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I muri di Faulkner e le vetrate di “You”

Una riflessione spontanea e controllata sul condivisibile e l'incondivisibile.

Comunicazione di Noemi Chianese

10 Dicembre 2019

Oggigiorno la maggior parte delle persone desidera delle case moderne.

Per moderne si intendono svariate cose, è vero, ma uno dei must di una casa moderna, deve essere la luce.

O per lo meno, delle grandi vetrate da cui entra luce.

Per quanto riguarda l’architettura delle vetrate e delle case in generale, non sono che (forse) un’ammiratrice e ne so pari a zero in materia.

Ma le vetrate grandi e luminose ci piacciono, a chi non piacciono? E se non hai delle vetrate da cui vedere il panorama e far entrare quei caldi raggi solari, beh, vuol dire che sei un solitario che preferisce vivere nelle tenebre, insieme al suo io e alla sua privacy.

Vi starete chiedendo se questo preambolo abbia un punto e in effetti ce l’ha.

Le vetrate sono trasparenti e fin qui anche chi ne sa meno di zero di architettura o simili come me, ne è al corrente.

Avere grandi vetrate vuol dire poter vedere al di là, poter vedere all’interno se si è fuori e all’esterno se si è dentro.

A questo punto verrebbe da chiedere, perché scrivere queste cose scontate, dove si vuole arrivare, perché parafrasare così tanto e non arrivare direttamente al sodo?

Innanzitutto, perché chi sta scrivendo quest’articolo non è fatto così, ovvero non arriva direttamente al sodo.

Mi piace pensare che la gente possa ancora ragionare da sola e che non ci sia bisogno di avere per forza tutto davanti agli occhi pronto per essere ingerito in qualche modo.

Mi piace pensare che un po’ di maieutica non faccia male ogni tanto e che il caro vecchio Socrate non possa essere morto invano.

Che cos’è, in sostanza, che viene a mancare avendo delle vetrate così belle, grandi e trasparenti in casa?

Sì, proprio la privacy (spero ci siate arrivati da soli prima di leggere la mia conferma).

 

palazzo con finestre
Photo by Daniel Von Appen on Unplash

 

La privacy. Cos’è esattamente la privacy? È la propria intimità?

Tutto ciò che è nostro, solo nostro e che cerchiamo di tenere per noi e non condividere con gli altri, a meno che non si tratti di qualcuno di cui davvero ci fidiamo?

“Privacy” sembra una parola seria, di qualche linguaggio giuridico sconosciuto alla maggior parte dei cittadini.

Ma tutti sappiamo cos’è la privacy, più o meno. Si tratta di una di quelle parole che ormai sono entrate nel nostro vocabolario quotidiano, soprattutto dall’inizio di questo secolo.

Se volessimo affidarci alla Treccani (e ci affidiamo sempre alla Treccani), otterremmo questa definizione della parola “privacy”:

La vita personale, privata, dell’individuo o della famiglia, in quanto costituisce un diritto e va perciò rispettata e tutelata.

Come definizione è più che esauriente.

 

C’è un’altra parte della definizione che ci offre il nostro vocabolario-salvezza online:

Il termine si usa soprattutto con riferimento a persone note e che hanno una vita pubblica, ma si adopera anche (in tono serio o scherz.) in modo più generico.

La metafora delle vetrate non è farina di questo sacco, bensì di un sacco molto più importante che ha il nome di William Faulkner.

Forse avrete sentito parlare di lui, forse conoscerete questo nome senza davvero sapere chi è, chi è stato.

Vi basti sapere che ha vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 1949 e che viene considerato uno dei più importanti romanzieri statunitensi, con opere pubblicate come L’urlo e il furore, Santuario, Mentre morivo e tante altre.
Insomma, non il primo che passa.

Oltre a questi fantastici romanzi, Faulkner ha scritto nel 1955 un piccolo pamphlet che l’Adelphi ha pubblicato per la prima volta nel 2003, chiamato Privacy. Il sogno americano: che cosa ne è stato?

Sono 36 pagine che sembrano essere state scritte l’altro ieri.

Da quando è stato scritto ad oggi sono passati 65 anni, ma ora più che mai, nella nostra era digitale, questo pamphlet sembra necessario.

Faulkner non parla esattamente di vetrate, ma parla di muri, i muri che costituiscono una casa.

 

Lo scrittore dice:

Un tempo attraverso i muri delle nostre case non si poteva vedere né da dentro né da fuori.

Oggi, attraverso i muri, si può vedere fuori, ma non ancora dentro. Presto potremo fare entrambe le cose.

Allora la privacy sarà davvero scomparsa.

 

I muri di oggi, da cui si può vedere fuori ma anche dentro, sono le vetrate.

Ci sono ancora i muri a sorreggere le case, ma fanno solo quello, le sorreggono. Dove si possono non avere dei muri, si ha qualcos’altro, tipo delle vetrate.

 

Privacy di Faukner
Photo by Noemi Chianese

 

Sembrerebbe una cosa abbastanza assurda solo provare a trovare un collegamento tra William Faulkner e una serie tv di Netflix tanto in voga in questo momento come You.

Forse di You ne avrete sentito parlare e scommetto anche di più di un certo William Faulkner.

Mi sono trovata a leggere Privacy proprio mentre guardavo la prima stagione di You e non ho potuto fare a meno di collegare le due cose.

Il protagonista di You, un certo Joe Goldberg, è fondamentalmente uno stalker, che si innamora a primo sguardo (letteralmente) di una ragazza e da allora la segue ovunque, uccide le persone che intralciano la loro relazione e la guarda attraverso le vetrate di casa sua.

Guardando la serie mi è sembrato assurdo che la protagonista femminile, vivendo al primo piano di un palazzo, non avesse delle tende che coprissero quelle enormi vetrate da cui chiunque poteva vederla.

Ho pensato: “beh, è una serie tv, il protagonista stalker deve pur riuscire a vederla fare qualsiasi cosa”, ma poi ho letto Faulkner e mi sono chiesta se non ci fosse qualcosa di più sotto alla storia delle vetrate.

In effetti, nel primo episodio di You, lo stalker Joe capisce subito che alla bella ragazza piacciono le attenzioni (lei vuole essere vista) e forse è per questo che non ha mai comprato delle tende per casa.

Sorge quindi spontaneo il dubbio: parliamo tanto di privacy e di quanto questa sia importante, di quanto teniamo ai nostri dati personali e di quanto non vorremmo mai che finissero nelle mani di qualche spia internazionale che non se ne farebbe assolutamente nulla.

Ma se invece a noi non importasse di tenere queste cose private, se a noi invece piacesse averle dappertutto?

Probabilmente si tratta di un processo inconscio, perché “di norma” nessuno vorrebbe dare il suo numero o il suo indirizzo al primo sconosciuto.

Eppure, tutta la pratica della condivisione deriva dal nostro utilizzo quotidiano dei social, sui quali non ci facciamo tanti problemi a indicare dove ci troviamo in un determinato momento o che cosa ci piace mangiare o quali sono i nostri hobby.

Ognuno di noi lo fa, perché tutti lo fanno e non c’è niente di male nel farlo.

Facendo così non possiamo dire di tenere alla nostra privacy.

Perché la privacy non è solo il proprio codice fiscale o il numero della carta con cui facciamo acquisti o l’indirizzo di residenza.

Sono anche altre cose che vanno al di là di meri numeri con cui lo Stato ci riconosce.

Ogni tanto al telegiornale sentiamo di nuove tecnologie e robot creati in Giappone che renderebbero più facile la nostra vita quotidiana… Ma, per poter usare questi nuovi strumenti, occorre il riconoscimento facciale, l’impronta digitale, lo scanner dell’occhio, un proprio capello, il DNA, l’RNA e chi più ne ha più ne metta.

 

social media facebook
Photo by Kon Karampelas on Unplash

 

Faulkner era convinto che degli artisti solo le loro opere dovessero essere pubbliche e sottoposte al giudizio perché era stato l’artista stesso a volerle pubblicare in cambio di denaro.

Ma tutto quello che andava al di là dell’opera doveva rimanere privato.

A Faulkner questo non successe e proprio il fatto che una rivista avesse scritto un pezzo su di lui, come individuo e non sulle sue opere, scatenò il bisogno di pubblicare un pamphlet sulla privacy.

Quella stessa privacy che lui si era visto sottrarre contro il suo stesso volere.

Oggigiorno possiamo sapere quasi tutto di qualsiasi celebrità perché è come se per loro la privacy non esistesse e alcuni giustificano questo fatto dicendo che è il prezzo da pagare per essere famosi.

È davvero un prezzo giusto da pagare?

Secondo Faulkner l’artista ha il diritto di difendere la propria privacy ma così dovrebbe fare anche il pubblico perché «la libertà di un uomo cessa esattamente dove comincia quella del prossimo».

Lo scrittore statunitense sente che si sia perso il vero significato di alcune parole, di alcune idee e che adesso ci si nasconda dietro questi termini per violare la privacy.

Si fa un uso improprio della libertà di stampa, la si tradisce nascondendosi dietro di questa oppure dietro il concetto di «sicurezza nazionale» o di altro.

Oggi si pubblica di tutto, anche ciò che dovrebbe essere universalmente etichettato come «cattivo gusto».

Ma il cattivo gusto non è qualcosa di obiettivo e forse sarebbe più giusto parlare di “sbagliato moralmente”.

Oggi il cattivo gusto o il moralmente sbagliato sono diventati un bene commerciabile e a nessuno interessano più certi valori vecchi e sepolti.

La libertà, che era il caposaldo del sogno americano, è stata sostituita dalla licenza o dall’immunità e con la scomparsa della libertà, scompare anche la verità.

Faulkner nel ’55 si era già accorto che la verità era diventata un punto di vista.

 

Ci sono ovviamente momenti che più di altri segnano uno spartiacque in certe situazioni e nella questione della privacy non è solo l’avvento di Internet e dei social network, ma anche l’11 settembre.

Da quel momento, soprattutto in America si è scatenata una specie di isteria secondo la quale il nostro vicino poteva essere il prossimo terrorista che avrebbe ucciso migliaia di persone.

Da quel momento gli organi di sicurezza e dello Stato si sono adoperati per “controllare” e fare il possibile affinché non succedesse mai più qualcosa come l’attacco alle Torri Gemelle.

È diventato quindi lecito controllare telefonate, mail, viaggi, reddito di ogni persona e naturalmente tutti questi controlli sono stati possibili grazie alle nuove tecnologie che mettono a disposizione banche dati infinite.

Le istituzioni europee della privacy hanno però applicato la normativa della tutela della riservatezza anche a questi organi e questo è un piccolo passo avanti per fermare l’inevitabile “invasione”.

Mettendo da parte la politica e tornando alle vetrate, la cosa da fare innanzitutto sarebbe quella di sensibilizzare maggiormente il pubblico sulla questione della privacy, perché non basta pagare una multa e alzare i metodi di sicurezza dopo che i dati sono stati condivisi inconsapevolmente (è successo con Facebook e con Tik Tok).

Ma c’è bisogno da una parte di massimi protocolli di sicurezza in ogni tipo di organizzazione, sistema o altro e dall’altra che le persone si soffermino su ciò che vogliono davvero condividere con il mondo e su ciò che preferiscono avere salvo.

Nel frattempo, mentre soppesiamo la possibilità di diventare famosi pur sacrificando la propria privacy, l’unico consiglio da ritenere valido è quello di mettere delle grandi e pesanti tende alle nostre grandi e moderne vetrate.

 

 

Cover: Photo by Dayne Topkin on Unplash

 

William Faulkner: (New Albany 1897 – Byhalia 1962).

Scrittore, sceneggiatore, poeta e drammaturgo statnitense, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1949 e considerato uno dei più importanti romanzieri statunitensi, autore di opere spesso provocatorie e complesse.

Le sue opere sono caratterizzate da una scrittura ricca di pathos e di spessore psicologico. Fu considerato rivale di Hemingway.
È stato ritenuto forse l’unico vero scrittore modernista statunitense degli anni Trenta. Si allaccia alla tradizione sperimentale di autori europei come Joyce, Virginia Woolf e Proust.
“You”: serie televisiva di genere thriller psicologico, basata sul romanzo omonimo e sul suo seguito “Hidden Bodies” di Caroline Kepnes. Andata in onda negli Stati Uniti su Lifetime per la prima stagione e distribuita successivamente da Netflix per la seconda.

Cast: Penn Badgley, Elizabeth Lail, Shay Mitchell