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Ermitage. Il potere dell’arte

Un documentario da sindrome di Stendhal.

Arte, Film, Just Viewed, Rubriche di Serafina Frangella

13 ottobre 2019

In un periodo storico in cui nelle sale cinematografiche è possibile trovare documentari dedicati alla vita di famose influencer e in cui le case editrici mostrano uno spiccato interesse per libri improntati (quasi esclusivamente) al gossip, è legittimo pensare che per prodotti culturali di stampo più tradizionale non ci sia più spazio, né pubblico.

È rassicurante, invece, apprendere di “Ermitage. Il potere dell’arte”, realizzato da 3D Produzioni e Nexo Digital, in collaborazione con Villaggio Globale International e Sky Arte, con il patrocinio di Ermitage Italia e il sostegno di Intesa Sanpaolo.

Dal 21 al 23 ottobre, il docu-film dedicato a San Pietroburgo e al suo Museo sarà in anteprima nelle sale italiane per poi essere distribuito in tutto il mondo.

L’arrivo dei primi freddi autunnali si sposa bene con l’ambientazione, che richiama costantemente il clima rigido della Russia: diventa tangibile grazie allo scricchiolio delle foglie e rinvigorisce lo spettatore per 90 minuti di seguito.

 

 

La descrizione minuziosa del complesso museale dell’Ermitage, in cui “è facile smarrire il senso del tempo e dello spazio”, si affianca al racconto di 250 anni di storia russa, durante i quali si origina lo sviluppo urbano e architettonico di San Pietroburgo.

La genesi di questa città è resa possibile da un’unica, costante consapevolezza: è la cultura che tiene accesi il dialogo e lo scambio.

Proprio l’Ermitage, infatti, si identifica con il luogo in cui, per antonomasia, la politica diventa arte e i dipinti trofei di guerra che consacrano la grandezza dell’impero russo.

L’intuizione dell’arte come sinonimo di prestigio, orgoglio nazionale e forza è di Caterina II di Russia (anche detta Caterina la Grande), descritta come una donna intelligente, sfrontata e curiosa.

La sua ambizione ha contribuito alla nascita di una collezione senza eguali, da Leonardo a Raffaello, da Van Eyck a Rubens, da Tiziano a Rembrandt e Caravaggio.

Dona, inoltre, particolare rilievo anche alla musica, alla danza e alla femminilizzazione delle arti che ne scaturisce, attuando così la sua più celebre frase:

Non si tratta di amore per l’arte, ma di voracità… Non sono un’appassionata, ma un’ingorda.

 

Ermitage

 

A guidare lo spettatore tra gli spazi dell’Ermitage e le vie della città è Toni Servillo, importante attore e regista teatrale italiano, che interviene nel documentario recitando brani tratti da poesie e romanzi e impreziosendolo con aneddoti e approfondimenti.

Offrono ulteriori nozioni e considerazioni Michail Piotrovskij, attuale direttore del Museo Statale Ermitage, professori universitari, ricercatori, custodi e altre figure di spicco nel panorama dell’arte mondiale contemporanea, come il direttore della National Gallery di Londra Gabriele Finaldi.

Sulle note di un eccezionale talento russo, il pianista e compositore Dmitry Igorevich Myachin, si alternano poi filmati in bianco e nero originali, estratti di vecchie pellicole e scene di vita quotidiane ambientate a San Pietroburgo, che svegliano bruscamente lo spettatore da quello che sembrava profilarsi solo come un dolce sogno lontano nel tempo.

La realtà dell’Ermitage è, invece, viva, attuale, talmente bella e completa da intimorire, non scalda, ma tonifica e rassoda l’intelletto.

Si tratta di una maestosità razionale, progettata a tavolino, che ha come unico scopo quello di stupire; non a caso, in numerosi passaggi del documentario è possibile vedere persone rappresentate come insetti difronte alla sua imponenza artistica.

Il ruolo e il significato dell’Ermitage cambiano radicalmente il 5 febbraio 1852 quando apre al pubblico pietroburghese, divenendo, da simbolo di forza e predominio sugli altri stati, un’opera di alfabetizzazione all’arte per la plebe (che fino a quel momento era rimasta esclusa) e un punto di riferimento culturale per l’intera Russia.

 

Ermitage

 

Tuttavia non manca il cenno ad alcuni momenti storici bui, che inevitabilmente si riflettono sulle condizioni dell’Ermitage.

Si ricordano, infatti, le difficili condizioni degli intellettuali delusi dalla Rivoluzione, l’assedio di Leningrado e il regime di Stalin, durante il quale si verifica la cessione di importanti opere dell’Ermitage a collezionisti stranieri: capolavori di Raffaello, Botticelli, Van Eyck, Perugino.

Subito dopo la seconda guerra mondiale, l’Ermitage riapre e nel 1948 trova nuova luce con una straordinaria collezione di dipinti europei, apportata da due collezionisti russi profondamente innamorati dei più celebri artisti dell’epoca, tra i quali Gauguin, Cezanne e Matisse.

“La Danza” di Henri Matisse è ampiamente analizzata all’interno del documentario.

Quest’ultima versione, infatti, che si presenta con tonalità più forti e un più marcato dinamismo, diventa metafora di vita, di libertà e di rinascita e l’essere posta sulle pareti dell’Ermitage, dopo il conflitto, sembra dunque una sua naturale estensione.

Più di tre milioni di oggetti d’arte di epoche diverse, 66.842 mq di spazio espositivo e oltre 30 km di percorso di visita conferiscono al complesso museale lo status di enciclopedia dell’arte mondiale scritta in lingua russa e fanno sì che Servillo, in chiusura, lo definisca come un’arca che naviga sul mare della storia.

Serafina Frangella

Serafina Frangella

Di origini calabresi, vive a Roma da quattro anni.
Laureata in Comunicazione pubblica e d’impresa e studentessa magistrale di Organizzazione e Marketing per la comunicazione di impresa, presso La Sapienza.
Serafina Frangella

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