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CULTURAL ANALYSIS.
Libri e genere fra fuga e ricerca

Cultural analysis, Rubriche di Donato Falotico

19 gennaio 2018

«La cosa bella dei libri è che li puoi leggere» – mi diceva mia nonna. Lì per lì mi sembrava una frase così ovvia, ma non ne capivo il significato reale. «Quando c’era la guerra – continuava lei  – andavamo in camera io e zia, e a turno leggevamo ad alta voce quel libro sulle storie dei fantasmi e ci dimenticavamo di tutte le cose brutte». E allora capivo. Oggi penso che oltre a leggerli, la cosa bella è che i libri puoi andarteli a cercare, guardare, sfogliare, annusare, in quegli universi di parole e lettere che sono le biblioteche o le librerie. E quando li apri, dentro ci puoi trovare interi mondi. Intere ere. Puoi capire. Puoi conoscere. Puoi viaggiare nei luoghi e nel tempo. Puoi ridere, piangere, dispiacerti o gioire. E il processo stesso del cercare questi libri è eccitante. Ma forse una delle cose più belle dei libri è soprattutto che puoi scegliere quelli che ti piacciono e lasciare sugli scaffali quelli che non ti piacciono.

Photo by Annie Spratt on Unsplash

Ma cos’è che fa preferire un libro rispetto a un altro? Nello specifico, cos’è che fa sì che alcune persone prediligano un genere narrativo rispetto a un altro? Ancora più nello specifico, mi chiedo: cos’è che distingue le persone che preferiscono libri con storie intrise di mito, folklore e leggenda, da quelle che prediligono narrative più “razionali”? Cos’è che fa sì che racconti di folletti, fate, sortilegi, demoni e maghi risultino estremamente eccitanti, interessanti e coinvolgenti per alcuni e addirittura noiosi, ridicoli e infantili per altri? Qualche anno fa, in un’intervista a Christina Oakley Harrington – fondatrice e proprietaria di Threadswell’s bookshop a Londra ed ex professoressa di Storia Medioevale e Teologica alla University of Surrey – abbiamo discusso alcune idee in proposito. Threadswell è una libreria definita “esoterica”. Ci si possono trovare libri nuovi e di seconda mano su tematiche che spaziano dal mito alla religione, dal folklore all’occulto. L’esperienza di Christina mi sembrava un buon punto di partenza per approfondire alcune delle mie considerazioni.

Photo by Maia Habegger on Unsplash

Da parte mia, c’era un interesse particolare nel cercare di comprendere l’attrazione verso gli elementi narrativi caratterizzati dal “fantastico”, dal “magico”, dal “soprannaturale” e dal “misterioroso”. La mia idea prendeva in considerazione l’ipotesi che questi elementi potessero avere un ruolo “escapista” dalla realtà ordinaria: un mezzo-strumento per “fuggire” da una quotidianità, eccessivamente “conformata” e conformista. Questa considerazione – del tutto personale – derivava dall’idea che molte delle routine nella vita moderna – soprattutto in un contesto capitalista  – non lasciassero lo spazio (o il tempo) sufficiente a una parte più “irrazionale” della mente umana per esprimere se stessa. L’idea che ricavavo da questa considerazione era che questi temi narrativi potessero avere ruolo di “rifugio” dalle “minacce” della vita contemporanea.

Seguendo ancora il mio ragionamento, questo si manifestava quindi nell’abbandono di un approccio razionalista nella selezione di alcuni contenuti letterari per l’intrattenimento, in favore di un’attitudine più “metafisica”. Un po’ come faceva mia nonna quando là fuori c’era la guerra. Si dimenticava delle cose brutte leggendo storie sui fantasmi. Ovvio, il paragone con la guerra mette in ridicolo le “difficoltà” del contesto contemporaneo, ma da un punto di vista motivazionale, il confronto potrebbe rendere l’idea.

Photo by Kyle Glenn on Unsplash

Durante la chiacchierata con Christina, trovai interessante il suo punto di vista, che però di fatto dava una lettura diversa alla mia interpretazione. Lei sosteneva infatti che la nostra società non fosse in realtà “conformata” come la definivo io, ma che fosse piuttosto individualista. Non ci vestiamo tutti alla stessa maniera, non ci aspettiamo tutti di avere lo stesso tipo di relazioni interpersonali –  mi faceva notare lei. Più che un ruolo “escapista” come lo definivo io, lei poneva l’attenzione sul ruolo di “ricerca” del lettore. «C’è molta più attenzione nella ricerca in quello che non puoi sapere» – sosteneva Christina. «Non puoi pretendere di rifugiarti in ciò che è misterioso, perché non potrai mai dominare ciò che è misterioso. Sarà sempre un passo avanti a te. È come i sogni. Ti mistificheranno sempre». Quindi la preferenza di certi contenuti letterari – secondo lei – era funzione di un certo processo di ricerca, più che di fuga. «Lungo la storia, le persone hanno sempre avuto un’attrazione per quello che è misterioso» – mi diceva lei durante l’intervista. «Ogni generazione ci è passata. Il circolo di Jung ad esempio; loro erano convinti di aver scoperto una nuova era. Il circolo dello spiritualismo, nel 1800, anche loro erano convinti di approcciarsi al misterioso per la prima volta. Oppure il circolo di Cosimo De Medici, Giordano Bruno, Marsilio Ficino: anche loro erano convinti di avvicinarsi seriamente per la prima volta allo spiritualismo. Ogni generazione ha avuto un’attrazione per ciò che è misterioso. Perciò non penso che quello che accade oggi accada perché la nostra società stia andando troppo in fretta, ma piuttosto perché l’esperienza umana guarda sempre oltre…»

Le mie teorie “escapiste” di stampo più prettamente psicologico sulla preferenza di letteratura fantastica (e/o esoterica – mitica – folkloristica, mettendo tutto nello stesso calderone, come fosse il calderone di una strega), venivano così rielaborate, arricchite e rivestite di un’interpretazione storiografica che faceva capo a un ciclico bisogno umano di ricerca sull’ignoto. La lamentela post-moderna che avevo proposto come spiegazione di una preferenza per determinati generi letterari, veniva riadattata (per me in maniera alquanto convincente) a una necessità di ricerca insita nell’animo umano. E questo mi stava bene.

Photo by Annie Spratt on Unsplash

Rimaneva però il fatto che non tutti erano inclini a dedicarsi a questo tipo di “ricerca”. Molte persone, molti lettori, preferivano generi d’intrattenimento letterario più “razionali” – sostenevo io. E chiacchierando sul concetto di “razionalità” ci trovammo davanti a un problema di natura ermeneutica. Quello che io definivo “irrazionale”, per Christina non aveva senso. E cominciava a non averne neanche per me. Chi era che definiva quello che doveva essere razionale e quello che invece doveva definirsi “irrazionale”? Ci trovammo a discorrere sui significati del concetto di superstizione e sul fatto che spesso la parola “superstizione” venisse usata dai più in termini quasi dispregiativi. Il continuo rimando all’idea di “ragione” aveva fatto sì che cominciassimo a ragionare sul concetto di ragione e di razionalità da un’altra angolazione.

“Irrazionale”. Cosa vuol dire irrazionale? Cosa vuol dire essere superstiziosi? «Viviamo in un’epoca davvero strana»  – mi disse Christina. «Siamo esseri irrazionali nella maggior parte dei casi. È molto irrazionale pensare che se ti compri due tonnellate di metallo rosso sarai più virile. Ma è il concetto alla base della pubblicità delle automobili e funziona continuamente. È molto strano pensare che un tubetto di crema ti renda una donna più bella, ma è il concetto alla base della pubblicità dei prodotti cosmetici. Siamo consapevoli che sia una cosa irrazionale. Ma ci caschiamo ogni volta. E ancora, ancora e ancora. È una superstizione quotidiana. Siamo persone profondamente irrazionali. Il tipo di investigazione più ‘irrazionale’ ma che io definisco invece più ‘razionale’ è pensare ‘oh mio dio,  è così strano essere vivi. C’è così tanto che non conosco’. C’è così tanto di più profondo, di eterno, c’è così tanto che mi incuriosisce. Questo è un tipo di ‘superstizione’ per cui ho più rispetto. Ironicamente».

Photo by Dmitry Ratushny on Unsplash

Christina mi aveva convinto. O quantomeno mi aveva fornito alcuni strumenti per pensarci su. La letteratura fantastica, mitica, folkloristica, come ricerca, piuttosto che come fuga. Il concetto di irrazionalità rielaborato aveva finalmente un senso più razionale – se mi perdonate il gioco di parole. Ma il mio cruccio rimaneva. E rimane. Fuga e ricerca – credo – a volte possono coincidere. Chi fugge da una guerra cerca la libertà altrove. Chi fugge dall’ignoranza cerca la conoscenza. Chi cerca compagnia, fugge dalla solitudine. E così via. Potremmo continuare per intere pagine. Ma la mia domanda continua a essere la stessa. Se da un lato possiamo avere la presunzione di proporre delle spiegazioni – o più umilmente – delle ipotesi, dall’altro dobbiamo esser pronti ad accettare che tali ipotesi possano essere smantellate di sana pianta ogni volta che consideriamo il concetto di cultura in termini antropologici. Se la fruizione di certi contenuti produce una determinata esperienza estetica – in una determinata persona –  dobbiamo considerare l’intero corpus di esperienze, emozioni, interpretazioni e bisogni di quella determinata persona per poter avere la presunzione di identificare un possibile pattern che ci dia una spiegazione “razionale” di quell’esperienza estetica.

Ma forse l’idea di spiegare razionalmente l’esperienza estetica è di per sé un controsenso. Forse la cosa bella dei libri, è che li puoi leggere – come diceva mia nonna. E alla fine della fiera, che si tratti di una fuga o di una ricerca o di entrambe, non credo importi molto. La cosa bella dei libri, è che li puoi leggere.

Within the Myth from cymbal banging monkey films on Vimeo.

Donato Falotico

Donato Falotico

Classe ’81, è un ricercatore con background in scienze sociali (psicologia cognitiva / comunicazione).
Specializzato in metodi qualitativi per l’analisi della cultura, della comunicazione e del comportamento umano. Principalmente, è interessato a comprendere perché le persone fanno quello che fanno e come determinati messaggi possano avere effetti su comportamenti, attitudini e percezioni. Guardando la società come una storia, il suo lavoro cerca di interpretare e comprendere la narrativa che la definisce.
Donato Falotico