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King Crimson: Due giorni con il re, parte II

King Crimson a Roma, 22 e 23 Luglio 2018.

Rubriche, Stop and Smell the Roses di Giovanni Savini

18 gennaio 2019

“Ah… Finalmente ce l’hai fatta”

Immagino che questo sarà il primo pensiero di chi ha letto il mio precedente articolo sui due concerti romani dei King Crimson… Pubblicato tre mesi dopo i concerti, e in cui parlavo di tutto tranne che dei concerti.

Ora, dopo SEI mesi arriva la seconda parte!
Figuriamoci se invece di due show ne avessero fatti tre o quattro: saremmo arrivati a Pasqua.

Il punto è che, come ho scritto nel precedente articolo, “dissertare” sui King Crimson è molto più difficile che farlo su quasi qualsiasi altra band. Il che, unito alla mia congenita e proverbiale pigrizia, ha reso l’operazione assai complessa.

Quindi, ecco a voi la recensione dei due concerti tenuti alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, il 22 e 23 Luglio 2018:

i due concerti sono stati bellissimi!

 

Ah, è troppo breve? Dovrei “dissertare” un po’ di più eh? E allora proviamoci e vediamo come in questi sei mesi è stata metabolizzata, dal sottoscritto, l’esperienza.
Come già detto, da quando i KC sono tornati in attività nel 2014, per la prima volta nella loro carriera propongono uno spettacolo il cui repertorio attinge da tutte le “epoche” della band.

 

Robert Fripp King Crimson
Robert Fripp – RF19790529_Zurich6 – Ueli Frey drjazz channel

 

Eseguendo brani che non venivano suonati live anche da 45 anni o giù di lì e, addirittura, brani che non erano mai stati eseguiti live.
La parte del leone, nelle scalette (che cambiano di sera in sera, per cui non ci sono mai due show uguali), la fa il repertorio degli anni 70, quello che più di tutti era stato escluso nei concerti dei KC dagli anni 80 in poi.

Personalmente, ritengo che fosse ora di presentare o ripresentare in concerto brani che fino ad oggi erano stati “relegati” negli angusti solchi di un 33 giri. E dico angusti non a caso perché l’attuale formazione della band, la bestia ad otto teste, rende realmente giustizia a questo repertorio facendolo respirare, ampliandone i confini, rendendo questa musica veramente organica e nuova. Come se non fosse stata scritta quasi 50 anni fa. E lo stesso vale per il repertorio degli anni 80/90 e 2000. Si fonde con quello più vecchio e brilla di nuova luce grazie agli arrangiamenti che permettono alla band di eseguire tutte le parti originali e di arricchirle con nuove idee, colori, interazioni tra i musicisti, rendendo l’esecuzione, perdonatemi il luogo comune, una festa per le orecchie.

Pensate solo al fatto che la band ha tre batteristi – la potenza e allo stesso tempo la delicatezza, lo swing, i dettagli che una simile configurazione può conferire ad un repertorio di tale caratura.

 

King Crimson concerto Auditorium Parco della Musica Roma
King Crimson – KC197104Frankfurt4

 

La band, come abbiamo visto nella prima puntata di questo viaggio all’interno della musica dei KC, è formata da Robert Fripp – chitarra e tastiere, Jakko Jaksyk – chitarra e voce, Tony Levin – basso, contrabbasso e stick, Mel Collins – sax e flauto, Gavin Harrison – batteria, Jeremy Stacey – batteria e tastiere, Pat Mastelotto – batteria e Bill Rieflin – tastiere.

Il dubbio che mi tormentava prima dei concerti, avendo precedentemente visto questa formazione in azione in luoghi chiusi, era se lo spazio aperto della Cavea sarebbe stato adatto ad una musica che in tutte le sue manifestazioni, dalla dolcezza di Cadence and Cascade alla potenza di Level five, necessita di molta concentrazione da parte dell’ascoltatore.

Il dubbio è stato fortunatamente fugato, grazie ad un pubblico finalmente all’altezza della situazione: attento, rispettoso ed entusiasta allo stesso, e soprattutto EDUCATO.

È nota la policy della band riguardo all’assoluto divieto di scattare fotografie ed effettuare registrazioni audio/video durante lo show. Tale policy ha causato, negli anni passati, numerose polemiche tra i fan del gruppo, divisi tra chi, come me, la condivide in pieno e chi, ahimè, prigioniero dei cliché che da sempre si applicano ai concerti rock, rivendica il diritto a fare ciò che vuole durante lo show perché “ho pagato il biglietto e loro sono su quel palco grazie ai miei soldi”. Il che sarà anche vero, peccato che pagare il biglietto e quindi “nutrire” i musicisti non significa automaticamente fare ciò che si vuole durante l’esibizione.

Il problema è che molte persone che vanno a vedere i concerti non sembrano coscienti del fatto che, una volta entrati nel teatro, nel palasport o nello stadio, si è nella casa dell’artista, non nella propria.

 

Le regole di ingaggio le decide l’artista, non lo spettatore. Sarebbe come se entrando al ristorante decidessi di levarmi le scarpe perché a casa cammino scalzo, e siccome pago il conto faccio come mi pare. Errore. Le scarpe te le levi (forse) nel ristorante giapponese ma lo fai perché da loro si fa così, non perché lo vuoi fare tu. E quindi al concerto il discorso è lo stesso. Se l’artista decide che puoi fare le fotografie le fai, se no non le fai. E non è Robert Fripp ad essere esagerato se ti punta il dito o non fa il bis se gli scatti una fotografia, sei tu ad essere maleducato se gliela scatti.

Ma da sempre il pubblico dei concerti sembra essere lì più che altro per mettere su il proprio show personale; ecco quindi che un pubblico come quello dei due concerti romani dei KC ha rappresentato una vera boccata d’aria fresca.

 

Robert Fripp, King Crimson concerto Roma
Robert Fripp –
RF19790529_Zurich9 – Ueli Frey www.drjazz.ch

 

La Cavea dell’Auditorium è un anfiteatro dalla capienza di circa 2600 persone, e la band è riuscita a riempirlo tutte e due le sere. C’è sicuramente una percentuale di spettatori che ha assistito ad entrambi i concerti (come il sottoscritto).

Nondimeno mi sembra un ottimo risultato riuscire a totalizzare più di 5000 spettatori proponendo una musica così complessa, eclettica, una musica che richiede molto all’ascoltatore ma che, come posso testimoniare, dà anche molto, anzi moltissimo.

 

Se l’ascoltatore apre le orecchie e presta la dovuta attenzione a quanto accade sul palco senza stare ogni 5 minuti ad inviare foto e filmati agli amici.
Ho visto la prima serata dalla balconata e la seconda dalla platea, e devo dire che vedere la band da vicino è una esperienza impagabile, ma anche “a distanza” la performance ha un impatto notevole, grazie alla solidità della band e al sound organico e vibrante che la band riesce a generare.

Non c’è scenografia di alcun tipo e gli artisti si dispongono su due file, con i tre batteristi davanti e chitarre, basso, tastiere e fiati dietro – scelta alquanto anticonvenzionale – e vengono illuminati per tutto lo show esclusivamente da luci bianche, che solo durante il brano Starless che chiude la performance prima del bis, virano al rosso.
Nella prima serata la band sembra forse un po’ freddina nei primi minuti, e l’apertura con Neurotica brano degli anni 80 di non semplicissima fruibilità rende l’inizio del concerto un po’ impegnativo. Ma la sequenza successiva di tre brani tratti da In the Wake of Poseidon scalda l’atmosfera e, complice il fatto che cambiano scaletta ogni sera e quindi non si può prevedere a priori quale sarà il prossimo brano,

il pubblico viene condotto in un viaggio che attraversa tutte le “fasi” artistiche del gruppo, alternando momenti delicatissimi come “Moonchild” ad altri più “cerebrali” come “Discipline” che apre la seconda parte.

 

Non mancheranno, nelle due serate, alcune nuove composizioni che si integrano con il repertorio storico e mostrano la band alla ricerca di un nuovo modo di esprimersi, mostrando chi sono i King Crimson nel 2018.
Personalmente, tra i nuovi brani proposti nei due concerti, ho apprezzato Radical Action, un po’ meno Suitable grounds for the blues. Menzione speciale, nella seconda serata, per Fallen Angel dall’album Red  e per l’esecuzione quasi integrale della suite Lizard, entrambi mai suonati dal vivo all’epoca della pubblicazione dei rispettivi album.
Un regalo ai fan di vecchia data, e una conferma, per chi si fosse avvicinato a loro solo recentemente, che, come dice Robert Fripp: the music is new, whenever it was written.

 

Tony Levin, King Crimson Roma recensione concerto
KC19810509Norwich3 – Tony Levin

 

Ma entrambi i concerti sono pieni di sorprese e allo stesso tempo di conferme: sorprese perché ascoltare alcuni brani dal vivo, come la dolorosa ed evocativa Epitaph o la irrequieta ed angolare One more red nightmare, è talmente emozionante che la sensazione che si prova è proprio quella della sorpresa. E conferme perché,

dopo averle ascoltate, ci si rende conto che non poteva essere altrimenti, che questa musica, eseguita da questa band, non può che essere “senza tempo”.

 

Anche se stiamo parlando di Easy Money del 1972, di Indiscipline del 1981 o di Level five del 2002.
La formazione è coesa e tutti i musicisti danno il meglio, Mel Collins agli strumenti a fiato è un fantasista eccezionale, Tony Levin è una certezza, non sbaglia una nota e con la massima naturalezza e il sorriso sulle labbra fornisce le fondamenta su cui i TRE batteristi giocano, si rincorrono, si sovrappongono senza intralciarsi e forniscono movimento e anima alla musica. E uno dei tre suona anche le tastiere!! Jakko Jaksyk, chiamato a confrontarsi con le parti vocali di personaggi del calibro di John Wetton e Greg Lake, con estremo rispetto degli originali infonde comunque la sua personalità nelle esecuzioni e mostra una caratura vocale di prim’ordine, brillando anche alla chitarra.

Un po’ perso nel mix sonoro il tastierista Bill Rieflin, il cui contributo è più difficile da estrapolare, ma che non manca di manifestarsi ad un ascolto attento. Egli doppia infatti parti eseguite da altri strumenti, si occupa di atmosfere e sottofondi, lasciando le parti di tastiere principali a Jeremy Stacey.

Robert Fripp è… Robert Fripp. Lucidissimo e preciso, mostra tutta la sua classe nei fraseggi dolcissimi e malinconici di Epitaph e Starless, nei momenti più schizoidi come Neurotica e Indiscipline, nelle fasi jazz-rock di Lizard e Pictures of a City.

 

Il momento più emozionante per me, oltre all’esecuzione in entrambe le serate della magnifica Starless, è stato però Islands. Eseguito nella seconda serata, solenne ed evocativo brano dominato dal pianoforte e dagli strumenti a fiato, con una performance vocale di Jaksyk assolutamente superlativa, ed impreziosito dagli elegantissimi tocchi della chitarra di Fripp.

 

King Crimson in concerto live
Aylesbury 2 – King Crimson

 

Chiusura, in entrambe le serate, con la classicissima 21st century schizoid man, al cui interno Gavin Harrison si è prodotto in un gustosissimo assolo, purtroppo accorciato nella seconda serata. Ai KC era stato infatti imposto un coprifuoco strettissimo, per cui i due concerti dovevano tassativamente terminare alle 23:45un mistero poiché solo pochi giorni prima avevo assistito ad un concerto in Cavea che era terminato ben oltre la mezzanotte.

In definitiva, una esperienza assolutamente notevole, che mi ha lasciato arricchito, grato e desideroso di ripeterla a breve… Desiderio subito esaudito: i King Crimson saranno in Italia per tre date nel 2019, l’8 luglio Verona, il 10 a Nichelino (TO) e il 18 a Perugia! In tour per festeggiare il cinquantesimo anniversario della band.

Io sarò a Verona (la tentazione di andarli a vedere all’Arena era semplicemente irresistibile) e, come sempre, dopo circa duecento anni vi allieterò con una recensione. Che simpatico…

Giovanni Savini

Giovanni Savini

Vive a Roma e, da sempre, si ciba di musica.
Bambino, si addormentava abbracciato al papà ascoltando i dischi di Fabrizio De André. Il papà, vedendolo dormire, si alzava piano piano e toglieva la puntina dal giradischi.
Questo bastava per farlo svegliare, protestando: "Perché hai tolto la musica"?
Ancora oggi, senza musica, sarebbe come se gli mancasse l'aria.
Un giorno, fra qualche secolo, vorrebbe fare il musicista.
Giovanni Savini

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