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The Burnt Orange Heresy di Giuseppe Capotondi: Hitchcock, le maschere e il gioco degli specchi

Cosa accade quando ci togliamo la maschera? Siamo ancora in grado di riconoscerci?

Film, Just Viewed, Rubriche di Miriam Bendìa

7 settembre 2019

E siamo giunti al film di chiusura per la Mostra del Cinema, in attesa delle premiazioni: The Burnt Orange Heresy di Giuseppe Capotondi (fuori concorso), basato sul libro omonimo di Charles Willeford.

Il regista: «Nel mio piccolo, ho cercato di ricreare un’atmosfera Hitchcockiana (sul lago di Como). I miei attori sono tutti molto belli, eleganti con i capelli perfetti. Mi sono ispirato al glamour dell’epoca d’oro di Hollywood: il cinema degli anni cinquanta e sessanta.»

 

The Burnt Orange Heresy, Claes Bang and Elizabeth Debicki | Credits Ph Jose Haro
The Burnt Orange Heresy, Claes Bang and Elizabeth Debicki | Credits Ph Jose Haro

 

Il mondo dell’arte e della malavita si scontrano in questo thriller neo-noir, elegante ed erotico.
Nell’Italia dei giorni nostri, il carismatico critico d’arte James Figueras ha una relazione con la provocante e attraente americana Berenice Hollis.

L’incantevole personaggio di Berenice è il filo che lega tutti.

Mentre lui è il classico antieroe in fieri con un fascino che nasconde le sue ambizioni, lei è una figura innocente che viaggia attraverso l’Europa, libera di essere chiunque desideri.

 

 

I due amanti raggiungono l’opulenta tenuta sul lago di Como di Joseph Cassidy, un potente collezionista d’arte (Mick Jagger).

 

A differenza del mio personaggio, io non sono un collezionista, compro le cose e poi le perdo… Sono l’opposto di un collezionista!

Mick Jagger

 

Press Conference The Burnt Orange Heresy, Donald Sutherland | Credits La Biennale di Venezia Ph ASAC
Press Conference The Burnt Orange Heresy, Donald Sutherland | Credits La Biennale di Venezia Ph ASAC

 

Il loro ospite risulta essere il mecenate di Jerome Debney (Donald Sutherland), il solitario J.D. Salinger del mondo dell’arte, e fa una richiesta molto diretta a James: deve sottrarre a tutti i costi un capolavoro di Debney dallo studio del pittore.

Donald Sutherland: «Questa sceneggiatura mi ha subito sedotto! La migliore che abbia letto negli ultimi venti anni. È stato un progetto straordinario. Il mio personaggio è davvero affascinante: si rende conto che ha bisogno di lavorare per se stesso, vuole dipingere senza dipingere.»

Trascorrendo del tempo con il leggendario artista, la coppia inizia a sospettare che, per quel che riguarda sia Debney che la loro missione, nulla è come sembra.

Ma James è un uomo di profonde e celate ambizioni disposto a tutto pur di avanzare nella propria carriera: dall’incendio doloso al furto con scasso, fino all’omicidio.

 

Press Conference The Burnt Orange Heresy, Giuseppe Capotondi | Credits La Biennale di Venezia Ph ASAC
Press Conference The Burnt Orange Heresy, Giuseppe Capotondi | Credits La Biennale di Venezia Ph ASAC

 

Giuseppe Capotondi: «The Burnt Orange Heresy è intrinsecamente un racconto faustiano mascherato da giallo neo-noir.

Parla dei limiti estremi che siamo disposti a oltrepassare per realizzare le nostre ambizioni e delle menzogne che tramiamo per perseguire i nostri obiettivi; bugie che, alla fine, intaccano il senso stesso della nostra realtà.

Parla delle maschere che indossiamo ogni giorno della nostra vita per essere accettati, amati, avere più successo, e di ciò che accade quando ci togliamo la maschera: siamo ancora in grado di riconoscerci?

Ci piace quello che vediamo?»

 

Qualunque artista, sul palco, indossa una maschera, ma deve mantenere la sua sincerità. Nel film, invece, non sappiamo mai chi è sincero e chi no.

La differenza tra la musica e il cinema? Sul palco, quando cadi non hai un secondo ciak.

Mick Jagger

 

Photocall The Burnt Orange Heresy | Credits La Biennale di Venezia Ph ASAC
Photocall The Burnt Orange Heresy | Credits La Biennale di Venezia Ph ASAC

 

Giuseppe Capotondi: «Mi piace che si parli di verità, un tema molto importante oggi.

Trovo affascinante esaminare il modo in cui la mente umana si relaziona alla verità.

Questo film tratta dell’inganno e del potere che riflettono l’epoca di ‘Post-Verità’ nella quale viviamo (o, nell’attuale fase storica, dovremmo forse dire ‘Post-Vergogna’?), ma più di tutto è un giallo psicologico che gioca con gli elementi del genere per cercare di dire una piccola verità. O, forse, una piccola bugia

 

Press Conference The Burnt Orange Heresy, Mick Jagger | Credits La Biennale di Venezia Ph ASAC
Press Conference The Burnt Orange Heresy, Mick Jagger | Credits La Biennale di Venezia Ph ASAC

 

Mick Jagger: «Oggi il mondo è diverso, ogni generazione è diversa.

Ora stiamo vivendo in una strana epoca, e lo sappiamo, ma non sappiamo cosa accadrà alla fine di questa strana epoca.

C’è una grande polarizzazione e meno civiltà. In particolare c’è un’inciviltà nella vita politica, in tanti paesi compreso il mio (in questa ultima settimana). Dove ci porterà questa brutale inciviltà?

Ecco, questo film che riguarda il falso e il vero, parla un po’ di questo è si inserisce bene nel dialogo moderno.»

 

Photocall The Burnt Orange Heresy, Mick Jagger and Giuseppe Capotondi | Credits La Biennale di Venezia Ph ASAC
Photocall The Burnt Orange Heresy, Mick Jagger and Giuseppe Capotondi | Credits La Biennale di Venezia Ph ASAC

 

Mentre si svolge la conferenza stampa, fuori sul red carpet oltre 300 giovani manifestanti in tute bianche protestano, già dall’alba, contro “le grandi navi” davanti San Marco e per l’emergenza climatica.

Mick Jagger: «Hanno il mio supporto! Mi fa piacere che lo stiano facendo perché loro sono quelli che dovranno ereditare il pianeta e siamo in una situazione molto difficile al momento.

In particolare negli USA dove tutti i controlli sull’ambiente (che erano stati applicati negli ultimi 10 anni dall’amministrazione Obama) sono stati rimossi dall’attuale amministrazione.

Gli USA che dovrebbero guidare il mondo nella salvaguardia dell’ambiente si sono smarriti nel desiderio di andare nella direzione opposta.

Mi fa piacere che le persone siano così preoccupate da protestare, ovunque: che sia sul red carpet o altrove.

Quindi sì, io li supporto assolutamente!»

Miriam Bendìa

Miriam Bendìa

Tra un viaggio e l’altro, vive a Roma.
Ha scritto un pugno di libri.
Come Philippe Daverio, sostiene che la vita con l'arte talvolta migliora l'arte della vita.
Sogna molto, la notte. E ha imparato, al risveglio, a fidarsi delle proprie visioni oniriche.
Da grande – dice – sogna di fare la scrittrice.
Miriam Bendìa

Cover: Photocall The Burnt Orange Heresy, Elizabeth Debicki | Credits La Biennale di Venezia Ph ASAC

 

Regia: Giuseppe Capotondi
Produzione: MJZ (David Zander), Wonderful Films (William Horberg), Rumble Films (David Lancaster), Indiana Production (David Campos Pavoncelli)
Durata: 98’
Lingua: inglese
Paesi: Regno Unito, Italia
Anno: 2019
Interpreti: Claes Bang, Elizabeth Debicki, Mick Jagger, Donald Sutherland
Sceneggiatura: Scott B. Smith
Fotografia: David Ungaro
Montaggio: Guido Notari
Scenografia: Totoi Santoro
Costumi: Gabriella Pescucci
Musica: Craig Armstrong
Suono: Alessandro Boscolo
Effetti visivi: Bruno Falconi