallo. Molti sono qui contro la loro volontà, alcuni hanno membri della famiglia in altri stati europei, come Mohamad appunto. «Fondamentalmente stiamo cercando di integrare persone che non desiderano realmente essere qui», mi dice Maria (la coordinatrice di CresCer). Lei ha trentaquattro anni e gestisce tale associazione dal duemilauno.

Con noi c’è anche Nizar, un signore di mezza età, anche lui rifugiato. Quando gli chiedo quale sia invece la sua storia, lui mi risponde: «La mia storia è finita».

Nizar Almadani,chef e refugee.

Nizar Almadani,chef e refugee.

L’accettazione fa parte di una più profonda consapevolezza umana e di una rara presa di coscienza, o può consistere nella più semplice voglia di non agire, di non combattere per una condizione non per certo migliore ma sicuramente diversa.
Una condizione nella quale vengono meno alcuni fattori ovviamente rimpiazzati da altri.
Siamo profondamente e prontamente illusi dall’idea della perfezione e della ricerca, in fondo di felicità, apparente, finta, voluta, ostentata e a volte raggiunta.

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Un miraggio nel deserto, una tenda beduina dopo chilometri di nulla, di fatica, di sofferenza; la quale, una volta raggiunta, ci si presenta evanescente.
E ci si accorge che il tè che si sta bevendo è troppo bollente; che i tappeti dove si sta seduti prudono la pelle; che le persone che ti circondano parlano una lingua diversa e diventa difficile capirsi, faticoso comunicare. Allora ci si chiede se non fosse stato meglio morire nel deserto, dove il corpo avrebbe potuto riposare accarezzato dalla sabbia, bruciato dal sole e restituito in forma organica alla selvaggia natura che ci ha chiamati a esistere, ad agire, a scappare ma raramente ad accettare.

Non è nella nostra natura accettare senza aver provato sulla nostra pelle il caldo e la sofferenza.
Infine però, oasi o non oasi, siamo sempre in quel deserto, che percorriamo, in cui vaghiamo; nel quale cerchiamo le nostre speranze e i nostri sogni, ma dove sempre il giorno è torrido e la notte fredda. E per uscirne si spera nella morte o in quella nave di cristallo della quale un vecchio uomo ci parlò, che passa una volta nella vita e ci conduce in un deserto più bello e grande, pieno di oasi, di migliori tende beduine, di acqua fresca; ma dove il giorno è sempre torrido e la notte sempre fredda.

Manlio Crognale

Manlio Crognale

Nella vita ho fatto un po' di tutto. Dal benzinaio, barista, raccoglitore di olive (sì, in Abruzzo vige ancora questa pratica) al social media/content marketing coordinator per una fresca e grintosa start-up californiana. Sono laureato in Marketing e Comunicazione Globale ma neanch'io so bene il perché.
Attualmente vivo ad Amsterdam e lavoro per una grande multinazionale americana (immaginatevela pure come la megaditta fantozziana). Nel tempo libero leggo molto, mi cimento nella pittura e nella grafica digitale.
Per farmi felice basta una copia in vinile di "Kind of Blue" di Miles Davis o chiudetemi a chiave in una galleria d'arte.
Sono un grande ammiratore di Gigi Marzullo e un decente chitarrista.
Non mi disturbate il giovedì sera, ci sono le prove del gruppo!
Manlio Crognale

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