Storie sulla comunicazione e quello che ci circonda.

 

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Passeggiando (e chiacchierando) con Jacopo Paoletti sui mattoni gialli dello stream social

Le soluzioni non sono sempre dove vi aspettate di trovarle.

Comunicazione, Personaggi di Miriam Bendìa

7 novembre 2018

Chiedi a Twitter chi sia Jacopo Paoletti (puoi farlo anche tu con l’hashtag #jcp140) e le risposte ti faranno venire voglia di intervistarlo.

 

 

Oggi lo domando a lui, in persona, per conoscere l’uomo dietro la tenda social del mago.

 

La prestazione più difficile per ogni comunicatore è proprio comunicare se stesso… Quindi non ti chiedo di raccontare ai lettori di Just Baked chi è JCP piuttosto chi non è.
Diciamo che parlare di se stessi non solo è difficile, ma è anche noioso per sé e per gli altri. Però anche dire chi non sono invece di chi sono mi sa di “non-compleanno” immaginato da Lewis Carroll in “Alice in Worderland”.

Ad ogni modo, la faccio breve: non sono e non sarò mai un motivatore e vi prometto che non farò mai video su Facebook per dirvi che ce la farete. Perché, diciamoci la verità, è più facile che non ce la facciate: il mondo è un luogo brutto, triste e cattivo, soprattutto se lasciate farlo agli altri.

Quindi decidete da soli chi volete essere e come, solo così usciranno arcobaleni e sbocceranno le viole anche per voi (lo so cosa state pensando: non era una frase motivazionale).

Non sono uno startupper, perché è una parola che non esiste. Al limite si dice maker o entrerpreneur. Ah, non sono e non sarò mai un Testimone di Geova del 2.0! Mi riferisco a quei venditori di folletto che trovate online e che vogliono propinarvi i loro corsi e i loro libri, neanche disponessero del Santo Graal della comunicazione. Se dovessero citofonarvi, il mio consiglio è dire che non ci siete.

Oggi la risorsa scarsa è l’attenzione, quindi non fatevi rubare più il vostro tempo (oltre che i vostri soldi).

 

Jacopo Paoletti

Qual era la tua favola preferita, da bambino, e quale professione sognavi di intraprendere?
Forse è un cliché, ma sicuramente “Il Piccolo Principe”. È un libro che mi sono trovato a rileggere in età diverse, e in cui scopro ancora oggi nuove risposte.

Per chi fa lavori creativi (ossia crea qualcosa che ieri non c’era), la prima difficoltà è nel tentare di essere nuovo ogni giorno ma senza buttare l’esperienza data dall’errore passato.

Tenere vivo questo bambino vecchio, questo giovane saggio, richiede un continuo ritorno all’essenza e alla semplicità, che personalmente ritrovo ogni volta nelle parole di Antoine de Saint-Exupéry, perché “gli adulti da soli non capiscono niente, ed è stancante per i bambini dover sempre spiegare tutto.” Spesso saper tornare indietro, alla base, all’inizio, significa darsi l’unica possibilità di poter guardare avanti.

Tanto Eraclito aveva già detto tutto diversi secoli fa!

In questo senso una cosa che mi colpisce sempre, quando leggo sui social di pseudo colleghi che fanno corsi e scrivono libri, è come siano troppo spesso concentrati nella corsa verso nuovi strumenti, dimenticando totalmente il messaggio. Il che rende tutti questi fanta-guru una sorta di simpatico stereotipo: ne ascolti uno ed è come se li avessi ascoltati tutti, sono omologati negli stessi concetti.

Il messaggio invece è la radice da cui parte tutto, è il senso e il significato della nostra professione di marketer e comunicatori.

Gli strumenti cambiano e la prima tecnologia che bisogna saper maneggiare è proprio il linguaggio.

Comunque da bambino sognavo di fare l’artista. “Arte” è ciò che l’uomo crea, che lo distingue dalla natura: “artificiale” appunto, perché creare è quella scintilla divina che ci rende simili al divino.

Fare comunicazione è creare una finzione credibile, plasmare una verità per renderla attraente.

Creare un’impresa è mettere insieme persone e capitali usandoli insieme come una tela e una tavolozza di colori, nel tentativo di dare vita ad un quadro che non è solo la somma di pennellate e colori, ma qualcosa che vale molto più.

Forse per questo alla fine ho fatto l’artista, ma probabilmente per senso dell’umorismo qualcuno mi chiama imprenditore.

 

Anita Likmeta Comunicatica

Ricordi ancora il giorno o il momento in cui hai avuto l’idea per fondare Comunicatica? Mi racconti come è nata e perché?
Ho sempre lavorato, sia come consulente che come manager, nel marketing e nella comunicazione di realtà nazionali e multinazionali molto grandi. Ma dopo oltre 10 anni di questa routine, l’unica svolta possibile era fare l’imprenditore: passare dalla mera gestione aziendale ad avere anche il rischio dato dalla proprietà della propria azienda.

Questa scelta significa però anche lasciare la propria sicurezza per cavalcare una nuova libertà, che per quanto possa sembrare poetica, è un cavallo selvatico molto difficile da sellare e domare, e richiede una notevole disciplina con se stessi. È vero che le grandi aziende mettono giustamente delle briglie ai loro manager, ma in cambio danno anche struttura e brand, i “superpoteri” che ti mancano di più quando lasci quelle posizioni.

Così, quando ho scelto di costruire qualcosa di mio, il primo pensiero è stato: come faccio ad avere un brand forte e una struttura solida senza poter accedere da subito ai capitali necessari? È la risposta l’ho scovata nel clustering, ossia nel mettere insieme alcune PMI con cui avevo avuto modo di lavorare negli anni, per creare un gruppo aggregato più grande.

Va detto che le PMI che operano nel marketing e nella comunicazione, in particolare nel digitale, sono spesso agenzie che si vendono sul mercato come “agenzie a 360°” ma, nella maggior parte dei casi, lavorano perlopiù come “contoterziste” per le grandi agenzie. Hanno quindi competenze estremamente verticali in un comparto specifico e restano molto radicate su un specifico territorio. Questo significa che hanno bassa capacità di scalare, ma nascondono delle artigianalità digitali che difficilmente si trovano in grandi strutture.

Inoltre hanno una penetrazione commerciale sui territori dove operano che è difficilmente riproducibile in realtà più verticistiche e strutturate. Da qui l’idea di federarle societariamente con un approccio integrato ma glocal (che unisca una visione globale e sotto un unico brand ma garantendo localismi e verticalità proprie di ciascuna realtà) e dar vita così a Comunicatica, l’Agenzia Digitale Italiana.

Chiaramente, trattandosi di realtà diverse in aree geografiche differenti, anche le velocità possono essere diverse, ma quello che è emerso fin da subito era l’esigenza di fare prodotto oltre che servizio, andando oltre la classica consulenza d’agenzia.

Questo è stato il passo che ha portato il nostro gruppo ad avere ad oggi, dopo neanche due anni, quasi una ventina di partecipazioni in startup appartenenti a comparti e mercati molti diversi. E avere così un approccio estremamente radicale all’open-innovation (verso i nostri clienti) e al rainmaking (all’interno del nostro network di società).

I nostri clienti non cercano solo marketing e comunicazione, ma anche nuovi modi e nuovi strumenti.

Questa contaminazione fra PMI e startup garantisce alla media e grande impresa di avere sempre aria fresca che spalanca le loro porte e finestre, rispettando però i loro metodi, tempi e linguaggi, che sono tipici nell’impresa più strutturata.

 

Ti definiscono come un professionista in online marketing management, che brutte parole! 😉
Ci spieghi, in pratica, in cosa consiste il tuo lavoro?
Quando guardi un uomo qualsiasi scrivere su un foglio, non pensi subito che faccia lo scrittore. Perché probabilmente sta solo scrivendo su un foglio e un libro non l’ha nemmeno mai letto. Allo stesso modo tutti comunichiamo ma non tutti siamo marketer e comunicatori.

Pertanto il mio lavoro è come fare lo scrittore per chi pensa di saper scrivere.

Purtroppo molti pensano che avere una patente di guida li renda Niki Lauda, ma spesso anche per un pilota di Formula 1 l’incidente può essere fatale. Lo stesso vale per noi marketer e comunicatori: tanti pensano di saper guidare, ma pochi sono i veri piloti.

Allora come si riconosce un vero pilota? Dalle gare che ha vinto, cioè dal suo track record personale e professionale.

Pensate ai nostri clienti come la nostra scuderia: se loro non vincono tutte le gare, è facile che prima o poi cambieranno pilota. Come vedete il mio lavoro non è difficile da spiegare: c’è la velocità, c’è il rischio, ma poi c’è anche la gloria, che è la cosa che ci tiene tutti qui.

 

Jacopo Paoletti Comunicatica

Secondo te, quali sono il pregio e il difetto più grandi di ognuno di questi social: Facebook, Twitter, Instagram e LinkedIn?
Gli utenti. Nel senso che sono il pregio e il difetto di ciascun social media. In ogni caso dipende da cosa dovete farci, chi volete raggiungere e che risultati volete ottenere.

Altrimenti diventa come provare a fare una carbonara con la panna. Magari vi piace, ma non sarà mai una carbonara.

 

Che tipo di azienda (e perché) dovrebbe contattare Comunicatica?
Se non avete budget, se vi serve per ieri, se pensate sia più bravo vostro cugino, non contattateci.

Noi cerchiamo aziende che vogliano una carbonara ben fatta e obbligatoriamente senza panna: può sembrare un piatto semplice, ma richiede la nostra magia nel mixare gli ingredienti e necessariamente il giusto tempo cottura.

Poi la carbonara è un piatto economico ma gustoso e sapremo farvi bene anche la gricia, l’amatriciana e la cacio e pepe.

Di solito quando le aziende provano la nostra cucina restano a mangiare con noi, ci prendono gusto, e ritornano sempre. Qualcuno dice che il nostro segreto sia l’invidiabile mantecatura: provare per credere.

 

Tre consigli ai neo laureati che, oggi, decidono di intraprendere la tua stessa strada.
– Non smettete mai di studiare: questo lavoro richiede una formazione continua e costante, e non si smette mai di imparare. Contaminatevi continuamente.
– Copiate dai migliori, reinventando: a volte guardando une affiche su carta di inizio Novecento si ha una buona (o nuova?) idea per un post su Facebook. Pensate che una volta lo stream social era la strada e che i nostri attuali banner erano i poster stradali; le soluzioni non sono sempre dove vi aspettate di trovarle.
– Non stancatevi: Michelangelo è andato parecchio lungo per consegnare la Cappella Sistina, ma mi pare che oggi nessuno si lamenti del risultato, anzi.

 

…E tre consigli per il nostro magazine?
Non vorrei dovervi staccare fattura. Fate i bravi, su.  😉

 

Dove ti vedi tra cinque anni?
Spero al mare, ma se non fosse così, chiamatemi, che facciamo un’altra intervista. Promesso.

 

 

L’uomo dietro la tenda social è dunque all’altezza del mago?

Ai follower l’ardua sentenza.  😉

Miriam Bendìa

Miriam Bendìa

Tra un viaggio e l’altro, vive a Roma.
Ha scritto un pugno di libri.
Come Philippe Daverio, sostiene che la vita con l'arte talvolta migliora l'arte della vita.
Sogna molto, la notte. E ha imparato, al risveglio, a fidarsi delle proprie visioni oniriche.
Da grande – dice – sogna di fare la scrittrice.
Miriam Bendìa

 

 

Cover: Jack Haley, Bert Lahr, Frank Morgan, Judy Garland e Ray Bolger, “Il mago di Oz” (1939).

 

Jacopo Paoletti: Digital Marketer, Serial Entrepreneur, Startup Advisor.

È stato manager e formatore in ambito digitale in aziende di medie e grandi dimensioni: si è occupato principalmente di Digital Transformation ed eCommerce. Oggi è Founder della holding del digitale Comunicatica, Co-Founder della prima startup italiana sull’Intelligenza Artificiale, Userbot, e dell’eCommerce italiano dei grandi marchi Japal.it. Investor nel principale operatore di food delivery nazionale Moovenda e Advisor di moltissime altre startup e PMI.

Scrive di Marketing e Comunicazione sul suo blog.