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MAKAI: dobbiamo uscire dalla nostra Comfort Zone

L'unica soluzione possibile penso sia essere identitari. Questo non significa essere campanilisti, nazionalisti o tradizionalisti, bensì se stessi: onesti, umili e sinceri.

Rubriche, Stop and Smell the Roses di Giovanni Savini

13 luglio 2018

MAKAI è il moniker dietro cui si nasconde Dario Tatoli, producer, sound designer e polistrumentista pugliese, già nei Flowers or Razorwire (keats collective USA/Bizarre love triangles ITA).

“The Comfort Zone”, il suo primo album dopo l’EP “Hands”, è al contempo leggero e profondo, sia musicalmente che testualmente: nove brani, nove quadri visivi in musica tutti cantati in inglese. Canzoni semplici ma dai testi toccanti e intensi, dai tessuti musicali ironici, sognanti e ipnotici allo stesso tempo.

Il sound è elettronico senza essere freddo, gli arrangiamenti sono lineari e diretti per portare il senso delle canzoni il più possibile dritto al cuore dell’ascoltatore, i suoni sono notturni e solari allo stesso tempo, e all’improvviso spunta una chitarra classica e una registrazione che sembra fatta negli anni 70. Un album da ascoltare quando si desidera respirare un po’.

Frutto di questo raffinato e delicato bilanciamento sono i campionamenti e il cromatismo quasi fotografico di Fire fall, l’autoritratto in forma di note di You, la malìa sonora di Clara. Si passa con eleganza dal vortice ossessivo e notturno di Night Shift alle risonanze techno ed elettroniche di ispirazione teutonica di Missed per atterrare, fluttuante, onirico e profondo su Later.

Chiude il viaggio la title track, The Comfort Zone: registrata nella sua mansarda con la sua chitarra classica, è semplice, privata, sporca, si fa emblema di quella zona di sicurezza da cui Makai fugge durante tutto il resto dell’album.

Makai ha risposto alle nostre domande col garbo e la determinazione che contraddistinguono la sua musica, le risposte dimostrano la sensibilità di un artista che tiene molto alla qualità del proprio lavoro, che segue in ogni aspetto, da quello creativo a quello della realizzazione discografica, alla proposta live. Un artista a 360 gradi la cui conoscenza è stata per noi un vero piacere.

 

Nel concepire Comfort Zone hai ragionato in termini di Album, CD o hai semplicemente deciso che avevi un numero sufficiente di canzoni e il lavoro era “finito”? Più nel dettaglio, quale pensi sia il “format” più adatto, attuale, efficace per proporre un progetto musicale?
Credo di aver messo a fuoco tutti i suoni che potevano comporre un periodo della mia vita, legati da un unico filo conduttore.
La fruizione della musica in questa nostra epoca è velocissima, non credo ci sia una via. Più di tutto, ritengo che un progetto estremamente identitario possa fare la differenza.

Makai Vito Lauciello The Comfort Zone

Sei più affascinato dall’esperienza della registrazione o dall’idea di proporre le tue “creature” su un palco? Quanto è difficile riprodurre le tue canzoni nel contesto live?
Reputo lo studio e il live due aspetti profondamente diversi della musica, lo studio mi permette di affinare qualsiasi idea, ricercare, sperimentare.
Il live invece, per quanto sia preceduto da una fase di produzione lo trovo estremamente istintivo. Forse tendo a preferire il primo ambiente.
Non è stato semplice trovare la forma esatta affinché i brani potessero esprimersi al meglio durante una performance, ma dal vivo giro con una band composta da altri 3 elementi più un fonico (punto cardine del suono live) che stimo molto e che hanno contribuito a rendere l’esperienza più intensa, vera, suonata.

 

Puoi accompagnarci nel processo compositivo delle tue canzoni? Nasce prima la musica o il testo? Come mai la scelta di cantare in inglese? Quanto c’è di autobiografico nei testi e quanto deriva dall’osservazione di persone ed eventi intorno a te?
Nasce un flusso di suoni, a volte composti anche dalla voce altre volte solo strumentali.

Cerco sempre di scrivere una “canzone” esile, efficace, che possa essere suonata anche solo con un pianoforte o una chitarra. Successivamente ricerco l’abito giusto, l’ingrediente esatto per valorizzarla.

Riguardo ai testi ho lavorato con un mio amico cantautore: Orson. Abbiamo riflettuto molto sulla comfort zone, alcuni dei testi sono autobiografici, altri ritraggono delle fotografie, delle immagini, ne raccontano le impressioni. Ho scelto di cantare in inglese perché ne preferisco il suono, l’immediatezza.

Makai Vito Lauciello The Comfort Zone

Il brano di chiusura del tuo album (che gli dà anche il titolo) è l’unico a essere completamente acustico e in questo si differenzia, come arrangiamento, dagli altri. Pensi di miscelare di più queste due anime della tua musica in futuro?
Non ho ancora a fuoco la mia musica del futuro, quando sono in tour cerco di concentrarmi sul momento, su quello che accade.
Ho necessità di fermarmi per poter definire il mio nuovo suono e, per il momento, riesco a scorgerne le atmosfere ma davvero non saprei risponderti ancora con esattezza.

So per certo che ho sempre utilizzato la densità come fulcro della mia musica, ma nell’ultimo periodo mi ritrovo a esplorare il minimalismo.

 

La parte “ritmica” delle tue canzoni è molto interessante, la miscela di beat elettronico e suoni di percussioni che sembrano molto organiche. C’è un gusto particolare, una passione per certi tipi di suoni (legno, ad esempio) dietro questa scelta?
Mi fa molto piacere tu abbia usato il termine “legno”. Lo uso spessissimo anche io per definire le mie ritmiche, è esattamente la sensazione che cerco. Lo utilizzo per gli incastri ritmici… Mi è capitato spesso di registrare dei “legni” per campionarli. Ne sono particolarmente affascinato poiché ogni elemento percussivo ha una caratteristica timbrica differente, la durata delle note muta e miscelare più suoni per ottenere un beat è un modus operandi che applico in tutti i miei processi creativi.

Makai Vito Lauciello The Comfort Zone

Quali sono, secondo te, le “comfort zone” che mettono a rischio o comunque indeboliscono la musica di oggi e le possibilità che ha la musica contemporanea di essere proposta, fruita, apprezzata?
Il termine “funziona” viene utilizzato a mio avviso in maniera errata. Nella maggior parte dei casi lo si attribuisce a qualcosa che ha a che fare con il mercato che in questo momento pensa sempre più spesso all’immediatezza, alla semplicità e in molti casi anche alla banalità.

Torno alla mia prima risposta, credo che si debba uscire dalla comfort zone, dove tutto funziona, e l’unica soluzione possibile penso sia essere identitari.

Questo non significa essere campanilisti, nazionalisti o tradizionalisti, bensì se stessi: onesti, umili e sinceri.

 

Ecco, non possiamo che augurare a Makai il successo che il suo lavoro merita! Dalle sue risposte traspare chiaramente un forte amore per il proprio lavoro che egli affronta al contempo con passione e lucidità.

 

Le prossime date live di MAKAI:
3.07 Rapolano Terme (SI), Tv Spenta Dal Vivo
14.07 Feltre (BL), Fuochi Fatui Festival
15.07 Loreo (RO), Ora d’Aria Festival
20.07 Genova, Goa Boa Festival
21.07 Seregno (MB), Arci Il Ritorno
26.07 San Cataldo (LE), Sud Est Indipendente Festival
29.07 Caprarola (VT), Eco Sound Fest
31.07 San Mauro Pascoli (FC), Sammaurock Festival
09.08 Castelbuono (PA), Ypsigrock Festival
11.08 Locorotondo (BA), Locus Festival w/ Floating Points
31.08 Treviso, HOME Festival
02.09 Piacenza, Bleech Festival
12.09 Pesaro, Dalla Cira
13.09 Corato (BA), Verso Sud Festival

Giovanni Savini

Giovanni Savini

Vive a Roma e, da sempre, si ciba di musica.
Bambino, si addormentava abbracciato al papà ascoltando i dischi di Fabrizio De André. Il papà, vedendolo dormire, si alzava piano piano e toglieva la puntina dal giradischi.
Questo bastava per farlo svegliare, protestando: "Perché hai tolto la musica"?
Ancora oggi, senza musica, sarebbe come se gli mancasse l'aria.
Un giorno, fra qualche secolo, vorrebbe fare il musicista.
Giovanni Savini

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