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Due giorni con il RE

King Crimson a Roma, 22 e 23 Luglio 2018.

Rubriche, Stop and Smell the Roses di Giovanni Savini

23 ottobre 2018

Perché recensire i concerti dei King Crimson a più di due mesi di distanza? Perché, a modesto parere di chi scrive, un concerto dei King Crimson non è esattamente una esperienza “comune” e quindi necessita di parecchio tempo per essere digerita. Parlare dei King Crimson, raccontarne la storia, elaborare la loro carriera, richiederebbe dieci articoli separati, per cui mi limiterò a dire poche cose.

Cominciamo da un’affermazione importante:

i King Crimson non sono una band di progressive rock!

E ci tengo ad iniziare con questa precisazione perché è uno degli equivoci più grandi che si commettono quando si scrive dei KC.

king crimson
King Crimson Official Web Site : https://www.dgmlive.com

 

Possono aver incorporato, in alcuni lavori determinanti, elementi del genere, specialmente agli esordi, ma la loro musica va ben oltre gli stilemi di un genere unico. In 49 anni di carriera, i King Crimson hanno assorbito nella loro musica rock, jazz, classica, etnica, dando vita ad una discografia estremamente variegata e stimolante. Sono riusciti a coniugare numerosi elementi, apparentemente inconciliabili tra loro, facendo fiorire quello che il chitarrista Robert Fripp, unico musicista ad aver fatto parte del gruppo in tutte le sue incarnazioni, definisce, più che una band, una “Way of Life”, un modo di vita.

I King Crimson non hanno avuto una carriera continuativa, ma periodi di intensa attività (sia discografica che live) alternati a periodi nei quali il gruppo è rimasto inattivo.

Robert Fripp ha detto (e gli chiedo perdono se la citazione è inesatta):

Quando si materializza musica che solo i King Crimson possono suonare, allora i KC rientrano in servizio.

Durante la loro carriera si sono avvicendati nella formazione, musicisti famosi ed illustri, alcuni che avranno successo con altre formazioni al di fuori dei Crimson, altri meno, pur rimanendo musicisti eccellenti. I cantanti/bassisti Greg Lake e John Wetton, il batterista Bill Bruford, i fiatisti Ian McDonald e Mel Collins, Michael Giles, poliedrico batterista dei primi due album, Gordon Haskell, sempre voce e basso, che pure lascerà il gruppo in maniera poco amichevole e rinnegherà il suo passato nei KC, David Cross, delicato violinista, Boz Burrell, cantante che imparerà a suonare il basso da Robert Fripp e poi una volta lasciati i King Crimson avrà successo con i Bad Company. Menzione speciale per Peter Sinfield, paroliere della band dal 1969 al 1971, e principale partner/alter ego artistico di Fripp in quel periodo.

Band king crimson
King Crimson Official Web Site : https://www.dgmlive.com

 

Negli anni 70 la musica dei KC è maestosa ed inquietante, delicata e durissima, sperimentale (caratteristica della band era quella di eseguire, durante i concerti, brani completamente improvvisati), con echi di jazz e di musica classica, ed evita strade facili da percorrere. Negli anni 80 i KC ritornano sulle scene con Adrian Belew, chitarrista e cantante (per la prima volta i KC si presentavano con due chitarre) e Tony Levin (storico sodale di Peter Gabriel) e la loro musica presenta echi di new wave, musica etnica, elettronica e nuovi tipi di improvvisazione. Negli anni 90 e 2000 elaborano ancora nuovi modi di esprimersi, e la loro discografia si arricchisce di altri capitoli sempre più avvincenti, senza mai tornare sugli stilemi del passato, “inventando” ogni volta generi differenti (e soprattutto negli anni 2000 “indurendo” parecchio la proposta musicale).

Ora siamo nel 2018 ed i King Crimson, dopo l’ennesima pausa, ritornano sulle scene come sempre alla propria maniera, in un modo che nessuno avrebbe previsto: una formazione ad otto elementi, alcuni dei quali hanno fatto parte del gruppo in passato ed alcuni che per la prima volta vestono i “panni” dei KC.
Particolarità di questa formazione è quella di avere ben tre batteristi posizionati in prima linea, ovvero sul fronte del palco dove normalmente si troverebbero chitarristi e cantanti, che invece si trovano su un piano rialzato, alle spalle dei tre batteristi. Altra particolarità di questa formazione è quella di eseguire, per la prima volta nella storia dei KC, brani che abbracciano tutta la carriera del gruppo, dal 1969 ad oggi, compresi alcuni mai eseguiti dal vivo persino all’epoca della loro pubblicazione. Una caratteristica importante dei King Crimson, da molti elogiata ma da altri criticata, è sempre stata infatti quella di “abbandonare”, ad ogni cambio di formazione, con qualche limitata eccezione, il repertorio passato e concentrarsi al 90% sul repertorio dell’incarnazione “corrente”. Tra l’altro la durata media dei concerti dei King Crimson si attestava fino agli anni 2000 sui 90/100 minuti, mentre quelli attuali durano tre ore e anche più.

folla concerto king crimson
King Crimson Official Web Site : https://www.dgmlive.com

 

Il sottoscritto, inutile dirlo, ha apprezzato enormemente la scelta di eseguire concerti con un repertorio così vasto, poiché ritengo che non ci sia nulla di male a rivisitare, dopo 50 anni il proprio “catalogo” se è molto valido a livello qualitativo e invecchiato benissimo e che, riproposto a distanza di 20, 30, 40 o quasi 50 anni da quando è stato composto, risulta assolutamente “attuale”.

Sempre citando Robert Fripp,

The music is new, whenever it was written.

La musica è nuova, indipendentemente da quando è stata scritta e la formazione attuale, “la bestia ad otto teste” come loro stessi la chiamano, rende ampiamente giustizia ad un repertorio così importante, introducendo tra l’altro anche una manciata di composizioni inedite (altra caratteristica del gruppo è quella di testare i nuovi brani in concerto prima di registrarli in studio).

Altra particolarità, che ha dato adito a non poche polemiche tra i fan e anche all’interno del gruppo stesso, l’assenza per la prima volta dal 1981 di Adrian Belew, dopo Fripp il musicista con più anni di servizio la cui presenza ha contrassegnato in maniera importante la loro musica. Il suo posto è stato preso da Jakko Jaksyk, cantante e polistrumentista inglese, su cui grava l’ingrato compito di cantare brani eseguiti in origine da Greg Lake, John Wetton ed altri (cosa che Belew non faceva perché all’epoca quel repertorio non veniva eseguito). Compito che a mio parere Jaksyk esegue alla perfezione, ovviamente fatte le debite proporzioni e considerando che molti dei brani eseguiti attualmente dalla band sono stati cantati da personaggi che all’epoca avevano al massino 25 anni mentre Jaksyk esegue le medesime partiture a 60 anni, cantando tutti i brani nella tonalità originale.

Jaksyk è anche un chitarrista eccezionale, che coadiuva magistralmente Robert Fripp nell’esecuzione dei brani degli anni 70 (consentendo quindi l’esecuzione anche di parti che nelle versioni originali erano sovraincise, evitando quindi di semplificarne l’esecuzione in sede live) e nei brani dagli anni 80 in poi non fa assolutamente rimpiangere Belew, che sicuramente aveva un tocco più imprevedibile, più sperimentale, ma che forse non si sarebbe trovato a suo agio in questa nuova dimensione dei KC (o forse sì, ma qui siamo nel campo delle ipotesi, e le informazioni sulle polemiche seguite alla sua “non inclusione” nella nova formazione non mi permettono di elaborare più di tanto).

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Il ritorno in formazione di Mel Collins a sax e flauto aggiunge poi un tocco inedito (come da intenzioni di Fripp) e arricchisce di nuove parti molti brani che in origine erano privi di strumenti a fiato. Ma parliamo dei tre batteristi: Pat Mastelotto (nella band dal 1995), Gavin Harrison (ex Porcupine Tree) e Jeremy Stacey (che suona anche le tastiere, coadiuvato da Bill Rieflin che aveva ricoperto il ruolo di batterista-tastierista nel 2014/2015 e che ora si occupa solo delle tastiere – lo so, a questo punto avrete abbandonato la lettura… pensate a me che ci ho messo 40 giorni a scrivere questo articolo). Tre musicisti dall’approccio molto differente che “fronteggiano” il pubblico e “guidano” la band nell’esecuzione di composizioni ovviamente nate per un singolo batterista, ampliando le partiture della batteria fino a creare una sorta di ensemble in costante movimento, pulsazione e battito, in pratica un unico batterista che con le sue sei mani e i suoi sei piedi fa “danzare” la musica dei King Crimson sollevandola dal palco e facendola fluttuare come onde che si infrangono sulla spiaggia, tornano indietro e si infrangono di nuovo.

I tre batteristi suonano quasi sempre contemporaneamente, disegnando all’interno delle canzoni degli spazi precisi nei quali uno dei tre tiene il tempo, l’altro “suona contro” e l’altro abbellisce, oppure c’è il brano in cui uno dei tre (tipicamente Mastelotto) si occupa di percussioni ed effetti e gli atri due si danno battaglia senza però sovrapporsi mai, nel senso che i tre non eseguono mai le stesse partiture contemporaneamente ma lavorano sempre in senso complementare uno all’altro, fornendo una base ritmica potente ma elegante, solida e organica.
Tony Levin a basso, contrabbasso e Stick (fate prima a cercare cos’è che io a spiegarlo, è una sorta di basso-chitarra a 10 corde) fornisce, con la consueta eleganza, un supporto ritmico-melodico che va dalle parti morbide ed essenziali di brani come Epitaph alle intricate partiture di brani come Discipline.

E poi c’è Robert Fripp. Ci vorrebbe un articolo intero solo per parlare di lui e non tenterò neanche di provarci – non renderei giustizia ad una personalità così complessa, articolata, colta, competente, intelligente, innovativa. Un musicista (definizione riduttiva) che ha combattuto (e tuttora combatte) con le regole del music business che punta solo allo sfruttamento. La cui ritrosia ad essere intervistato è leggendaria e che da anni, decenni ormai combatte una personale battaglia nei confronti, anche qui, di una o più “regole non scritte”, che riguardano il comportamento degli spettatori ad un concerto, ovvero l’abitudine che il pubblico ha di scattare fotografie ed effettuare registrazioni audio durante l’esibizione.

Chi scrive ha visto personalmente Robert Fripp alzarsi, posare la chitarra ed andarsene via senza eseguire il bis a Roma nel 2000 dopo che gli era stata scattata l’ennesima fotografia in faccia, nonostante le ripetute richieste durante il concerto.

 

foto band king crimson
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Ora però mi rendo conto di due cose: una, che all’inizio dell’articolo avevo detto che mi sarei soffermato poco sulla storia della band, e non l’ho fatto, (e sicuramente ho dimenticato di citare qualche musicista che ha fatto parte del gruppo) e due, che non riesco proprio a parlare di Robert Fripp se non facendo una banale lista della spesa di qualità e caratteristiche, e facendolo passare solo per “quello che non vuole che facciano le fotografie al concerto” (Policy con la quale, peraltro, mi trova in perfetta sintonia).

Il problema è che gli angusti spazi, ancorché virtuali, di un articolo, non consento una trattazione opportuna dell’argomento e siccome, ripeto, sperare in un’intervista (che probabilmente non sarei neanche in grado di condurre) è abbastanza difficile, mi limiterò a dire che Fripp (che non ama essere definito il Leader dei King Crimson), è in qualche modo, lo “spirito guida” del gruppo. Colui che traccia la strada, la direzione, sulla quale il gruppo si muove, scegliendo di volta in volta i componenti adatti a mettere in pratica la sua visione che spesso, per sua stessa ammissione, prende a sua volta una direzione diversa da quella prevista e che spesso porta ad una interruzione della vita di una particolare incarnazione dei KC perché un’altra visione, più forte, più stimolante, prende il sopravvento.

Un esempio di ciò è la “cessazione” della formazione del 1971/1972 (l’album dell’epoca era Islands) che ha fatto posto alla formazione 1972/1973 (album Lark’s Tongues in Aspic e seguenti, ognuno con una defezione a livello di componenti – Su Lark’s erano in 5, tra cui il geniale percussionista Jamie Muir che abbandonerà la band in circostanze all’epoca oscure e che successivamente rivelerà di aver avuto una crisi spirituale che lo spinse a cambiare completamente il suo stile di vita, su Starless and Bible Black erano in 4, su Red, ancorché aumentati da ospiti, rimasero in 3).

Lo stile chitarristico di Fripp è molto difficile da definire, in quanto pur essendo a suo agio più o meno con qualsiasi stile, egli, ed è tra i pochi, ne possiede uno personalissimo, sia a livello di tecnica che di sound, ed è in grado di eseguire parti velocissime, intricate, su tempi dispari, o melodiche, sognanti, con note allungate ed un vibrato emozionante. Come compositore predilige strutture geometriche, talvolta dissonanti, talvolta misteriose ed inquietanti (si pensi alla parte centrale di Starless, o all’incedere “minaccioso di Red, o a Lark’s Tongues in Aspic Part II); in presenza di un’altra chitarra l’interplay è precisissimo e la padronanza anche degli aspetti tecnici dell’equipaggiamento (anche qui ci vorrebbe un articolo solo per spiegare cosa sono le Soundscapes) è notevole.

Tanto per dirne una: dagli anni 80, Robert Fripp suona la chitarra utilizzando una particolare accordatura di sua creazione. Ma potrei andare avanti e non andrei oltre la punta dell’iceberg… E non ho ancora parlato dei due concerti di Roma!

Ma ora che ci penso…. Perché non dedicare ai due concerti un articolo a parte?

Sono cattivo, eh?

 

Giovanni Savini

Giovanni Savini

Vive a Roma e, da sempre, si ciba di musica.
Bambino, si addormentava abbracciato al papà ascoltando i dischi di Fabrizio De André. Il papà, vedendolo dormire, si alzava piano piano e toglieva la puntina dal giradischi.
Questo bastava per farlo svegliare, protestando: "Perché hai tolto la musica"?
Ancora oggi, senza musica, sarebbe come se gli mancasse l'aria.
Un giorno, fra qualche secolo, vorrebbe fare il musicista.
Giovanni Savini

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