Fabrizio Cammarata © Dodo Veneziano

OF SHADOWS.
Fabrizio Cammarata:
sono un “nudista”
della musica

Si intitola Of Shadows il nuovo album del songwriter italiano Fabrizio Cammarata, in uscita oggi per 800A Records.
Il cantautore siciliano è tra le più apprezzate voci italiane all’estero, per la capacità di saper unire poesia e musica con una sensibilità particolare. È l’espressione di un percorso personale e intimista, nel proprio mondo delle ombre, che riflette in chiaroscuro le passioni e le paure della contemporaneità in cui tutti possiamo specchiarci.
L’album prodotto da Dani Castelar (già producer di Paolo Nutini ed engineer in passato di Editors, REM, Michael Jackson, Snow Patrol) vede la collaborazione tra musicisti di estrazione diversa quali: Donato Di Trapani all’elettronica, ai synth modulari e al pianoforte, il batterista inglese Adam Dawson, il bassista cresciuto a pane e Motown Carmelo Drago e gli amici Martin Perna, fiatista e fondatore degli Antibalas, e Angelo Di Mino, violoncellista.


Of Shadows fa seguito all’EP In Your Hands (uscito a fine 2016) ed è stato anticipato nelle scorse settimane dal secondo singolo Come And Leave A Rose e, prima ancora, da Long Shadows.
Undici tracce in inglese che, scritte durante i tanti viaggi in giro per il mondo, delineano i contorni di un disegno sfumato a tinte pastello. I punti di riferimento si perdono intorno alla voce malinconica e rabbiosa di Fabrizio, capace di puntellare con personalità una riuscita e ispirata alchimia tra folk ed elettronica. La forma canzone è la vera protagonista.
Un disco che punta in alto, ispirandosi a maestri del puzzle emozionale quali Benjamin Clementine e Damien Rice, senza dimenticare il disamoramento cerebrale e viscerale che caratterizza le composizioni di Beck.
Per comprendere meglio la genesi di Of Shadows, e lasciarci trasportare dal suo vitale ritmo cardiaco all’interno delle eclissi sonore, abbiamo incontrato Fabrizio Cammarata.

Il tuo nuovo lavoro nasce da un’esperienza a tratti mistica, quasi liberatoria, un cammino introspettivo di ricerca di se stessi all’interno delle proprie ombre e delle nostre zone grigie. Qui si annidano paure, dubbi, contrasti ma anche passioni autentiche.
Raccontaci il percorso e gli incontri che ti hanno portato a un’ispirazione così intimista per il tuo nuovo disco…
«Sono una persona estremamente timida, tranne che nella musica. Fin da bambino ho sempre espresso i miei segreti più nascosti cantando ciò che scrivevo. Insomma, per me è una cosa spontanea, come i naturisti che stanno nudi e non provano vergogna. Ecco, sono un nudista della musica!
Ciò che mi porta a scrivere le canzoni sono gli incontri con chi amo o con chi mi ama. Of Shadows è un disco di sole canzoni d’amore, questo non l’avevo mai fatto, e racconta di storie tormentate ma vere, nelle quali non ci si risparmia, perché è così che mi piace vivere l’amore.
La musica per me è lo sciamano che prende tutta l’oscurità e se ne fa carico, lasciandomi libero dai fantasmi. Infatti sul palco quello che succede, almeno dal mio punto di vista, è proprio un rito di pulizia. La limpia, come la chiamano gli sciamani messicani con i quali ho avuto tanto a che fare.
Quando scendo dal palco sono un’altra persona, infatti sono una persona molto solare. Fuori dalla musica, la mia vita è fatta di sole e surf.»


In “Of Shadows” prediligi la forma canzone, che ami declinare con influenze folk, pop, accenni di elettronica con pochi punti di riferimento e, al contempo, grande originalità e stile. Quali sono gli artisti ai quali ti sei ispirato finora e quali tra quelli più interessanti della scena contemporanea stai seguendo con maggiore interesse?
«Quindici anni fa ascoltare Damien Rice mi ha cambiato la vita, lui ha sdoganato un modo di esprimersi che sentivo mio e che avevo quasi vergogna di tirare fuori. Negli ultimi anni ho avuto anche l’onore di conoscerlo e ogni volta che ci vediamo suoniamo fino all’alba. L’ultima volta nella mia Palermo, in una terrazza del centro storico. Lui ha ascoltato alcuni dei brani di Of Shadows prima di chiunque altro, quella sera. Chavela Vargas ha tirato fuori la mia voce, e la ascolto ogni giorno.
Con Dani Castelar, il produttore, abbiamo poi ascoltato tanto Benjamin Clementine, i Tinariwen, Bon Iver, Ben Howard, i Lewis Del Mar (devono ancora esplodere, ma dovete provarli!) e il mio amico Piers Faccini.»

L’ascolto delle tracce che compongono Of Shadows denota una linea guida melodica che fa risaltare il mood riflessivo, a tratti struggente, a tratti rabbioso che ti contraddistingue. Parlaci del tuo approccio compositivo: quanto c’è di vissuto nelle melodie che hai scritto?
«Tutto! Adoro quando mi fanno questa domanda… Nasce sempre tutto da una melodia, che non è mai sola, arriva alla mia mente già con una frase, magari anche solo una parola, che scopro essere la parola più importante e più significativa della canzone. Da lì possono passare 6 anni (o 10 minuti) per arrivare alla fine della scrittura. Nel disco ci sono esempi di due canzoni che stanno proprio fra questi due estremi. Il mio è un processo disordinato, caotico, non credo di avere la “maestranza”, il “mestiere” dello scrivere note. Ogni canzone potrebbe essere l’ultima, e quando una di esse arriva alla fine ringrazio il cielo e Chavela Vargas, che mi protegge sorridendo coperta dal suo jorongo da qualche parte.»

L’album, prodotto da Dani Castelar già con Paolo Nutini, è stato registrato a Palermo ma ogni brano rappresenta in realtà una tappa di un viaggio e un racconto di un’esperienza dai forti connotati passionali e dall’intensa emotività, aspetto quest’ultimo che conferisce un elegante e autentico lirismo all’intero lavoro. Possiamo dire che “Of Shadows” è un percorso tra le emozioni di ognuno di noi?
«Hai detto quello che per me è l’aspirazione più grande, ciò che desidero di più. Io racconto me stesso, ma se qualcuno, ascoltandomi, in disco o in concerto, trova qualcosa di sé nella mia voce e sente quella liberazione che sento io, non c’è successo che tenga. È questa la più grande vittoria che io possa immaginare per me. Il mio sogno è essere una sorta di sciamano… Fare piangere e sorridere qualcuno!»


Oltre agli arrangiamenti realizzati con particolare cura e meticolosità, il tuo approccio artistico trasversale ti ha portato anche a curare le immagini e la resa visiva delle canzoni che componi. Particolarmente evocativi sono proprio i video di “Long Shadows” e “Come and Leave a Rose”.
Ci puoi raccontare meglio questo aspetto del tuo lavoro, come hai sviluppato tale attitudine e chi ti assiste nella realizzazione?
«Ho scelto un tema, le ombre, che è prima di tutto visuale. Penso che c’entri anche la mia passione per la fotografia, che nutro come nutrivo la passione per la chitarra fin da bambino, senza aspettative, cercando solo il diletto che mi dà quel linguaggio. Spesso scrivendo non penso a un riferimento musicale, ma a una vecchia foto di Manuel Alvarez Bravo, Irving Penn, o Daido Moriyama. Una parte delle mie canzoni è sempre visuale, quindi quando c’è da lavorare a un videoclip per me è molto importante partecipare, perché significa un po’ aggiungere l’ultimo tassello che mancava. Mi circondo di amici che sono artisti raffinatissimi, alcuni riconosciuti anche internazionalmente, come Ignazio Mortellaro, artista a tutto tondo, Jose Florentino, fotografo portoghese, e Manuela Di Pisa e Luca Lucchesi, con il quale ho anche da anni un road movie in lavorazione.»

Una delle tracce che mi ha colpito di più per la sensibilità che metti nelle tue parole e “What Did I Say”, che parla dell’esperienza di chi si rende conto di aver fatto piangere qualcuno e del come ci si sente quando lo si scopre. È una ferita dura che chi ha provato e subito supera con una lunga e faticosa salita.
Quanta importanza ha secondo te nell’epoca della disattenzione, in cui l’immagine è tutto e dura una frazione di secondo, fermarsi a pensare?
«Torno alla mia prima frase di quest’intervista: sono una persona estremamente timida. Prima lo ero anche di più, e questo ha fatto sì che in me si sviluppasse una personalità riflessiva e osservatrice. Io guardo sempre il film della vita altrui (non nel senso che mi faccio i fatti degli altri!), il mio tempo interiore è lunghissimo, e penso sempre.
Il tipo di persona che con me non riesce a legare è l’irascibile, colui o colei che non sanno contare fino a dieci.»

Il mio brano preferito di “Of Shadows” è “Naked For You”: qui troviamo sia l’ispirazione letteraria di Saramago che la voglia di esplorare e contaminare le culture musicali del mediterraneo grazie all’inserimento di strumenti tradizionali berberi. L’hai definito il momento di eclissi totale del disco, forse il momento in cui le ombre svaniscono e si aspetta il ritorno della luce…
«Ci vuole il momento di oscurità totale, in un disco che visualmente rappresenta le varie fasi di un’eclissi. Ho pensato a Cecità di Saramago per questo pezzo, è vero. Ma la cosa meravigliosa è che è durante la fase totale di un’eclissi che si raggiunge il massimo livello di consapevolezza. Hai mai visto un’eclissi di Sole? È lì che scopriamo la natura imperfetta e violenta della nostra stella, con le sue eruzioni nella corona solare. Similmente è solo durante un’eclissi di Luna che noi, senza l’ausilio di nessuno strumento, abbiamo la prova più efficace e inconfutabile della Terra come sfera, visto che vediamo la sua ombra curva sul nostro satellite. Ecco, allo stesso modo va cercata l’eclissi dentro di sé.»


In “Of Shadows” sperimenti un songwriting dalle chiare caratteristiche folk di respiro internazionale. Una scelta stilistica coraggiosa la tua, molto distante dalle tentazioni commerciali cui cedono spesso altri giovani cantautori italiani.
Cosa ne pensi della scena indie italiana e quali artisti senti più vicini al tuo stile e al tuo modo di interpretare la musica?
«Sono fan, oltre che grande amico e compagno di strada (abbiamo fatto insieme il disco e il romanzo Un Mondo Raro), di Dimartino. Un altro amico e artista che amo è Gnut, mi emoziona tantissimo. Per il resto non seguo molto la scena indie italiana, soprattutto perché, viaggiando così tanto, i miei stimoli arrivano da tutto il mondo. Ma non vedo l’ora di scoprire casualmente il nuovo De Andrè

In ambito musicale, al giorno d’oggi, non si può prescindere dalle collaborazioni. La produzione è, molto spesso, una continua osmosi d’incontri ed esperienze che arricchiscono e ispirano i singoli artisti. Pur essendo un artista giovane, il tuo talento ti ha permesso di avere all’attivo alcune importanti collaborazioni con musicisti di levatura internazionale. Ci puoi raccontare quelle per te più significative?
«Prima raccontavo di Damien Rice, ma altri momenti fondamentali della mia carriera e del mio percorso personale sono stati i complimenti di Ben Harper, l’essere stato in tour con Patti Smith, avere suonato con Daniel Johnston, jammato con i Tinariwen e avere scritto una canzone con Piers Faccini. E poi ho aperto i concerti di Iron & Wine, Xavier Rudd, Hindi Zahra e molti altri. Tutto ciò è una benedizione perché confrontarsi con i grandi ti fa sentire molto piccolo ma ti dà anche uno slancio al miglioramento che è estremamente salutare.»

Con l’uscita di Of Shadows proseguirai anche il tour che è iniziato da Bruxelles e ti porterà a Parigi, Londra e in giro per molte città tedesche.
Cosa dobbiamo aspettarci dal live di Fabrizio Cammarata e, soprattutto, vorremmo sapere quando avremo la possibilità di ascoltarti dal vivo anche in Italia?
«Cercherò sempre di lavorare per regalare un momento di intensità, ai miei concerti. Mi piace l’idea di fare uscire il pubblico dalla propria comfort zone… Insomma non intrattenimento ma momenti forti. In Italia farò vari concerti promozionali ma un tour vero e proprio arriverà a partire da gennaio. La verità è che non vedo l’ora che ciò succeda, perché nonostante tutto suonare nel mio Paese è una delle cose che mi diverte di più. Poi in primavera tornerò in USA, Canada e forse America Latina.»

Segui tutti gli aggiornamenti, riguardo all’artista, sulla pagina Facebook di Fabrizio.

Cover: Fabrizio Cammarata by Dodo Veneziano

Fabrizio Montini Trotti

Fabrizio Montini Trotti

Classe ’75, appassionato di musica con il vizio della scrittura, Fabrizio è un inguaribile collezionista di vinile, da sempre alla ricerca di nuovi generi e talenti da ascoltare e da proporre. Non a caso la radio e la consolle sono stati, per un po’ di tempo, il suo habitat naturale.
Pur avendo appeso le puntine al chiodo, continua ad applicare i precetti del jazz, la sua prima passione, al lavoro e alla vita quotidiana, convinto che improvvisazione e ispirazione derivino dalla convergenza di vari elementi, proprio come predicava il suo “mentore” Sun Ra.
Al profeta dell’Alabama deve anche la sua devozione per l’afrocentrismo, che studia e declina nelle sue diverse forme musicali, dalla riscoperta dei suoni tradizionali fino all’elettronica.
Fabrizio Montini Trotti

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