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BLUE THINKING.
Di che colore è la felicità?

Comunicazione di Enrico Cogno

6 marzo 2018

“C’era una volta un re…”
Anni fa le favole iniziavano tutte così. Oggi, anche se non tutti la conoscono, c’è una storia, assolutamente vera, più bella di una favola e che inizia nello stesso modo. Racconta di un re diciottenne, il sovrano del regno del Bhutan, Jigme Singye Wangchuck, e della sua bellissima sorella, Dechen Wangmo.

Gyaltsuen Jetsun Pema Wangchuck la regina del Bhutan

Il monarca è ancora vivo (anche sua sorella, che ora è Prima Consigliera del regno e vive in un monastero buddista) ma la frase “C’era una volta” (al passato) è corretta perché il re alcuni anni fa si è dimesso dal suo incarico: lo riteneva poco democratico.

Sino al 1974, giorno dell’incoronazione del nuovo re (il più giovane del mondo), nessun turista aveva mai messo piede in quel piccolo paradiso incastonato nelle montagne himalaiane. Il paese era rimasto quindi immune dai mali dell’economia e dalle regole politiche, a volte perverse, che impazzavano (e impazzano) nel resto del mondo, distruggendo l’equilibrio della natura e togliendo alla gente la gioia di vivere.
Quel giorno il re, salendo al trono, disse ai suoi dignitari: “Sarò felice se i miei sudditi saranno felici; un re non può desiderare altro”. Così, il suo primo provvedimento fu di sostituire il parametro del Prodotto Interno Lordo (una cosa per lui senza senso, perché aveva capito che la maggior parte degli indicatori economici misurano i mezzi, ma non i fini) e, come suo obiettivo politico, propose di sostituire il PIL con il FIL, la Felicità Interna Lorda. Geniale!
Da notare che attuò questa politica a diciotto anni, l’età nella quale i suoi coetanei cercano i luoghi della movida per le happy hours.

Bhutan

In Buthan la sanità, la scuola e i libri di testo sono gratuiti, il tasso suicidi e omicidi è tra i più bassi al mondo, il governo (guidato ora dal figlio dell’ex re) sottopone a misurazione tutto: la prosperità, l’ambiente, il benessere mentale, la cultura, la vita sociale, l’armonica divisione tra tempo lavorato e tempo libero. Ogni due anni il 12% della popolazione riempie un questionario di 70 pagine con domande e quiz di ogni tipo: sulle fonti di stress, il sonno perso nell’ultimo mese, il ricorso al medico, l’alcool bevuto, la conoscenza dei candidati al parlamento, la qualità dell’aria, ecc.

Domandiamoci: questa realtà da favola potrebbe essere presa a modello per il resto del mondo? Alcuni ci stanno provando. Ad esempio un grande creativo, Bob Isherwood (ex responsabile della creatività word while della Saatchi & Saatchi) ha creato il concetto di Blue Thinking, parafrasando di responsabilità ambientale del Green Thinking, in un “oceano blu di nuove opportunità”.
Guidare questa innovazione è ora la grande sfida del secolo: far vivere l’uomo nella natura senza danneggiarne il corso, quindi agendo con un’autentica sostenibilità, non solo comunicata e poi inattuata.

Un oceano blu, quindi: è questo il colore della felicità?
Per la verità vi è stata una certa concitazione nell’uso dei colori per guidare le strategie mondiali. Nell’economia mondiale, ad esempio, si è assistito al passaggio dal verde al “verde/bianco”, e da questo “verdino” al blu.

tabella colori verde verde-bianco blu

Un cambio di strategie comportamentali di grande importanza.
Facciamo chiarezza su questa tavolozza: per anni, quando era apparso chiaro che le risorse naturali del globo non erano infinite, con il concetto di Green Economy si era cercato di sensibilizzare il mondo imprenditoriale alla sostenibilità ambientale. Era l’epoca del verde. Poi siamo transitati all’epoca del “verdino”, mischiando il verde al bianco: era l’era del Greenwashing, quando si dava una “mano di verde” sul packaging e sulla comunicazione dei vari brand per far apparire tutto ecologico e rispettoso dell’ambiente, anche quando non lo era. Dare una sbiancata (whitewashing) nel mondo anglosassone sta per “nascondere qualcosa di spiacevole”: Green washing è infatti una crasi di Green e White Washing e indica un’ecologia di facciata. Tullio De Mauro l’aveva definita “eco-cosmesi”, un finto abbellimento ecologico.

Oggi stiamo transitando dal verde al blu. È infatti il momento del Pensiero Blu, ma per ottenere questo è indispensabile il passaggio non già a un altro colore, ma un diverso e più serio approccio macro-economico: l’obiettivo è dare vita alla Blue Economy, individuando nella persona il fulcro dell’economia e dello sviluppo. Un altro dei grandi cambiamenti di cui abbiamo bisogno è quello di smettere di posticipare tutto alla prossima generazione.

Con il passaggio dal verde al blu si deve apprendere come, ad esempio, riutilizzare gli scarti di lavorazione. Si tratta di dare vita al network ZERI (Zero Emissions Research and Initiative), creando una rete di scienziati, imprenditori ed economisti, impegnati a sviluppare processi produttivi a cascata, dove cioè gli scarti di un ciclo diventano materie prime di un altro.
Per ricordare l’esempio del geniale re del Buthan all’epoca della sua incoronazione, quindi, non solo FIL al posto del PIL, ma blu al posto del verde, per un po’ di gioia nei  cuori dei cittadini del mondo.

Che la felicità sia blu?

Enrico Cogno

Enrico Cogno

ENRICO COGNO (Torino, 28 aprile 1937), sociologo, giornalista, formatore, risiede a Roma dal 1966. È stato responsabile della comunicazione di gruppi internazionali e formatore presso le maggiori organizzazioni del settore (vedi i dettagli su: www.enricocogno.it).
Attualmente è: docente presso la LUISS per l’Executive MBA; docente dell’area Creatività e Comunicazione Pubblicitaria (Facoltà di Scienze della Comunicazione) presso UTIU – Università Telematica Internazionale UniNettuno; Membro della Faculty di CONSEL (Gruppo ELIS); Direttore del Master in Communication Management del Centrostudi Giornalismo e Comunicazione; Direttore Responsabile di LUXORY, periodico dell’eccellenza del Made in Italy.
È stato vice presidente della FERPI (Federazione Italiana Relazioni Pubbliche) ed è consulente e formatore dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Roma.
Enrico Cogno