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La cultura condivisa

Le parole sono importanti.

Comunicazione di Enrico Cogno

25 ottobre 2019

Ricordate la scena di Palombella Rossa nella quale Moretti, alla fine di un brusco dialogo, termina urlando la frase utilizzata per il titolo di questo editoriale?
Forse è utile riepilogarla.

 

 

Una intervistatrice (l’attrice Mariella Valentini) si rivolge a Michele Apicella (interpretato dal
regista/attore Nanni Moretti):

– Io non lo so, però senz’altro lei ha un matrimonio alle spalle a pezzi.
– Che dice?
– Forse ho toccato un argomento che non…
– No… No…è l’espressione. Non è l’argomento, è l’espressione.
Matrimonio a pezzi. Ma come parla…
– Preferisce rapporto in crisi? Ma è così kitch…
– Kitch! Dove le andate a prendere queste espressioni, dove le andate a prendere…
– Guardi che io non sono alle prime armi!
– Alle prime armi…ma come parla?
– Anche se il mio ambiente è molto cheap…
– Il suo ambiente è molto…?
– È molto cheap,
(Schiaffeggiandola) – Ma come parla?
– Senta, ma lei è fuori di testa!
– E due. Come parla, come parla! Le parole sono importanti!

Se tutti noi dovessimo schiaffeggiare chi usa luoghi comuni e frasi fatte avremmo le mani gonfie. I politici, poi, sarebbero in coma per le botte ricevute.

 

 

Abbastanza…

 

Non so se condividete, ma l’abitudine dilagante di usare il termine “abbastanza” al posto “molto” è davvero fastidiosa.
Qualche settimana fa un gruppo di studenti, al termine del corso che avevo tenuto e che pareva fosse stato apprezzato, a giudicare dagli applausi, si sono accalcati sotto alla cattedra ed uno ha detto, con un tono che segnalava il suo entusiasmo, “Ha detto cose utili, bravo. E poi è anche abbastanza simpatico!”
Non avrei forse dovuto, per non spegnere la carica positiva del giovane, chiedere (ma mi venne dal cuore) “Cosa dovrei fare per superare la soglia dell’abbastanza e risultare simpatico?”
Con una faccia meravigliata disse: “Niente, non deve fare niente, è già abbastanza simpatico, ho detto”. Era chiaro che quell’abbastanza, per lui, voleva intendere “molto”. La cosa finì, ma quanto mi sarebbe piaciuto, a costo di perdere punti sulla tabella della simpatia, precisare quello che afferma la Treccani:
“Davanti a un aggettivo, abbastanza ha il significato di alquanto, piuttosto”.
Quindi non vuol dire molto. Dall’etimo “a bastanza”, cioè quanto basta, significa che non vi è un eccesso, vi è solo quanto basta. Nelle scale semantiche dei questionari di ricerca si chiede: “Ritenete quella persona poco simpatica, abbastanza simpatica, molto simpatica?”
Se è solo “abbastanza simpatica” manca qualcosa.
Ma, cercare di far usare le parole in modo corretto, pare sia una battaglia persa.

 

 

L’itangliano

 

Altra lotta cruenta è quella di garantire alla nostra bella lingua la sopravvivenza senza essere inghiottita dall’itangliano, quella lingua, come la definisce Roberto Vacca, metà italiano e metà inglese.
Ieri mattina un amico, che doveva venirmi a prendere per una commissione da fare insieme, mi ha detto: “Allora ti vengo a pickappare alle 8.00”.
Ho avuto un certo timore: “Cosa devi farmi alle 8.00?”
“Pickappare… Da to pick up, ti prendo su. Sveglia, ragazzo…”

I verbi italianizzati dall’inglese ci stanno invadendo. Alcuni sono ormai indispensabili: cliccare il mouse non può essere sostituito (me ne rendo conto) da pigiare il topo.
Ma dobbiamo proprio downlodare un programma? Non possiamo scaricarlo?
Dobbiamo proprio briffare, chattare, linkare, implementare, fowardare, matchare, in-puttare?

Ma l’uso del gergo professionale piace da morire alle nuove generazioni. Forse uno, parlando così, si sente un po’ Mark Zuckenberg.

Eppure, pensate un po’, il gergo nasce storicamente come linguaggio esclusivo di una determina comunità o corporazione, quindi come elemento di occultamento dei significati, creato allo scopo di mascherare, di inibire la comprensione di quanto detto per tagliare fuori i competitori. Cioè, il gergo nasce per non far capire a gruppi estranei cosa si sta dicendo.
Invece viene considerato, da certi giovani manager e dagli studenti di certe scuole un po’ snob, un “elemento di status”, un modo per apparire “uno del campo”, uno che sa, un esperto, uno che parla come quelli del mestiere.

 

Per chiudere, leggete questa risposta, data dal direttore di una testata giornalistica, ad un lettore che chiedeva lumi su una questione informatica relativa al processo di autenticazione. Le risposte dovrebbero servire per chiarire: che ve ne pare di quella che è stata data?

“Il processo è soggetto a un buffer overflow: quando l’amministratore si connette al firewall, avviene un handshake per stabilire una sessione cifrata e il quarto pacchetto del handshake, che contiene 4 byte, non esistendo lato firewall un controllo di lunghezza dei dati ricevuti, pone l’attaccante nella possibilità di costruire una sequenza di pacchetti in modo tale da provocare un overflow dello stack”.

 

A questo punto il personaggio creato da Nanni Moretti avrebbe mollato a questo genio un sonoro ceffone, urlando: le parole sono importanti!
Beh. Calma, c’è già troppa violenza in giro, non picchiamo nessuno.

Ma, è comunque vero, le parole sono importanti. Rispettiamole.

Enrico Cogno

Enrico Cogno

ENRICO COGNO (Torino, 28 aprile 1937), sociologo, giornalista, formatore, risiede a Roma dal 1966. È stato responsabile della comunicazione di gruppi internazionali e formatore presso le maggiori organizzazioni del settore (vedi i dettagli su: www.enricocogno.it).
Attualmente è: docente presso la LUISS per l’Executive MBA; docente dell’area Creatività e Comunicazione Pubblicitaria (Facoltà di Scienze della Comunicazione) presso UTIU – Università Telematica Internazionale UniNettuno; Membro della Faculty di CONSEL (Gruppo ELIS); Direttore del Master in Communication Management del Centrostudi Giornalismo e Comunicazione; Direttore Responsabile di LUXORY, periodico dell’eccellenza del Made in Italy.
È stato vice presidente della FERPI (Federazione Italiana Relazioni Pubbliche) ed è consulente e formatore dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Roma.
Enrico Cogno

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