Red Lily (Beatrice Gigliuto) & Alice Kitsune fotografate da Miriam Bendìa

JUST BAKED NIGHT 2017.
Bondage, shibari e kinbaku
con Beatrice Gigliuto

Mancano solo 6 giorni alla Just Baked Night 2017.
Alcuni degli artisti che si esibiranno, sulla terrazza del Mercure Hotel, per i nostri ospiti: ore 20:00 Red Lily (shibari, kinbaku & bondage), alle 21:00 le incantevoli Hafla Dancers (un viaggio intorno al mondo, a passi di danza), On Air le immancabili playlist di Fabrizio Montini Trotti.

Just Bake Night 2017

Oggi, vi presentiamo Beatrice Gigliuto aka Red Lily.

Dopo la performance di kinbaku a cui ho assistito al Kokeshi Rebel Fest, mi è venuta la curiosità di conoscere meglio quest’arte così mi sono rivolta ai migliori maestri che abbiamo in Italia (e non solo).
Innanzitutto ho intervistato Beatrice Gigliuto, una delle stelle più luminose in un mondo che, almeno nel nostro paese, è ancora molto maschile.

33 anni, siciliana atipica. Rigger ed orientalista. Raffinata studiosa delle arti giapponesi tradizionali e del loro rinascere nel mondo contemporaneo. Traduce fumetti, scrive di una vita alla continua ricerca di emozioni in più e peso in meno.
Nel 2010 ha pubblicato: Bondage. La via italiana all’arte di legare. Corde, nodi e legami d’amore: manuale pratico.

«Cosa significa amare se non attrarre a sé l’oggetto del proprio desiderio? E, quando la passione della conquista offre al proprio piacere il corpo dell’altro, come è possibile manifestare i propri sentimenti se non abbandonandosi alle esplorazioni suggerite dal proprio amante?
All’interno di questa riflessione si nasconde il segreto del bondage, che, detto in altri termini, consiste esattamente nell’arte di legare lo spirito attraverso le corde, affrontando un gioco che parte dall’anima per fare i conti con il corpo.»

Beatrice, che differenza c’è tra bondage, shibari e kinbaku?
«Bondage è solo la parola che si usa in Europa per definire le discipline legate alla contenzione, eseguite con il supporto di vari strumenti, dalle corde alle catene. Lo shibari è l’arte giapponese delle legature con corde di yuta o canapa, si distingue dal kinbaku per la componente più artistica e meno incentrata sul dolore, la sessualità e l’umiliazione.»


Dove, quando e come nasce il kinbaku?
«Il kinbaku e lo shibari nascono durante il periodo Edo (1603-1868) come derivazione artistica di un’arte marziale chiamata hojojutsu 捕縄術 (l’arte tradizionale giapponese di imprigionare una persona mediante corde o funi) che seguiva regole di risultato contenitivo ed estetico molto ferree, soprattutto per quel che riguardava i ceti sociali elevati. Da queste legature presero spunto le due arti, il kinbaku e lo shibari, dedicate a due diversi aspetti della stessa disciplina: la componente sessuale (il kinbaku) e quella artistica (lo shibari).»

In Giappone il kinbaku è praticato ancora oggi?
«In Giappone, shibari e kinbaku sono normalmente praticati e fanno fortemente parte dell’immaginario collettivo estetico e sensuale.»

Come vede quest’arte il giapponese medio?
«Il giapponese medio sicuramente la vede fortemente legata al sesso e molto meno all’arte. Di certo il Giappone ha un numero di appassionati molto più altro del nostro paese.»

Alice Kitsune fotografata da Miriam Bendìa

Si tengono corsi di kinbaku (in generale, non solo in Giappone)?
«Si tengono numerosi corsi, di tutti i livelli, ormai ovunque. Molti dei migliori maestri internazionali viaggiano spesso all’estero per tenere seminari in giro per il mondo.»

Che tipo di persone seguono questi corsi e perché?
«Il pubblico è trasversale, ancora maggiormente composto da uomini tra i 30 e i 45 anni e da donne un poco più giovani. Il mio caso è probabilmente diverso dagli altri, nelle classi ho una prevalenza di donne e soprattutto quasi tutti i miei allievi vivono le corde da entrambe le prospettive, legatore e legato.»

Red Lily & Alice Kitsune fotografate da Miriam Bendìa

In origine lo Shibari è nato in Giappone come una forma di incarcerazione (dal ‘400 al ‘700). In quei tempi lontani la polizia e i samurai lo usavano come forma di prigionia. La corda assolveva a molti compiti e non veniva utilizzata solo per legare i prigionieri o per fissare l’armatura, ma anche per fermare la sella o per impastoiare i cavalli.

In Giappone non esistevano prigioni e le risorse di metalli erano scarse, in compenso abbondavano le funi di canapa e di juta. Di conseguenza veniva usata la corda per immobilizzare i prigionieri. Questa pratica è all’origine dello Hojo-justu (l’arte marziale dell’immobilizzazione dei prigionieri) e di altre arti marziali. Anche ai nostri giorni, in Giappone la polizia tiene nei furgoni un fascio di corda di canapa da usare in caso di necessità.

Secondo la tradizione del periodo Edo (1603 – 1867), quattro colori (blu, rosso, bianco e nero) erano associati in modo prestabilito alle stagioni, ai punti cardinali, e alle quattro creature cinesi guardiane delle direzioni (drago, fenice, tigre e tartaruga). Il colore della corda cambiava in base alla stagione ed il prigioniero veniva immobilizzato verso la direzione corrispondente al colore ed alla stagione. Alla fine del periodo Edo i colori furono ridotti a due: bianco ed indaco.

Red Lily & Alice Kitsune fotografate da Miriam Bendìa

La canapa veniva utilizzata per le corde di uso comune, mentre si usava la seta per le esercitazioni che venivano fatte su manichini di paglia.

L’onore degli antichi samurai era basato sul modo in cui si prendevano carico dei loro prigionieri e la tecnica con cui il prigioniero veniva legato dimostrava l’onore e lo status del samurai.

C’erano quattro regole nello Hojo-jutsu:
1. Non lasciare che il prigioniero si liberi dalla legatura.
2. Non causare danni fisici o mentali.
3. Non mostrare ad altri le proprie tecniche.
4. Eseguire una legatura esteticamente pregevole.

Red Lily & Alice Kitsune fotografate da Miriam Bendìa

Esisteva anche una forma di legatura per i prigionieri nobili in cui non veniva usato alcun nodo, eppure il prigioniero non si liberava per non venir meno al proprio onore.

Tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 si sviluppò una nuova forma di Hojo-justu. Questa fu chiamata Kinbaku (arte della legatura erotica) che le geisha appresero dai samurai.

Lo Shibari, meglio noto come Kinbaku, è dunque un’antica forma artistica di legatura giapponese che racchiude in sé molti stili ed utilizzi. La sua tecnica fa riferimento ad altre forme artistiche tradizionali giapponesi che le geisha studiano e praticano quali Ikebana (arte di disporre i fiori), Sumi-e (pittura con inchiostro nero) e Chanoyu (cerimonia del tè). Tra i vari utilizzi dello Shibari si possono citare: la scultura vivente dinamica, la pratica meditativa condivisa, il rilassamento profondo per la flessibilità del corpo e della mente, una forma di scambio di potere e la costrizione erotica.

Red Lily & Alice Kitsune fotografate da Miriam Bendìa

Lo Shibari infatti è il risultato degli effetti della legatura, nel senso che tutti intendiamo (espressione di potere, perdita delle difese), ma è anche bellezza ed estetica (per questo si può paragonare all’Ikebana, l’arte giapponese di disporre i fiori, antica di sette secoli) ed è anche un massaggio piuttosto intenso, effettuato dalle corde e dai nodi, molto simile alle tecniche di agopuntura ed allo Shiatsu (una tecnica giapponese di massaggio).

L’arte di disporre corde e nodi sul corpo della modella con un forte senso estetico dunque riflette l’eredità culturale dell’Ikebana, evidenziando caratteristiche come sensualità, vulnerabilità e forza. D’altro canto lo Shibari non è altro che un monumento statico.

Il concetto di posizionare i nodi per stimolare i punti anatomici di pressione deriva dunque dallo Shiatsu. Un Nawashi esperto può utilizzare le sue conoscenze di massaggio e dei punti di pressione per far cadere i nodi nei posti giusti. Ci sono influenze ed effetti incrociati tra Shibari e la filosofia medica orientale dell’energia Ki, dei meridiani, e trusbo (punti di pressione), usati nello Shiatsu e in altre tecniche di Bokam (medicina orientale tradizionale).

Red Lily & Alice Kitsune fotografate da Miriam Bendìa

Nello Shibari (l’atto di legare qualcuno) il nawashi (artista della corda ossia colui che compie la legatura) esegue disegni e forme geometriche che creano un meraviglioso contrasto con le curve naturali e i recessi del corpo femminile. La consistenza e la tensione delle corde creano un contrasto visivo con la pelle liscia e le onde, sottolineando la morbidezza delle forme corporee. La modella diventa una tela e la corda è il colore e il pennello. Questo contrasto viene ulteriormente enfatizzato dall’utilizzo di modelle dalle forme giunoniche, le cui curve generose compresse dalle corde creano forme e giochi di luci ed ombre ancora più evidenti.

Dai tempi antichi le cerimonie religiose in Giappone hanno sempre incluso corde e legamenti per simboleggiare le connessioni tra umano e divino, oltre che per demarcare lo spazio e il tempo del sacro.

Red Lily & Alice Kitsune fotografate da Miriam Bendìa

La vita quotidiana era ed è, in un certo senso, mantenuta e scandita da legature. Basti pensare al kimono delle geisha che non ha bottoni o ganci, ma viene chiuso avvolgendo intorno al corpo lunghe fasce di stoffa di varie dimensioni e misure. Le armature dei militari erano composte di tasselli di legno laccato e legati tra loro in modo elegante. I doni venivano avvolti in modo elaborato e legati con ricercatezza (e queste convenzioni vengono mantenute ancora oggi). Gli oggetti vengono avvolti in modo grazioso e funzionale nel furoshiki (panno quadrato) e i pacchetti vengono ornati con elaborate mizuhiki (ricercatissime legature di spago di carta) in modo che la confezione sia gradevole anche alla vista oltre che per il suo contenuto.

In conclusione, l’arte della legatura giapponese è stata perfezionata nel corso dei secoli, dapprima come costrizione e successivamente anche come ornamento del corpo, e la pressione esercitata dalla corda può anche utilizzare alcune tecniche dello Shiatsu.

La legatura viene eseguita con diverse corde, ognuna delle quali assolve a un compito preciso, e ciascuna contribuisce all’effetto globale. Ogni nodo ha il suo significato storico e tutti traggono origine dallo Hojo-jutsu.

Fonti: Beatrice Gigliuto e Hikari Kesho

Ph & video: Red Lily & Alice Kitsune by Iron Lion Zion & Miriam Bendìa

Miriam Bendìa

Miriam Bendìa

Tra un viaggio e l’altro, vive a Roma.
Ha scritto un pugno di libri.
Come Philippe Daverio, sostiene che la vita con l'arte talvolta migliora l'arte della vita.
Sogna molto, la notte. E ha imparato, al risveglio, a fidarsi delle proprie visioni oniriche.
Da grande – dice – sogna di fare la scrittrice.
Miriam Bendìa

Comments are closed.