LA LIBERTÀ DIFFICILE.
Vis-à-vis con
Vittorio Nocenzi

Esce ufficialmente oggi, 6 ottobre, la legacy edition di Io sono nato libero, una preziosa versione in cofanetto di uno degli album che ha segnato la storia del Banco del Mutuo Soccorso e, più in generale, di tutto il progressive italiano.
Non si tratta in realtà di un semplice remaster dell’album uscito nel 1973, ma di un progetto ben più ampio, che comprende un secondo album di materiale inedito suonato dalla nuova formazione del Banco. Il titolo? “La libertà difficile”.
A completare l’opera un booklet di 40 pagine con foto, interviste, note e un albero geneaologico che ripercorre la storia del gruppo fino ad oggi. La storia del Banco continua, quindi, grazie all’ispirazione e al carisma del suo fondatore Vittorio Nocenzi, che abbiamo incontrato a Roma in occasione della presentazione del progetto. Dove? Nel corso del Progressivamente Free Festival organizzato da Guido Bellachioma.

Innanzitutto volevo chiederti da dove nasce la scelta di questo titolo, “La libertà difficile”…

«Dal contenuto del brano. C’è un brano che si chiama “La libertà difficile”, è il titolo dell’album e del pezzo completamente inedito. Mentre gli altri sono ispirati liberamente a tre brani della versione originale: “Canto nomade per un prigioniero politico”, che ha ispirato “Je suis”, “Dopo… Niente è più lo stesso” ha ispirato “Après rien, rien est plus le mème”, e “La libertà difficile”, completamente inedito perché scritto da mio figlio, Michelangelo Nocenzi.
Quando me lo ha presentato, mi è piaciuto immediatamente perché ha una grande linearità e forza di comunicazione, universale. Inoltre era perfetto per la libertà di cui volevo parlare: la libertà basata sulla conoscenza, di cui in questi tempi abbiamo assoluto bisogno.»

Io sono nato libero nasce in un anno cruciale, il 1973, anno del golpe di Pinochet, della fine della guerra del Vietnam: come vedi oggi quel disco e come lo hai rivissuto anche alla luce di questo progetto?

«Purtroppo come dolorosamente attuale. Principi universali, come la vita umana, contano sempre meno, mentre a contare sempre di più è il consumismo materialista, senza spirito, senza anima. È proprio questo che ha reso urgente un’operazione di rivisitazione che fosse però lontana mille miglia da qualunque logica aziendale, come risultare in catalogo e queste cose qui… Sono operazioni che fanno parte del presupposto di ogni supermercato e cioè il consumismo, con cui non ho mai voluto aver niente a che fare, a maggior ragione oggi.
 Era quindi necessario che ci fosse una meditazione seria sul perché e sul come realizzare questa pubblicazione, e credo di aver trovato il bandolo della matassa proprio ispirandomi a quanto appena detto.

Quando “Io sono nato libero” uscì, nel ’73, il movimento giovanile dell’area occidentale rimase molto colpito dal colpo di stato ai danni di Allende, che fu assassinato in uno stato sovrano libero e che aveva liberamente eletto un capo di stato. Peccato che i servizi segreti internazionali preferirono sostenere invece i militari e Pinochet.
 Quella vicenda mi turbò molto e ispirò proprio i versi, le parole che ho scritto allora con Francesco, lamenti di chitarre sospettate a torto, sospirate piano; fu una cosa molto forte, che ci indignò profondamente. Oggi, prima di restare indignati, c’è bisogno, urgenza, emergenza di riaffermare come centrali valori come la pace, come la libertà.

E allora ecco che questa rivisitazione doveva essere comunque delicata, e così mi sono apprestato a farla. Come nelle precedenti legacy, quali “Il Salvadanaio” e “Darwin”, si tratta di materiale così storicizzato che appartiene a centinaia di migliaia di persone. Non potevo comportarmi con superficialità, pensando che avendo scritto io la musica e le parole insieme a Francesco Di Giacomo appartenessero solo a me.
 Sono l’esito di tanti coautori, centinaia di migliaia di persone che si sono immedesimate in queste parole, questa musica e, sullo slancio emotivo che questi brani hanno suscitato, sono state fatte scelte di vita privata che ne hanno condizionato il futuro. Hanno scelto a quale facoltà iscriversi all’università, che lavoro fare da grandi, con chi sposarsi, che tipo di idea politica e che tipo di idea di vita scegliere e portare avanti. C’era quindi un’obbligatorietà.»

All’interno di questa opera ci sono brani inediti, c’è una tua pubblicazione: spiegaci nel dettaglio cosa troviamo.

«Dal ’93, è la prima volta che il Banco del Mutuo Soccorso dà alle stampe più di trenta minuti di musica originale ed è una curiosità.
 Poi è un’operazione diversa dalle precedenti legacy edition, nelle quali c’era un brano che io ho amato molto, “Imago Mundi”: era un po’ il capitolo finale del concept album dell’evoluzione, “Darwin”, dove la domanda era “C’è stata evoluzione o involuzione?”. Con “Imago Mundi”, nei versi Cry my little soul imago mundi / Piange il mio piccolo cuore l’immagine del mondo, era esplicita la nostra idea più di involuzione che di evoluzione.

Per la prima legacy edition, “Salvadanaio”, abbiamo pensato potesse essere bello dare alle stampe un’opera contemporanea a “Salvadanaio”, che non ha mai visto la luce, l’opera rock “San Francesco d’Assisi”: in quell’occasione registrai dei brani al pianoforte, in versione acustica, con il supporto del violoncello di Tiziano Ricci, bassista della formazione futura del Banco.
“Io sono nato libero” tratta invece della libertà umana, fondamentale come l’aria che respiri la mattina, come il volere credibilità. Ci vuole coerenza, ispirazione poetica.
 La domanda forse è questa: “Che idea ha della libertà un uomo di sessantasei anni, che oggi ha sessantasei anni, rispetto a un ragazzo di ventuno come era allora?”. La risposta è stata facile: questi sono istanti nei quali è facile dirimere anche le matasse apparentemente più intricate.

E dovevo parlare di alcuni aspetti della libertà che non potevo cogliere a ventun anni e che è quasi obbligatorio che io, adesso che ne ho sessantasei, sottolinei: e quindi ho scelto di affrontare due idee di libertà. La prima è che il mondo è veramente libero se c’è libertà di improvvisare: voglio dire, se tu riesci, hai il coraggio di scegliere, di seguire cosa fare, una visione, un comportamento, un giudizio, qualunque cosa, però senza un calcolo utilitaristico, beh probabilmente sei veramente libero. Dove invece tutto è computerizzato, tutto è verificato, tutto deve essere calcolo… In questi tempi la libertà di improvvisare è una bella libertà!

La seconda è ancora più importante, molto più di questa: è la libertà che si basa sulla conoscenza. Se siamo ignoranti non saremo mai liberi: la conoscenza umana dà libertà di scegliere, di vestire, di capire i veri significati di quello che abbiamo intorno ed è il concetto del testo de “La libertà difficile”. La vita, canto in questo brano, è multipla e se ti hanno detto che la vita è semplice non è vero: la vita non è semplice, anzi è multipla.»

Qual è stata la novità che hai sperimentato nella realizzazione di questo ultimo progetto?
«La cosa alla quale tengo di più è raccontare quello che mi ha regalato di sorprendente questa gioia della mia vita: la scoperta che il mio terzo figlio, Michelangelo, è il mio alter ego musicale. Scrive della musica che mi entusiasma, mi scuote. C’è una nuova linfa insieme a questa nuova formazione del Banco, che amo molto perché è costituita da belle persone, umanamente appassionate, pulite, trasparenti e dotate di grande talento musicale.»

 

Quindi, caro Vittorio, con Michelangelo il Banco è di fronte a un’evoluzione più che a un’involuzione!  😉

Massimiliano De Ritis

Massimiliano De Ritis

Classe 1976, abruzzese di nascita, romano d'adozione. Giornalista radiofonico, ha lavorato in diverse case editrici. Ha intervistato, tra gli altri, Jonathan Coe, Michel Houellebecq, Hanif Kureishi, Mordecai Richler, Amelie Nothomb e Banana Yoshimoto. Attualmente è project manager per Bake. Segue con particolare attenzione il mondo del design e dell'illustrazione. Sogna un periodo sabbatico nelle Langhe, intanto suona la chitarra in una band soul/R&B.
Massimiliano De Ritis

Comments are closed.