Borg McEnroe il film

BORG vs McENROE.
Quella partita infinita sconosciuta ai Millennials

Alla dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, vince Borg-McEnroe il film sulla più affascinante partita di tennis che sia mai stata giocata. Il miglior film tra quelli in concorso? No, ma l’ho seguito comunque con piacere ed emozione, pur conoscendo il finale al contrario della maggioranza del pubblico che, per questioni anagrafiche, non si poteva ricordare di quella partita infinita del 1980.
Ma la manifestazione di Roma non è un Festival con una giuria di esperti, è una Festa del Cinema: decide il voto del pubblico che, del resto, aveva già mandato segnali precisi spellandosi le mani per gli applausi durante e dopo la proiezione.

Il film “Borg-McEnroe” di Janus Metz Pedersen

Per una coppia di trentenni seduti accanto a me, quella partita non è storia ma cronaca: seguono trepidanti le fasi della finale, lui (Giorgio) infastidito dalle domande di lei (Sabina): “Ma Borg me lo ricordavo sposato con la Bertè, chi è ‘sta fidanzata bionda?”. Giorgio fa spallucce; per mettere buona Sabina, la rassicuro: “La Bertè è arrivata dopo, quando lui si era già ritirato dallo sport agonistico”. Mi illudevo che bastasse, ma lei si sporge sulle spalle del suo lui per chiedermi: “Ma hanno fatto figli insieme?”. Le confesso che sono impreparato sull’argomento. Giorgio perde il già improbabile aplomb: “A Sabi’, ‘nun sta’ arompe a tutti; dopo, controlli su Google no?! E ‘nnamoo!”. E Sabina, sibilando “sei ‘gnorante però, c’ho sai Gio’?”, si concentra su Bjorn, che ora è sotto la doccia. E pare appagata.

 

Piace al pubblico, meno ai critici

Il film di Janus Metz Pedersen è girato con mestiere e “con la consapevolezza – come dichiarato nell’incontro con la stampa – della responsabilità di consegnare alle platee di tutto il mondo il mito più grande dello sport svedese: Bjorn Borg.”
Una parte della critica lo ha giudicato un film mediocre, ordinario, che presenta in definitiva stereotipi piuttosto che indagare a fondo le personalità umane e sportive dei due grandi rivali. Altri ancora oppongono una mancanza di visione critica del sistema di potere e d’interessi economici che crea, fomenta e sfrutta le rivalità sportive. Ma lo svedese Metz Pedersen ha fatto il film che sentiva e per il quale pensava di essere attrezzato: una narrazione dello storico match attraverso una serie di flash back, in soggettiva, della vita di Bjorn e di John, prigionieri di demoni diversi (ma poi mica tanto diversi) e dello stesso ossessivo sogno: essere il migliore tennista al mondo.

Il film ci svela due adolescenti testardi e ribelli con una sconfinata passione per il tennis. Poi, crescendo, maturano personalità diverse: alla freddezza di Borg che cova tutto dentro, come una pentola a pressione, pronto a esplodere sul campo martellando a ogni colpo l’avversario, si contrappone l’effervescenza dello scoppiettante americano metallaro, casinista, rissoso e dalle battute affilate come una lama puntata costantemente contro i giudici di gara e contro i giornalisti. In questo diverso processo di maturazione hanno giocato un ruolo decisivo i due punti di riferimento di Bjorn e John: l’allenatore per il primo, il padre per il secondo.

Il film “Borg-McEnroe” di Janus Metz Pedersen

Il film “Borg-McEnroe” di Janus Metz Pedersen

Ecco, questa importante parte del film è, secondo me, quella meno riuscita: la meno palpitante, la meno incisiva con una caduta della tensione emotiva nella descrizione sia dei rituali pre partita, davvero maniacali, di Borg sia delle intemperanze folcloristiche di McEnroe.

 

La finale di Wimbledon

Quando comincia la parte della grande sfida, il film decolla.
L’attenzione del pubblico in sala si fa totale, anche perché si schiera: Sabina stringe i pugni a ogni mazzata vincente di Borg, Giorgio deglutisce soddisfatto a ogni affilata volée di McEnroe. Il quarto set è quello del tie-break infinito, passato alla storia del tennis; mi viene in mente che potrei rovinare la festa ai miei vicini rivelandogli con candore il risultato finale! Ma è la tentazione di un attimo e non lo farò neanche alla fine di quest’articolo. Per il rispetto di quelli che andranno al cinema, resistendo alla tentazione di conoscere prima l’esito di quella partita con una semplice ricerca su Internet.

Il ritmo del film si fa tachicardico: è un susseguirsi di colpi di scena, di match point conquistati, persi e riconquistati, di set in bilico, di duellanti a turno sull’orlo del baratro o a due passi dalla gloria, raccontati attraverso ogni possibile variante di inquadratura e con effetti sonori tali che ogni colpo te lo senti nello stomaco.
In queste scene il regista dà il suo meglio di mestierante della macchina da presa, cogliendo quel particolare, quello sguardo, quella reazione, quel gesto compulsivo che, attraverso un dettaglio, comunicano la tensione più di qualsiasi battuta, di qualsiasi colonna sonora.
Non è soltanto una partita tra due grandi tennisti, sono anche a confronto due stili di vita, due culture, due continenti nella transizione tra due epoche: quella del tennis come sport di gentiluomini e l’inizio degli arrembanti anni 80 che mescolarono per sempre campioni dello sport e rockstar.
Gli attori che impersonano Bjorn (Sverrir Gudnason) e John (Shia LaBeouf) hanno una somiglianza di base notevole con i veri duellanti; e devono averli studiati a lungo perché movenze, gesti e tic sono perfetti. Come del resto sono credibili gli attori che impersonano i comprimari: Jimmy Connors, Peter Fleming, Vitas Gerulaitis.

Il film “Borg-McEnroe” di Janus Metz Pedersen

Anche il finale, con l’incontro casuale all’aeroporto tra i due campioni che, dopo qualche imbarazzo iniziale, si abbracciano è stato vissuto dalla critica meno favorevole come melensa chiusura. Ma Metz Pedersen sta raccontando una storia e quella storia, vivaddio, è a lieto fine: una rivalità che diventa una solida amicizia che dura ancora oggi a dispetto delle vite non semplici di entrambi. “Ci si abbraccia dalle vostre parti?” chiede McEnroe a Borg al momento di salutarlo e lui spalanca le braccia. E sì, a quel punto buona parte del pubblico si commuove, trasferendo l’emozione nell’applauso che diventa forte, più forte e accompagna il film alla vittoria.

È il pubblico, bellezza! Il pubblico. E tu [critico] non puoi farci niente. Niente! Per fortuna.

Marco Stancati

Marco Stancati

Inevitabilmente analogico per motivi anagrafici, si aggira da meticcio digitale tra on line e off line, consapevole che non sono mondi alternativi ma parti, sempre più intimamente intrecciate, della medesima quotidianità.
Oggi è Comunicatore e Formatore d’Impresa in diversi ruoli e modi: Consulente Direzionale, Docente alla Sapienza di Roma (“Comunicazione per il management d’impresa”), Curatore di eventi. In precedenza: Responsabile aziendale della Comunicazione; Dir. Responsabile RIMP Inail; Docente per dieci anni di “Comunicazione Interna” e “Pianificazione dei mezzi” nella stessa Università (Sapienza; Dip. Coris).
Cura varie rubriche, su: Tech Economy (Articoli e Mini Saggi), Just Baked (Recensioni e interviste), Pulse di LinkedIn (Riflessioni sulla Comunicazione).
Con passione, nonostante qualche infortunio: nonno, nuotatore, ciclista. E talent scout di manager e artisti (in caso di complementarietà, il risultato può essere formidabile).
Se proprio volete saperne di più: LinkedIn.
Marco Stancati

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