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ENRICO COGNO.
Think outside the box

Think outside the box, letteralmente “pensa fuori dalla scatola”, significa ragionare vedendo le cose da un punto di vita diverso dal consueto.
È una delle principali applicazioni che il nuovo versante della creatività richiede alle menti giovani. Nella comunicazione d’impresa consente, ad esempio, di arginare l’invasione del marketing sostitutivo, come gli smartphone che hanno mandato in pensione la pellicola fotografica o i muretti new jersey che hanno sostituito i guardrail. Serve ad affrontare i mercati studiando come agiscono i competitori indiretti, scoprendo quindi cosa potrebbe generare profitti in nuovi settori secondo le migliori strategie che altri hanno utilizzato.

Come favorire il pensiero fuori dagli schemi? Si possono avere spunti leggendo libri diversi dal solito, incontrando persone di altri ambienti oltre al proprio o imparando a ragionare per antitesi, capovolgendo i problemi.
Si può ad esempio applicare la “tecnica della catastrofe”, ipotizzando una serie d’incredibili guai al solo scopo di creare dei problemi. Sembra assurdo, in un mondo che di problemi ne ha già tanti, cercarne altri, ma è una tecnica utilissima per disporre di una “lista delle cautele” che è bene imparare a temere per evitare guai.
Applicando la tecnica del rovesciamento (da me battezzata “Pensiero Antitetico” e descritta nel libro Come risolvere i Problemi) si scopre che molte cose, apparentemente irrisolvibili, possono essere affrontate solo osservando la crisi da un altro punto di vista. Capovolgere la situazione può aiutare a vedere scenari che altrimenti non sarebbero stati evidenti. Il nostro cervello è così abituato a seguire gli stessi schemi che spesso ne esclude molti altri e non siamo capaci di vederli finché non cambiamo punto di vista.

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Un altro metodo è quello di operare a ritroso, step by step, per raggiungere l’obiettivo con il metodo del gambero e trovare la soluzione attraverso la strada inversa: infatti scendere dalla montagna è più facile che salirvi, anche se la strada è la stessa. Ma, mentre in montagna vi è realmente una forte differenza di sforzo e di difficoltà tra la salita e la discesa, nel problem solving andare avanti è reso arduo soltanto dal fatto che non conosciamo la strada, mentre tornare indietro è facile perché siamo “già passati da lì”. Quindi, anziché percorrere, dopo averle individuate, le tappe dalla 1 alla 10, basta percorrerli dalla numero 10 alla numero 1, quindi con difficoltà decrescenti.

I bambini sono più abili degli adulti in questi schemi perché ragionano ignorando le convenzioni sociali che non hanno ancora fatto in tempo a condizionare la loro mente. È questo il motivo che spesso mette in difficoltà anche i laureati ad alto potenziale nell’affrontare il mondo del lavoro. Oltre a sommergere di curricula imprese ed enti o partecipare a concorsi, sono poco informati (ma soprattutto poco formati) su cosa è opportuno fare quando si deve passare all’azione. Mancano d’iniziativa e di autonomia di processo perché, a monte, è stato fatto troppo poco per svilupparle in loro.
Questa non è un’accusa diretta ai giovani: semmai è diretta a chi produce, inconsapevolmente, un clima educativo che riduce i giovani alla passività e li rende angosciati all’idea di fare qualcosa senza che esista un modello di riferimento.
Questi “mutilati dello spirito d’iniziativa” non sanno cosa fare se non è detto loro (tautologicamente) cosa debbono fare: però, continuando a chiedere “come si fa” (e ottenendo sempre l’illustrazione di una prassi),, non si induce a pensare come si “potrebbe fare”, magari meglio, in modo nuovo, introducendo un cambiamento, dimostrandosi quindi un piccolo innovatore.

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Manca l’abitudine al pensiero alternativo e non si pensa, purtroppo, di sfruttare questa carenza in senso positivo.
Ad esempio, in una selezione per un posto da assistente di direzione, giorni fa il selezionatore aveva soltanto incontrato brillanti laureati tutti privi di esperienza. Infatti, il ritornello con il quale tutti iniziavano la presentazione era: «Purtroppo non ho esperienza».
Solo una candidata si distinse da tutti. Anziché lamentarsi e iniziare la litania del “purtroppo” ribaltò il problema e disse: «Ovviamente, e fortunatamente, non ho esperienza, essendomi appena laureata, ma grazie a questo penso di potervi essere d’aiuto nel vedere le cose con occhi nuovi; non è presunzione, è solo voglia di contribuire. Forse proprio perché agli esperti certe cose appaiono ovvie, grazie alla loro esperienza, certi aspetti possono risultare offuscati per effetto dell’assuefazione. Io invece potrei esservi d’aiuto nel vedere le cose in modo nuovo proprio grazie al fatto di non avere esperienza».
Fu assunta. Aveva mostrato un approccio mentale positivo, era uscita dal gregge, si era “messa in proprio”. Mettersi in proprio non vuol dire soltanto aprire un esercizio o creare un’impresa: significa soprattutto offrire freschezza, novità, innovazione, voglia di cambiamento. Vuol dire accettare il rischio.

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Le aziende sono assillate da persone che chiedono, mentre vorrebbero essere circondate da persone che offrono.
 Nessuna organizzazione orientata al libero mercato è interessata a risolvere i problemi dei giovani inoccupati, poiché intende essere, al contrario, aiutata dai giovani a risolvere i propri problemi.
Ciò che serve è la predisposizione a essere una persona concentrata nel creare un vantaggio competitivo, a partire dall’individuare il “plus” che caratterizza se stesso.
Un manager, in un recente convegno, ha detto: «Siamo circondati da giovani che chiedono lavoro. Sono stupito del fatto che queste persone non vedano altro che la loro esigenza. La mia azienda non tenta mai di vendere un prodotto pretendendo che i clienti lo comprino: si attiva per presentare ai clienti il vantaggio che quel prodotto offrirà a loro. Non riusciremmo a vendere niente se parlassimo solo del vantaggio che ne deriverebbe a noi».

La cosa che un giovane deve temere di più è assomigliare a un timbro, quell’attrezzo così amato dai burocrati perché offre la garanzia che la prossima impronta sarà identica a quella precedente. 
Si dovrebbe invece assomigliare a un caleidoscopio che, a ogni movimento, genera nuove figure, nuove connessioni, nuovi colori. Si deve ragionare, cioè, out of the box.

Enrico Cogno

Enrico Cogno

ENRICO COGNO (Torino, 28 aprile 1937), sociologo, giornalista, formatore, risiede a Roma dal 1966. È stato responsabile della comunicazione di gruppi internazionali e formatore presso le maggiori organizzazioni del settore (vedi i dettagli su: www.enricocogno.it).
Attualmente è: docente presso la LUISS per l’Executive MBA; docente dell’area Creatività e Comunicazione Pubblicitaria (Facoltà di Scienze della Comunicazione) presso UTIU – Università Telematica Internazionale UniNettuno; Membro della Faculty di CONSEL (Gruppo ELIS); Direttore del Master in Communication Management del Centrostudi Giornalismo e Comunicazione; Direttore Responsabile di LUXORY, periodico dell’eccellenza del Made in Italy.
È stato vice presidente della FERPI (Federazione Italiana Relazioni Pubbliche) ed è consulente e formatore dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Roma.
Enrico Cogno

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