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I tempi nuovi di Alessandro Robecchi

Garcia Marquez: “Il primo dovere di uno scrittore è scrivere bene”.

Libri di Stefania Boi

5 giugno 2019

Non direi di aver letto l’ultimo libro di Alessandro Robecchi; sarebbe più giusto dire che l’ho divorato, fagocitato in soli quattro o cinque giorni.
Ogni giorno con la voglia di tornare a casa per fare mie altre pagine di questo noir, che va giù come l’acqua.
La prosa è moderna, sfacciata il tanto che basta, mai noiosa. Anche le descrizioni di Milano, delle sue strade, delle sue zone, per una che non è milanese, non diventano mai pesanti.

Ho conosciuto i vari personaggi del libro solo da quest’ultimo, ma mi riprometto di leggere anche le altre cinque puntate della saga.
Sono una curiosona di natura, per cui mi affascina molto sapere come nasce una idea, un prodotto, un progetto o un libro.

Lo scrittore che sta dietro la tastiera, col suo mondo immaginario e la sua quotidianità, sono affascinanti per me quanto il libro in sé.

Lo stesso vale per l’ideatore di un progetto, per un artista o un genio, per un manager che porta ad alti livelli un’azienda… La persona dietro un grande risultato è un mondo affascinante.

 

I tempi nuovi di Alessandro Robecchi

 

Come si sono evoluti i personaggi? Carlo Monterossi rimane un po’ dietro le quinte per l’economia della storia o, durante la scrittura, si è trasformato in questo modo senza volerlo?
Carlo Monterossi è il narratore imprudente, che guarda le storie da fuori e finisce per cascarci dentro. È vero, a volte può essere meno coinvolto nell’azione, può sembrare che resti in seconda fila, ma rimane il protagonista, perché, per così dire, tiene in mano il dossier etico-morale delle vite che attraversa. È lui che distingue il bene dal male, con tutte le sfumature possibili, ed è sempre lui che cerca di mantenere i suoi principi e i suoi valori (ha un buon senso della giustizia) nonostante quello che gli accade.

E poi, non mi piace il protagonista assoluto, l’attore che sta sempre in scena, Carlo non è Superman o 007, è uno come noi, più o meno, ha le reazioni, le paure, le curiosità che avremmo noi.

Infine mi piace avere un personaggio non cinico, anzi, quasi romantico, in un ambiente super-cinico…  Un’altra cosa: i caratteri dei personaggi principali sono ormai abbastanza precisi, gli sbirri Ghezzi, Carella, il misterioso Falcone e il nuovo acquisto Cirielli… Loro ci sono e chi fa cosa lo decide la storia.

 

C’è un personaggio con cui ti identifichi di più?
No, cerco di sfuggire alla trappola dell’identificazione.

C’è qualcosa di noi in ogni cosa che scriviamo, dalla lista della spesa in su, per cui qualcosa di me entra ovviamente in tutti i personaggi, ma non è identificazione.

Mi piace l’umanità sconsolata del Ghezzi, ma stimo Carella per il suo prendere ogni caso come un fatto personale. Carlo mi è simpatico, ma non riuscirei a pensarmi come lui.

Li ho disegnati così e ora mi sembra abbiano una vita propria, che non c’entra con la mia.

A volte sono più vicino ai protagonisti della vicenda gialla. In Follia maggiore il discorso del vecchio Serrani sui rimpianti e il tempo che passa era un “mio” discorso. E anche ne I tempi nuovi, la granitica certezza di Gloria Grechi che esista un amore assoluto mi affascina…

Ma io non posso identificarmi con i personaggi, è un compito che, se vuole, spetta al lettore.

 

Hai sempre voluto scrivere dei romanzi o è una passione che è arrivata col tempo?
Sergej Dovlatov, un autore che amo molto, dice una cosa molto vera: in Russia abbiamo una così alta concezione degli scrittori che io esito a definirmi tale. Ecco, io ho un po’ di pudore a definirmi scrittore, anche se i fatti mi smentiscono, ma… Mettiamola così: ho fatto il giornalista per tanto tempo: quotidiani, settimanali, mensili, radio, televisione…

E sono quasi del tutto d’accordo con il male che si dice del giornalismo. Però un pregio ce l’ha, ti disciplina sulla parola scritta, se sei bravo ti fai uno stile, senti il ritmo, impari a raccontare.

Ho iniziato a scrivere un romanzo perché avevo una storia in testa e mi piaceva scrivere senza vincoli di misure o di righe da contare, ed ho trovato nella narrativa uno spazio di libertà incredibile.

 

Rock Maze Photo by Ashley Batz on Unsplash
Rock Maze | Photo by Ashley Batz on Unsplash

 

Ti ricordi il momento esatto in cui hai avuto l’idea, l’illuminazione per la prima puntata della saga “Questa non è una canzone d’amore”? Cosa stavi facendo? Con chi eri? Com’è andata?
Sì, ricordo che stavo leggendo un noir – non dirò mai quale – e che mi arrabbiai moltissimo: non c’era il contesto sociale della storia, era tutto piatto, i dialoghi erano improbabili.

Ho pensato che se l’avessi scritto io l’avrei fatto meglio e lì ho deciso di provarci.

Perché no? Direi che è venuto benino, Questa non è una canzone d’amore è arrivato alla diciottesima ristampa, è stato tradotto in varie lingue e ne venivano fuori dei personaggi che meritavano altre storie.

Ero al mare, d’estate, giornate lunghe, buone per scrivere. 

 

Ho sentito in qualche altra intervista che non hai ancora capito qual è la differenza tra giallo e noir, ma da tutte le recensioni che leggo sei ufficialmente inserito tra gli scrittori di romanzi ‘noir’. Ti piace l’idea?
Mah, non mi appassiona la questione del genere. Noir? Giallo? Direi più noir, perché non interessa tanto chi è il colpevole, ma perché è arrivato fin lì, cosa lo muove, perché lo ha fatto. Delitto e castigo è un noir, anche Teresa Raquin di Zòla…

Quello che voglio è che un libro mi dica qualcosa su di me, su di noi, sul posto in cui viviamo, sulle svolte che prendono certe vite, sulla società in cui si svolge la storia… Se tutto questo si può dire con un noir mi va benissimo.

Se conosciamo le piccole grettezze della borghesia francese di inizio Novecento lo dobbiamo a Maigret: delle trame si può anche scordarsi, ma l’ambiente, il mood, quelli restano per sempre.

 

Alessandro Robecchi scrittore noir
Alessandro Robecchi scrittore noir

 

Quando scrivi un nuovo romanzo, sai già come sarà il plot, la storia o questa si costruisce man mano che scrivi?
Ognuno ha il suo metodo, e sono tutti validi.

Personalmente costruisco la storia in testa, senza scrivere appunti, senza note.

Quando ho chiara la trama mi metto a scrivere, la complico, la modifico, ma non nella sua struttura. Diciamo che possono nascere, scrivendo, delle deviazioni, delle storie parallele, delle complicazioni, ma la storia rimane quella, anche se scritta di solito viene meglio di com’era quella pensata.

 

Pensi che in questi “tempi nuovi” ci sia anche qualche nuova tendenza positiva o la nuova era porta solamente a dei risvolti negativi, a cambiare i buoni valori delle persone, che non si sarebbero mai sognate di accettare alcuni compromessi in altri tempi?
Credo che i tempi nuovi vengano soprattutto dalle paure, dalle insicurezze.

Il futuro ci è abbastanza ignoto e c’è la netta sensazione che sarà peggio del passato. Per la prima volta dal dopoguerra, le generazioni precedenti non sono sicure che quelle successive staranno meglio di loro, cosa che finora pareva scontata.

Questo fa in modo che le tentazioni vengano viste come occasioni (il povero Filippo Maria Gelsi, la vittima del romanzo, ne è un caso perfetto), che le regole sembrino meno rigide, che i pilastri etici e morali si sfarinino un po’. Credo che i tempi nuovi favoriscano chi è già favorito e penalizzino chi è già penalizzato, insomma, la forbice delle diseguaglianze si allarga ancora ma…

Attenti, perché i tempi nuovi non nascono dal nulla, sono figli dei tempi vecchi, che sembravano nuovi pure quelli…

 

Tognazzi in La vita agra

 

Quali attori vedresti a impersonare i vari personaggi dei romanzi? Puoi sceglierli italiani o stranieri.
Oh, no! Non conosco abbastanza gli attori, è un gioco a cui non voglio giocare. Di solito me la cavo dicendo: il Tognazzi giovane, quello de La vita agra sarebbe perfetto… Ma è morto… Allora Mastroianni! Ma è morto anche lui… Scherzo. Però non so… Siamo sicuri che quando Monterossi avrà un volto non sarà più difficile scriverlo? Io so tutto di lui, reazioni, carattere, vizi, tic, forma mentis ma la faccia non la conosco, non me la immagino.

 

Milano è chiaramente l’habitat a te e alle tue storie congeniale. Se dovessi ambientare un tuo romanzo in un’altra città, quale sceglieresti? Vivresti in quella città per un po’, per assorbirne lo stile di vita e fare tuoi i luoghi importanti ai fini della storia?
Più che i luoghi (che si scoprono) e gli stili di vita (credo che le grandi città ne contengano di ogni tipo), quello che mi interessa è il ritmo, il suono di una città. Milano è piuttosto inafferrabile, voglio dire, non ha la bellezza sfacciata di Roma, né la monumentalità imperiale di Parigi o Madrid, è una città rotonda, fatta a spicchi. Credo che una città profondamente europea come Bruxelles, dove i quartieri sono piccole cittadine confinanti, sarebbe una buona opzione. Budapest sarebbe una scelta affascinante, un po’ fané, andrebbe bene per la malinconia del Monterossi.

Ma di Milano conosco ogni angolo, Monterossi è milanese fino al midollo… Difficile andar via di lì.

 

 

Su che cosa sei assolutamente intransigente?
Uh! Su tantissime cose sono piuttosto rigido. Parlando di libri direi che sono intransigente sulla scrittura.

Cito Garcia Marquez: “Il primo dovere di uno scrittore è scrivere bene”. Detesto la sciatteria, la frase che esce da sola, quasi in automatico, se leggo “bianco come un lenzuolo” mi vengono le bolle, ma al tempo stesso non amo per niente le frasi a effetto, quelle cose un po’ artefatte create per far credere al lettore che si ha un approccio letterario.

Cerco di stare attento al ritmo, al suono della pagina, a volte la parola perfetta suona male, meglio una parola meno precisa che si incastra meglio… Riscrivo molto, limo, taglio, modifico.

Raramente rileggo i libri quando sono pubblicati, perché spesso mi sono ritrovato a dire: “questo oggi lo scriverei meglio”.

Anche per questo mi concedo il lusso di non avere impegni contrattuali rigidi: il libro esce quando è pronto e ci vuole il tempo che ci vuole… ho un editore che capisce questa mia esigenza, che non mi ha mai chiamato per sollecitare o per farmi fretta, e sa che quando gli do un libro è il meglio che ho saputo fare.

 

Che cosa hai deciso di accettare come compromesso nella tua vita e nella tua professione?
Domanda difficile. Lavorare nei giornali ti insegna che fai parte di un corpo collettivo, che devi sempre un po’ mediare, e questo è bene. Poi ho lavorato spesso in luoghi dove il lavoro creativo era molto di squadra (penso a Cuore, ma anche al collettivo di autori che scrive per Crozza) e questo rende più duttili, più disposti a cambiare idea, se qualcuno ne propone una migliore….

Però compromessi veri, nel senso di scendere a patti con i propri principi (o scrivere cose che non penso) no, non ne ricordo di clamorosi.

In genere ho lavorato sempre per giornali che avrei anche letto, e mi rendo conto che è un privilegio, ma è andata così, ecco, meno male.

Quanto ai compromessi che si fanno nella vita… Beh, credo quelli che fanno tutti, un po’ ci si adegua, un po’ ci si adatta… Poi c’è sempre uno specchio in ogni casa dove guardarsi e finché si riesce a farlo senza vergognarsi di sé, direi che metà del lavoro è fatto.

In generale mi capita questo: che le mie intransigenze e rigidezze si sono un po’ ammorbidite con la narrativa: se ti inventi le vite degli altri, devi vederne anche le curvature strane, le prospettive diverse. Le vite, la vita, sono cose complicate, a volte crudeli. I miei personaggi, tutti, mi hanno insegnato ad essere… Più tollerante, ecco.

Stefania Boi

Sarda e testarda e con una vita che non avrebbe mai immaginato.
Laurea in Giurisprudenza, poi master in Marketing e Comunicazione, Corsi di Alta Specializzazione di vendita e leadership, è passata da essere dipendente a consulente ed ora anche imprenditrice negli Stati Uniti.
Sta approfondendo il Marketing e il Business Online e tutto quello che riguarda lo sviluppo e la formazione personale, la legge d’attrazione, la fisica quantistica e il “self empowerment”.
Gestisce la sua azienda di distribuzione a Miami e sta portando avanti un progetto per aiutare le persone a sviluppare le proprie idee, dando loro strumenti diretti per il business e per la crescita personale necessaria a diventare ottimi imprenditori.

Alessandro Robecchi è stato editorialista de Il manifesto e una delle firme di Cuore. È tra gli autori degli spettacoli di Maurizio Crozza. È stato critico musicale per L’Unità e per Il Mucchio Selvaggio. In radio è stato direttore dei programmi di Radio Popolare, firmando per cinque anni la striscia satirica Piovono pietre (Premio Viareggio per la satira politica 2001). Ha fondato e diretto il mensile gratuito Urban. Attualmente scrive su Il Fatto QuotidianoPagina99 e Micromega. Ha scritto due libri: Manu Chao, musica y libertad (Sperling & Kupfer, 2001) tradotto in cinque lingue, e Piovono pietre. Cronache marziane da un paese assurdo (Laterza, 2011).
Con questa casa editrice ha pubblicato Questa non è una canzone d’amore (2014), Dove sei stanotte (2015), Di rabbia e di vento (2016), Torto marcio (2017), Follia maggiore (2018) e I tempi nuovi (2019).