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Progetto Quid, la moda etica e sostenibile che aiuta le donne

Un esempio di imprenditoria al femminile con una missione sociale.

Rubriche, Vite a colori di Sarah Cantavalle

6 novembre 2018

Venticinque anni e fresca di laurea in Economia e management delle istituzioni internazionali alla Bocconi, Anna Fiscale ha un sogno nel cassetto: offrire alle donne con passati di fragilità una nuova opportunità di reinserimento lavorativo.

Le tutele offerte dallo Stato alle persone con trascorsi difficili, come le ex detenute, le vittime della tratta e chi ha avuto un passato di tossicodipendenza o alcolismo sono spesso limitate dalla mancanza di fondi.

Così Anna ha l’intuizione giusta: dare vita a un progetto imprenditoriale ambizioso, fondato su una duplice missione, sociale e ambientale. È da questa idea che nasce nel 2013 Progetto Quid, una cooperativa sociale che realizza capi artigianali con i tessuti di rimanenza messi a disposizione dai grandi marchi di moda e di arredamento italiani, valorizzando l’abilità e la creatività di donne svantaggiate.

L’obiettivo è quello di favorire l’empowerment femminile, offrendo una seconda possibilità anche a persone con invalidità o ultracinquantenni che hanno perso il lavoro e faticano a trovare un nuovo impiego.

Donne, ma non solo: da pochi mesi il laboratorio di sartoria attivato nella sezione femminile del carcere di Montorio (VR), con cui la coop collabora da diversi anni, è stato esteso anche alla sezione maschile.

«In carcere le nostre dipendenti insegnano un vero mestiere ai detenuti affinché, una volta scontata la pena, possano avere un’opportunità concreta di reinserimento nel mondo lavorativo. È dimostrato, infatti, che il livello di recidiva diminuisce dell’80% se l’ex detenuto trova un impiego», spiega Giulia Houston, addetta alle relazioni istituzionali di Progetto Quid.

 

I tessuti di rimanenza utilizzati da Progetto Quid

 

La cooperativa, partita con due dipendenti e un fatturato di 90mila euro, oggi conta 104 lavoratori (dei quali l’80% è composto da donne), ha chiuso il 2017 con un fatturato di quasi 2 milioni di euro e prevede di arrivare a 2,7 milioni nel 2018.

In questi anni Progetto Quid è diventato partner etico di celebri aziende di moda italiane, come GruppoCalzedonia, QVC, Diesel, Altromercato e Canadiens, realizzando delle linee a doppio brand con i tessuti di eccedenza che altrimenti verrebbero gettati via. La cooperativa, gestita da un team al 90% femminile, conta 6 negozi monomarca in Veneto e in Emilia Romagna, un e-commerce e una rete distributiva di 100 multimarca in Italia.

Un successo che è stato riconosciuto anche a livello istituzionale: nel 2014, la cooperativa si è aggiudicata, tra 1250 partecipanti, il Premio europeo per l’innovazione sociale, e nel 2015 Anna Fiscale è stata invitata in Quirinale dal presidente Mattarella per illustrare la sua idea imprenditoriale.

Abbiamo intervistato Giulia Houston, addetta alle Relazioni Istituzionali di Progetto Quid, per saperne di più.

 

Giulia, la vostra cooperativa dà lavoro a donne con un passato difficile. Come riuscite a coordinare il loro reinserimento professionale?
Le organizzazioni territoriali incaricate del reinserimento lavorativo di categorie di persone con background difficili ci supportano durante il tirocinio finché la figura si è ambientata, sia a livello personale che professionale. In genere ci vengono presentati candidati che possiedono già delle conoscenze pratiche in ambito sartoriale e un interesse verso questo settore.

In questo modo riusciamo a valorizzare le competenze tipiche del nostro territorio e a reinserire alcune donne over 50 rimaste disoccupate dopo il fallimento della loro azienda. In altri casi, a seconda dell’esperienza e delle attitudini, inseriamo le persone in attività diverse dalla sartoria, come il controllo della qualità o il team manageriale.

 

 

Guardando il video di presentazione di Progetto Quid, mi ha colpito la frase di uno dei vostri dipendenti: “Mi piace questo lavoro perché mi permette di salvare la mia vita”. Non vi spaventa avere una responsabilità così importante nei confronti dei vostri dipendenti?
A volte, consapevoli dei trascorsi difficili di alcuni dipendenti, li supportiamo nel risolvere parte dei loro problemi quotidiani, dalla difficoltà a trovare un alloggio, al disbrigo di pratiche burocratiche e l’accesso ai servizi medici.

Negli anni abbiamo anche instaurato delle relazioni informali con alcuni enti territoriali che ci supportano negli aspetti di loro competenza, e in futuro vorremmo trasformare queste collaborazioni in delle vere e proprie partnership.

In questo modo riusciremmo ad agire come veri e propri facilitatori di un processo di reintegrazione sociale completo che tenga in considerazione le diverse esigenze di una persona: lavoro, casa e salute in primis.

 

Come riuscite a conciliare le esigenze di un’impresa, necessariamente orientata al profitto, con la vostra missione sociale e l’impegno in ambito di sostenibilità ambientale? Sorgono mai dei conflitti d’interesse?
La nostra è una realtà ibrida che deve necessariamente trovare un equilibrio tra la vocazione sociale e ambientale e quella imprenditoriale e commerciale. Nel caso in cui la ricerca di profitto prevalesse, il nostro impatto sulla società diminuirebbe, ma se accadesse il contrario ci esporremmo a dei rischi economici che porterebbero comunque a una riduzione dell’efficacia del progetto.

In tal senso, la distribuzione dei ruoli manageriali all’interno della cooperativa ci aiuta a mantenere il giusto bilanciamento.

La nostra priorità quotidiana è quella di realizzare un prodotto artigianale bello e curato nei minimi dettagli, affinché venga apprezzato dalle aziende per cui lavoriamo e dal cliente finale, rispettando le tempistiche di consegna degli ordini che ci arrivano dalla rete di partner e negozi multimarca.

Senza di questo, non potremmo fare la differenza per molte persone che, grazie a noi, hanno trovato un lavoro.

 

Nel vostro laboratorio utilizzate i tessuti di eccedenza per realizzare indumenti fatti a mano. Cosa significa partire dal tessuto, anziché dall’idea creativa, per la realizzazione dei capi di abbigliamento?
All’inizio è stato difficile, perché avevamo pochi tessuti a disposizione e dovevamo necessariamente partire da quelli per ideare i nostri modelli. Oggi, grazie a lavoro del team che si occupa di trovare nuovi fornitori, il nostro magazzino ci offre molta più scelta, però, trattandosi di rimanenze, possiamo contare su quantità limitate dello stesso tessuto. Per questa ragione realizziamo un capo in diverse varianti, in un numero di pezzi che dipende dal metraggio di stoffa disponibile.

Chiaramente questo comporta maggiori difficoltà a livello logistico, soprattutto per i negozi multimarca che non sono abituati a gestire quantità ridotte di merce e il rischio sold out. Fortunatamente, a breve implementeremo un software gestionale che ci aiuterà a gestire i processi produttivi in modo ancora più efficiente.

 

Il laboratorio della cooperativa

 

Progetto Quid sta avendo grande successo: avete spostato il magazzino tessile in un nuovo capannone di 1.200 mq e il vostro fatturato è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni. Come riuscite a conciliare i tempi di produzione più lenti con le esigenze del mercato della moda?
Negli anni siamo riusciti ad instaurare una relazione di fiducia sia con i nostri fornitori che con le aziende clienti, e non abbiamo riscontrato particolari difficoltà in tal senso.

In generale le realtà del Made in Italy, specie se artigianali, hanno ritmi più umani e i distributori tollerano eventuali piccoli ritardi nella consegna, anche se noi programmiamo la produzione per garantire un servizio affidabile alle aziende con cui lavoriamo. Nel caso dei grandi brand cerchiamo di concentrare la nostra forza produttiva in modo da rispettare le tempistiche indicate, perché sappiamo che la loro struttura commerciale è meno flessibile.

 

Quali sono i vostri progetti per il futuro?
Vorremmo creare un sistema di welfare migliore per i dipendenti, coinvolgendo dei partner esterni per allargare l’offerta di servizi sociali dedicati a loro. Ad esempio, con un team che ci aiuti a favorire il percorso di reinserimento sociale del lavoratore attraverso un valido supporto psicologico.

E poi, naturalmente, vorremmo far crescere ancora la nostra cooperativa: anche se abbiamo da poco sforato il tetto dei 100 dipendenti, un traguardo di cui andiamo orgogliosi, vogliamo allargarci ulteriormente per poter estendere i benefici di Progetto Quid a più persone.

Infine, una volta consolidato il nostro modello, ci piacerebbe applicarlo ad altre realtà territoriali, attraverso delle attività di mentoring indirizzate agli imprenditori desiderosi di investire in un’iniziativa del genere.

 

Progetto Quid
www.progettoquid.it
info@progettoquid.it

 

Sarah Cantavalle

Sarah Cantavalle

Copywriter freelance da 2 anni e nel mondo della comunicazione da 10, Sarah ama costruire nuovi mondi attraverso la parola scritta.
Sarah Cantavalle

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“Vite a colori” è un viaggio alla scoperta delle diverse tonalità e sfumature dell’imprenditoria femminile, ascoltando i racconti di donne che hanno scelto di dipingere le loro vite di colori nuovi.