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Massimo Coppola: una vita presa con filosofia

Dagli esordi all’attuale punto di arrivo: il primo romanzo.

Libri di Annapaola Cipolletta

25 Luglio 2019

Massimo Coppola (Salerno, 6 giugno 1972) è un autore e conduttore televisivo, editore, regista, sceneggiatore e scrittore italiano.
Laureato in Filosofia della Scienza all’Università Statale di Milano nel 1999, prosegue i suoi studi con il dottorato in Scienze Cognitive all’Università di Torino, ma mai giunto al termine, per intraprendere poi la carriera di regista di documentari e conduttore televisivo.

Nel 2004 è co-fondatore della casa editrice Isbn Edizioni, il cui percorso giunge al termine nel 2015 dichiarando il fallimento. Nel 2010 presenta alla 67ª edizione del Festival di Venezia il suo primo lungometraggio “Hai paura del buio”. A marzo 2019 esordisce con il suo primo libro “Vittoria”, un romanzo a metà tra storico e commedia all’italiana.

Oggi, Massimo Coppola, ha deciso di raccontare ai lettori di Just Baked la sua carriera: dagli esordi all’attuale punto di arrivo, il suo primo romanzo.

 

Un piccolo buio copertina

 

Massimo, leggo dal suo curriculum che ha studiato filosofia: quando e in che modo questa materia profonda e complessa ha influenzato la sua carriera e il suo modo di pensare?
La filosofia nella mia vita più che utile è stata necessaria, perché senza di essa non sarei riuscito a conseguire tutti questi risultati.

La considero una maestra di vita, in quanto mi ha insegnato a pensare e ad essere flessibile.

Avendo lavorato in diversi campi, penso che la capacità di organizzare il pensiero intorno ad un problema creativo sia uno strumento del quale non si può fare a meno!

Infatti, incoraggio tutti a studiare la filosofia.

 

Photo by Tbel Abuseridze on Unsplash
Photo by Tbel Abuseridze on Unsplash

 

Cosa si sente di dire a chi sostiene che sia una materia universitaria “superata” e che non porti a molti sbocchi lavorativi?
Non penso assolutamente che sia una materia universitaria superata. Anzi, credo che porti a tanti sbocchi lavorativi ed io ne sono un esempio.

Inoltre, se si è dotati si può fare della filosofia stessa un lavoro.

 

 

Parliamo della sua carriera di regista: quale film di quelli che ha curato la rappresenta di più e perché?
Mi è molto difficile rispondere a quale sia il film che mi rappresenti di più.

Devo dire che forse l’ultimo, Romeo e Giulietta, è la mia opera più dolce, nella quale mi sono avvicinato di più all’autenticità.

Non a caso l’autenticità è l’obiettivo che mi pongo in ogni opera che provo a mettere in scena.

 

Nel 2004 ha debuttato anche come attore nel film “Lavorare con Lentezza” di Guido Chiesa…
Si ho fatto l’attore, ma la mia carriera è durata poco, non riesco ad aspettare, io devo muovermi, devo “fare cose”.

 

Quali sono le similitudini e le differenze dei due ruoli (regista e attore). Quale preferisce e perché?
Non credo di avere l’esperienza per esporvi le differenze tra i due ruoli, perché non mi ritengo un attore, sono solo un regista.

 

Photo by Jon Tyson on Unsplash
Photo by Jon Tyson on Unsplash

 

Film, radio, tv, scrittura. Ha cavalcato con maestria i mezzi di comunicazione ad oggi più potenti. Quale fra questi pensa possa coinvolgere e catturare maggiormente, anche da un punto di vista etico-educativo, le nuove generazioni?
Non penso che ci sia una superiorità. È vero però che viviamo in un mondo in cui la comunicazione e il contenuto sono sempre più audiovisivi, ma comunque la radio conserva una sua straordinaria modernità.

La radio nasce leggera e facile, così come i libri.

Si vocifera sempre che i libri sono finiti, sono morti, però la gente legge!

Quindi direi che la cosa importante sono le idee e la seconda cosa più importante è trovare la forma più adatta per esprimerle.

 

Scrittore e amante dei saggi: da “Nove domande sulla coscienza” del 2000 a “Tenniste. Una galleria sentimentale” del 2012. Ed oggi il suo primo romanzo: Un piccolo buio, 2019, Bompiani. Cosa l’ha condotta al cambio di genere letterario, dal saggio al romanzo?
Non c’è propriamente qualcosa di specifico che mi ha condotto al cambio di genere, dal saggio al romanzo, non sono progettuale in questo tipo di cose.

Semplicemente ho avuto l’idea per un romanzo. L’ho iniziato a scrivere tanto tempo fa e poi ad un certo punto l’ho finito.

Mi sono ritrovato con un romanzo che mi piaceva, ed è piaciuto anche alla mia agente e a Bompiani.

 

Photo by Emily Morter on Unsplash
Photo by Emily Morter on Unsplash

 

La stesura del romanzo è iniziata nel 2003/2004, ma è stata ripresa solo nel 2017. Cosa le ha conferito nuovamente “la spinta” per completarlo?
Beh questo è un segreto professionale e quindi a questa domanda mi riservo di non rispondere…

 

“Un piccolo buio”: un titolo accattivante, reso particolare ancor più dall’uso dell’articolo indeterminativo. Da dove è nata l’idea?
L’idea del titolo nasce da una frase che sta in quarta di copertina, scelta insieme alla mia editor di Bompiani, Giulia Chino, che non finirò mai di ringraziare.

Una volta che lei mi ha proposto di inserire quella frase in quarta di copertina, insieme ci siamo detti che poteva essere anche un bellissimo titolo.

 

Un piccolo buio quarta di copertina

 

L’oscurità dell’anima, ciò che non conosciamo di noi: un romanzo introspettivo. Il libro vuole raccontare quella goccia di oscurità, quel piccolo buio che c’è nell’anima di ognuno, e che (se non ci si lascia curare e amare) rischia di inghiottire e fagocitare ogni cosa. Cosa ci può salvare?
Il romanzo parla di due cose fondamentali: la paura e l’amore.

La paura è necessaria, perché senza di essa, saremmo affogati al primo tentativo di attraversare un fiume cinquantamila anni fa, ma va ben indirizzata, per salvare noi stessi.

Non per eliminare gli altri che diventano un’immagine pretestuosa, finta e ipocrita delle nostre paure. Come vediamo tutti giorni da chi ci governa.

L’amore è ciò che unisce le persone e che ci permette di superare la paura, almeno questa è la mia speranza.

 

Il suo è anche un romanzo storico?
Non è propriamente un romanzo storico, però comunque attraversa un secolo. Per cui l’ambientazione e gli stili di scrittura sono diversi e rispettosi dei diversi decenni, ma non lo definirei un romanzo storico.

Mi piace definirlo un romanzo di idee, forse un romanzo sentimentale che ha un’ambientazione storica, che spero sia abbastanza accurata.

 

Photo by Kevin Ku on Unsplash
Photo by Kevin Ku on Unsplash

 

Ambientato inizialmente nella Milano fascista del 1936, con l’inaugurazione di Palazzo Vittoria, il romanzo ci conduce fino al lontano 2036. Il romanzo vuole raccontare il tempo attraverso la Storia, o una storia attraverso il tempo?
Bella questa domanda: “Il romanzo di Coppola vuole raccontare il tempo attraverso la Storia, o una storia attraverso il tempo?”… Sembra Marzullo!

Non riesco a rispondere perché sono vere tutte e due le cose.

Una storia si svolge per forza in un tempo e il tempo è il connotato essenziale di una storia, perché una storia senza un tempo non è una storia.

 

Il libro ha undici capitoli, ognuno ambientato in un decennio diverso. Non vi è un registro narrativo prediletto, vi sono discontinuità di stili e punti di vista. Che effetto vuole ottenere sul lettore?
No, non mi chiedo mai quale effetto avrà sul lettore. Semplicemente volevo divertirmi molto e mi sembrava adatto al tipo di progetto avere per ogni capitolo, per ogni decennio, un narratore diverso e quindi anche una lingua un pochino diversa.

 

I veri protagonisti del romanzo: la storia, lo spazio o il tempo?
Diciamo che storia, spazio e tempo sono collegati. Certo un sottotema concettuale al quale tengo molto, ovvero che non teniamo in considerazione che il tempo occupa spazio, il conservare ciò che abbiamo fatto, il trattenerlo è anche paradossalmente impedire che il nuovo venga fatto.

Il presente, insomma è questa continua tensione tra la possibilità del futuro e la necessità sempre più avvertita di conservare il passato.

 

Photo by Daniele Levis Pelusi on Unsplash
Photo by Daniele Levis Pelusi on Unsplash

 

Questo fa il tempo. Prende e ti vomita addosso la tua cecità. Ogni momento passato diventa un piccolo buio, c’è sempre qualcosa che non hai visto, che non hai fatto. Non importa quanto la tua vita sia stata bella.

Massimo, lei sembra voler suggerire una concezione di tempo pessimistica, disfattista e drammatica, un tempo che sfugge, che fa dimenticare, che non può essere afferrato e di cui non se ne può mai godere a pieno, tanto da lasciare sempre e ad ogni modo quel po’ di amaro in bocca.
Non ho un’idea pessimistica del tempo.

Il tempo esiste ed è come la pioggia, non puoi essere pessimista sulla pioggia.

Essere noi stessi una storia non è così semplice, ma come dicevo sopra, penso che lo stare insieme, che l’amore sia ciò che può davvero sconfiggere l’ineluttabilità del rimpianto, del rimorso, del dolore e degli errori fatti.

 

In quanti significati viene declinato il concetto di tempo nel romanzo?
Mi piaceva avere un secolo da scrivere perché il romanzo è pieno di pop culture e raccontare, attraverso la cultura popolare, i cambiamenti quotidiani nella vita delle persone è una cosa che mi diverte molto e penso sia di cruciale importanza.

 

“Un piccolo buio”: perché correre in libreria ad acquistarlo?
Perché acquistarlo? Non lo so, non sono un bravissimo venditore. Però sapete cosa? Penso che sia veramente un bel romanzo!
Grazie infinite, vi abbraccio tutti.

 

Annapaola Cipolletta

 

Autrici dell’intervista: Antonella D’Amato e Annapaola Cipolletta.