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Comunicazione e pensiero riflessivo nell’era di Internet

Cultural analysis, Rubriche di Donato Falotico

16 febbraio 2018

Quando ragioniamo, costruiamo “qualcosa” nella nostra testa. Qualcosa di nuovo. Tramite un processo “costruttivo” mettiamo insieme un tassello dopo l’altro nella nostra mente (o più tasselli contemporaneamente) formando nuovi concetti, nuove idee, giungendo a determinate conclusioni. Col ragionamento mettiamo all’opera i magnifici strumenti del pensiero, giocando con informazione nuova e informazione che è archiviata nella nostra memoria. Manipoliamo i contenuti dell’esperienza e della conoscenza dandogli nuove forme. Edifichiamo – di fatto – nuove realtà mentali che a loro volta diventano parte del dinamico universo delle nostre idee. Queste “realtà mentali” interagiscono fra loro. Interagiscono con nuovi stimoli e reagiscono a nuovi contesti. Ragionando capiamo che ci piace il rosso più del nero. O che potrebbe convenire comprare una canna da pesca ed imparare a pescare piuttosto che pagare un pescatore perché peschi per noi.

Murales Street Art Photo by Rosie Kerr on Unsplash

Ora, il ragionamento, nei suoi diversi gradi di profondità analitica, implica un processo basato sulla riflessione. Per farla breve – (mettendo da parte l’esteso insieme di definizioni della tradizione filosofica) – la riflessione implica un meccanismo intellettuale di raccoglimento, un processo introspettivo in cui ci si trova faccia a faccia con se stessi e quello che si ha “dentro”. Visti in questa luce, il ragionamento e la riflessione possono essere considerati come processi incredibilmente creativi. Scaviamo, cerchiamo nel nostro mondo delle idee, manipoliamo significati che abbiamo dentro e ne costruiamo di nuovi. Creiamo nuove idee.

Immaginate però di non dover più ricorrere a questo meccanismo. Immaginate di avere sempre con voi una valigia che potete aprire all’occorrenza, e nella quale potete trovare etichettate una serie di idee e concetti pronti per l’uso. Al bisogno, aprireste la valigia e prendereste il concetto che vi serve. Comodo, no? E a poco a poco perdereste contatto con il vostro mondo interno. Il pensiero riflessivo si affievolirebbe ed i suoi spazi si riempirebbero di ragnatele. Ma che vi frega. Avreste con voi quella valigia. Ma se un giorno doveste perdere quella valigia? O se si rompessero le maglie che vi permettono di aprirla? O se quell’idea o quel concetto che vi serve in una determinata circostanza non fosse in quella valigia? Allora sareste fregati. Vi trovereste ad aver a che fare con chissà quante ragnatele nel vostro mondo delle idee. Dovreste scrostarle via, alla ricerca di chissà cosa, chissà come, se ancora vi ricordate come si fa ad “usare” la vostra capacità riflessiva.

Suitcase Photo by Fredrick Kearney Jr on Unsplash

Ora, facciamo conto che in questa valigia ci sia Internet. E facciamo che la valigia sia il vostro computer. Più leggero di una valigia, no? Anzi, semplifichiamo ancora il tutto. Facciamo che questa valigia sia il vostro smartphone. Più semplice di così… Avete una “valigia” che vi entra in tasca ed a cui potete accedere in ogni momento (beh, ammesso che ci sia linea per l’appunto o un wifi). Se utilizzato come potenziamento del pensiero, questo strumento si rivela come un imbattibile aiuto alla creatività ed alla produttività umana. Se usato però come unico ed esclusivo canale attraverso cui ricercare, elaborare ed interpretare, ecco che il pensiero riflessivo potrebbe rammollirsi. Non avreste più il bisogno di trovarvi faccia a faccia con voi stessi. E qualora ciò dovesse accadere, qualora doveste avere bisogno di riflettere, dovreste disfarvi delle ragnatele e re-imparare a “parlare” con voi stessi.

Murales Street Art Photo by Chris Barbalis on Unsplash

Ma veniamo al dunque. Le mie ridicole metafore sulla valigia e le ragnatele vogliono introdurre alcune idee esposte da Nicholas G. Carr. Nel 2010 l’autore pubblica un libro che si chiama “The Shallows: What the Internet Is Doing to Our Brains” (nel Regno Unito pubblicato con il titolo “The Shallows: How the Internet Is Changing the Way We Think, Read and Remember”). Il libro, finalista nel 2011 per il premio Pulitzer, propone l’eventualità che Internet stia cambiando il modo in cui pensiamo, leggiamo e ricordiamo. Carr riflette sulla possibilità che Internet stia causando un declino nel pensiero riflessivo, adducendo le motivazioni alla natura che contraddistingue la tipologia di comunicazione su Internet. Messaggi rapidi, brevi, tweets, commenti e scroll che non richiedono più di pochi secondi. Ciò, con la possibilità inoltre di un costante, continuo accesso ad Internet tramite media portatili come smartphone, computer e tablet (per l’appunto la “valigia” di cui si parlava prima), avrebbe un effetto drammatico sulla quantità di tempo che quotidianamente spendiamo a “riflettere”, a “conversare” con noi stessi. La costante disponibilità di accesso a significati e concetti preconfezionati e pronti per l’uso, ci rende “inutile” lo sforzo di fermarci a riflettere sul perché e per-come di certe cose. L’idea è che adattando il nostro cervello ad un tipo di comunicazione breve e rapida, adattiamo il nostro cervello anche ad un modo di pensare “breve e rapido”. Questo declino nel pensiero riflessivo, contribuirebbe – secondo l’autore – ad un declino nell’importanza che attribuiamo a temi di carattere morale con un aumento invece, nell’importanza che attribuiamo all’edonismo ed all’immagine. Ad un livello culturale, la prospettiva sembra essere la formazione di eserciti di menti superficiali, i cui interessi, le cui priorità, si limitino ai concetti di selfies, allo status e alle instagram stories. Ad un livello socio-economico e politico la prospettiva è la potenzialità da parte delle elites di controllare quante più menti possibile, tramite la valorizzazione del superficiale e dell’esteriore. Ad una prima considerazione non mi sembrano prospettive convenienti.

Ma le mie sono solo idee. Le mie sono solo riflessioni. Appunto.

Murales Street Art Photo by Jon Tyson on Unsplash

La cosa conveniente dell’avere una mente è che la puoi sfruttare. C’è del bello anche nello sforzo, nella “fatica” che ci metti ad arrivare a comprendere. Se un significato lo costruisci – a prescindere dal tempo che ci metti –  quel significato diverrà tuo. L’avrai creato tu. Il fine dell’educazione intellettuale – scriveva Piaget –  non consiste nel sapere ripetere o conservare delle verità bell’e fatte; una verità riprodotta non è che una mezza verità: il vero scopo è di imparare a conquistare da sé la verità, a rischio di metterci tutto il tempo che occorre per passare attraverso tutti i gradi intermedi impliciti di un’attività reale. Avere una valigia il cui contenuto possa aiutarci a costruire nuovi significati, in certe occasioni può senza dubbio rivelarsi utile. Doversi affidare però a questa valigia come unica risorsa del pensiero mi sembra sconveniente. Diventarne dipendenti, mi sembra poco raccomandabile.

Forse la cosa migliore potrebbe essere imparare ad usare questo “bagaglio” per arricchire il proprio “bagaglio” interiore, fino ad esser pronti, quando lo si vuole, a viaggiare senza valigia.

Donato Falotico

Donato Falotico

Classe ’81, è un ricercatore con background in scienze sociali (psicologia cognitiva / comunicazione).
Specializzato in metodi qualitativi per l’analisi della cultura, della comunicazione e del comportamento umano. Principalmente, è interessato a comprendere perché le persone fanno quello che fanno e come determinati messaggi possano avere effetti su comportamenti, attitudini e percezioni. Guardando la società come una storia, il suo lavoro cerca di interpretare e comprendere la narrativa che la definisce.
Donato Falotico