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I’m a girl but I feel Nigga when

Le donne non sono in cerca di vantaggi, ma di pari opportunità.

Comunicazione di Anna Di Rocco

29 novembre 2018

“Equal pay for equal work”

Anche se può sembrare, nessuna delle frasi lette è una citazione estrapolata da un discorso di Martin Luther King, bensì una delle parole chiavi più utilizzate da politici e mass media quando si parla di divario salariale di genere. 

È statisticamente provato in tutto il mondo che per ogni dollaro guadagnato da un uomo una donna guadagna in media 77 centesimi. 

Il sessismo e la discriminazione sono indubbi tasti rossi che spiegano, però, solo in parte il gender pay gap.

Torniamo indietro, agli anni ’50.
Le uniche donne presenti in ambiti lavorativi erano maestre o infermiere, giacché era assolutamente legale per un datore di lavoro pubblicare annunci per soli uomini.
Con le prime sommosse femminili, gli uomini decisero che le donne erano portate per i lavori manuali e per quelli in serie.
Fu così che gli uffici si riempirono di segretarie, i voli aerei di hostess, le fabbriche tessili di delicate e sottili mani femminili.
Mani che, al contempo, dovevano cucinare, crescere bambini, ripulire tutto e ovviamente versare una birra.

In un altro paio di decenni qualcosa cambiò: le battaglie dei movimenti di liberazione delle donne divennero molto più diffuse e le donne iniziarono a cerchiare in rosso delle date.

Nel 1963 Valentina Tereškova è la prima donna nello spazio.
Nel 1979 Nilde Jotti è la prima donna Presidente della Camera.
Nel 1988 Benazir Bhutto diventa Primo Ministro pakistano.

Le donne iniziarono a far parte della Corte Suprema, a candidarsi per cariche presidenziali, le donne erano ingegneri, medici e potevano concorrere per tutte le posizioni di lavoro a cui prima non era possibile accedere.

Più il tempo passava, più i fattori che ostacolavano la carriera di una donna potevano contarsi sulle dita di una mano. Ma quel 23% di divario salariale di cui parliamo, trova le proprie radici in stereotipi, luoghi comuni e preconcetti ancora da sfatare.

 

discriminazione delle donne sul lavoro
Ph Sandro Circi

 

Esiste un termine, la così detta Penalizzazione della maternità.

Se una donna partorisce, si presume che sia colei che si prenderà cura della prole, anche se è un Capo di Stato, un militare o un’astronauta.
Anche se il bambino è frutto di due genitori, non solo della pancia materna.
Insomma, l’aspettativa popolare su di una neo mamma, è che essa debba comunque essere la prima ad occuparsi dei figli.
L’immaginario collettivo è poi sicuramente supportato dai mass media, basti pensare alle pubblicità dei prodotti per la casa o a quelli dei pannolini; c’è sempre una donna che deve scegliere i cereali o il borotalco adatto alla pelle sensibile del bambino.

Ma la donna di cui parliamo probabilmente ha anche un datore di lavoro, oltre che un marito e dei figli.

L’art. 37 Cost. prevede un’adeguata protezione alla lavoratrice madre e al suo bambino: “Il T.U. sulla maternità, offre la definizione di congedo di maternità, inteso come astensione obbligatoria dal lavoro (art. 2). Il periodo di congedo obbligatorio inizia a decorrere due mesi prima della data del parto e cessa tre mesi dopo tale evento (art. 16).” (Santoro-Passarelli)

Le donne hanno dovuto lottare molto, per ottenere ciò che volevano, perché avevano come obiettivo il sentirsi libere d’essere sia mamme che lavoratrici.

Qualcuno ha mai visto, in Italia, degli uomini battersi per poter trascorrere più tempo con i propri figli? Tracce storiche non ve ne sono e la legge, ha previsto le adeguate misure (per usare un eufemismo) per richiedere un congedo di paternità.

“Definito come astensione dal lavoro del lavoratore fruito in alternativa al congedo di maternità, in caso di morte o grave infermità della madre ovvero di abbandono, nonché in caso di esclusivo affidamento del bambino al padre (art. 28, d.lgs. n. 151 del 2001).”  (Santoro-Passarelli)
Ricapitolando, un padre italiano otterrà il congedo paternale solo in caso di assenza significativa della moglie.
E sottolineo che nessun uomo sente il bisogno di cambiare la legge, di ottenere più diritti in quanto padre, perché nessuno di loro contempla, né mai sarà in grado di contemplare, l’idea di un uomo casalingo.
Diciamo pure che l’Italia e gli italiani prevedono il congedo di paternità solo in extremis.

Anche se per l’orecchio maschile il discorso risulterà straniante, vorrei proporre agli occhi del lettore il piano di legge Svedese, dove le famiglie con un neonato hanno diritto a 480 giorni di congedo parentale pagato. Fra questi, 90 giorni sono riservati alla madre e 90 giorni al padre, i restanti possono essere divisi a preferenza dei genitori.
Lo Stato comprende e prevede che tanti giorni passerà la madre con i figli, quanti il padre. Dunque che la donna potrà continuare la propria carriera di pari passo con il proprio marito, perché avranno esattamente le stesse mansioni, gli stessi obblighi e gli stessi diritti.

 

discriminazione e violenza della donna sul lavoro
Ph Sandro Circi

 

Come accennavo precedentemente però, non è solo la maternità il grande ostacolo delle donne che vogliono far carriera.
In Italia correva il non lontano 5 agosto 1981 quando l’articolo sul delitto d’onore e sul matrimonio riparatore finalmente fu abrogato dalla nostra cultura.

Ponendo attenzione alle date, si evidenzia come, addirittura dopo il referendum sul divorzio (1974), il codice penale concedesse la riduzione della pena per chi uccidesse la moglie, la figlia o la sorella, in uno stato d’ira che si riteneva sempre inevitabile e presunto, al fine di difendere “l’onor suo o della famiglia” leso a causa di una “illegittima relazione carnale”.

A quasi quarant’anni di distanza da quella legge, al seguito della parola stupro continuamente si affianca una dichiarazione affermativa o negativa su quanto la ragazza se la sia andata a cercare.

Manifesto e sintesi di quanto la stupidità dell’uomo non abbia limiti.
Persone che non concedono ad una ragazza di indossare l’intimo che preferisce ma che al contempo la bombardano di cartelloni pubblicitari affinché compri quel tanga. La nostra: un’umanità che non prevede il contingente o la mera casualità, ma che fa propaganda politica e televisiva sugli abiti che indossava la vittima.

Ma oltre l’effimera stupidità, per i pochi a cui concerne, cosa si sbaglia oggi in Italia?
Manca senza dubbio una corretta educazione sessuale, che delega all’industria porno l’arduo compito di affrontare il discorso.

Prima degli anni ’60, il nudo e il porno erano tabù, qualcosa di cui non si doveva parlare.

In un rapporto della Commissione sulla Pornografia e sull’Oscenità risalente agli anni ’70 in America, si concluse non solo che la pornografia non sarebbe pericolosa, ma che avrebbe anche una mansione positiva: “Essa può decolpevolizzare la sessualità e svolgere un ruolo educativo”.

Si pensi alle ore di educazione sessuale nelle scuole italiane: un esperto davanti venti ragazzini, d’età compresa fra i 13 e i 14 anni, che trascorre due ore a parlare di preservativi e aids.
Al termine di queste due ore, l’atto sessuale non è stato minimamente menzionato, si è raccontato il mito di una corsa all’utero, della fecondazione, ma ciò che ne esce è un discorso censurato e privo di concretizzazione.

Cos’accadrà nell’ora successiva? Qualcuno in classe metterà su un Porno dal cellulare, i ragazzi impareranno come trattare le donne e le ragazze prenderanno appunti su quel che accadrà.
Ciò che non comprendo, care Istituzioni, è se vi fa più paura la parola sesso o insegnare qualcosa di diverso da quello che poi vedranno su di un telefonino?

Ma come può nessuno rendersi conto che il Porno è un’industria e non un manuale d’istruzioni?
Mostrando l’atto sessuale non come un tabù ma, al contrario, come un qualcosa di importante e rispettabile, restituiamo dignità ad un evento che coinvolge tutti.

Facendo un passo indietro, noteremo come tutti stiamo contribuendo alla mercificazione del corpo femminile, alla sua sottomissione sessuale, gonfiando e propinando da dietro le quinte l’idea che il rapporto termina quando è l’uomo a raggiungere il massimo del piacere.

Il Porno esiste e non può essere cancellato, i database ne sono pieni, ma può essere controllato, magari vietato ai minorenni.
Così che quando da grande quel ragazzino vedrà una donna all’interno di un ufficio, non penserà solo a come spogliarla.
Così che quando una donna metterà piede in un ufficio a maggioranza maschile, non avrà la costante sensazione di sentirsi limitata o d’aver paura che per arrivare in alto, qualcuno pretenderà di sfilarle le mutande.

Il divario salariale di genere è un vero e proprio gap della cultura odierna. Un gap di cui si parla troppo poco, se non quasi per niente. Affinché si azzerino queste disparità, che trovano le loro radici in fondi di stereotipi scaduti, il primo passo da compiere è riportare l’argomento sotto gli occhi dei lettori.

Anna Di Rocco

Anna Di Rocco

Ci son voluti nove mesi di cottura anche per lei, questa volta l’impasto aveva come ingredienti base due bicchieri di fotografia, 350 grammi di creatività grezza, 325ml di entusiasmo parzialmente scremato, 325 grammi di meticolosità e una spolverata di ironia.
Con la sua macchina fotografica vuole arrivare dove l’occhio umano si interrompe, con le parole vuole riportare alla mente i dettagli ai quali nessuno fa più caso.
Anna ha vent’anni ed è il frutto di una generazione tutta made in Italy in cui a pochi viene data una possibilità. Anna ha rimpiazzato i suoi sogni e li ha trasformati nei suoi obbiettivi: ha iniziato a preservarli, ad innaffiarli e a tenerli vivi anche con l’umidità romana. Anna ha vent’anni e sta meticolosamente annotando su un taccuino i germogli che, pian piano, stanno crescendo.
Anna Di Rocco