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La conflittualità

Il conflitto non paga. Il lavoro di squadra sì.

Comunicazione di Enrico Cogno

12 dicembre 2019

Non ho mai creduto che il barone Pierre de Coubertine abbia realmente affermato che alle gare sportive non è importante vincere quanto lo è partecipare. Perché se questo concetto fosse realmente applicato lo sport perderebbe una gran parte del suo fascino: 90 minuti di “melina” in una partita di calcio o una gara velocità a lenti passi non li sopporterebbe nessuno.

Ma, è anche certo che la voglia di vincere, spesso, produce forti effetti negativi quando non è praticata nei confronti degli avversari ma verso i compagni di squadra.

È recente la rabbia procurata dalla brutta figura dei due piloti Ferrari che si sono autoeliminati dalla gara di Formula 1 nel tentativo di superarsi.

 

Red Ferrari 458 Italia Parked | Photo by Sid Ramirez on Unsplash
Red Ferrari 458 Italia Parked | Photo by Sid Ramirez on Unsplash

 

Molti sono i casi, nei giochi di squadra, in cui, per l’egoismo di segnare un punto, non si favorisce il compagno meglio piazzato e si fa perdere l’occasione alla propria squadra di vincere.

Non a caso De Gregori ne “La classe calcistica del 68” afferma:

Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia…

Già, nelle canzoni.

Nella vita è diverso, soprattutto al di fuori del settore sportivo, dove si verificano i casi più esasperanti.

Ho assistito, in anni di consulenza alle imprese, a migliaia di soprusi praticati nei confronti dei colleghi in nome di una “sana competizione” sotto lo sguardo compiaciuto dei capi che, per il raggiungimento degli obiettivi, istigano questi processi.

Solo alcune volte la competizione è sana perché tutto quanto è vinto dal singolo viene sottratto allo spirito di squadra.

Una gran parte di responsabilità nella confusione esistente tra quando la competizione è legittima (anzi opportuna) e quando non lo è, probabilmente è indotta dai risultati di due atteggiamenti che caratterizzano gli individui: il loro autoritarismo contrapposto alla loro autorevolezza, quindi non un leader, ma un capo.

 

Photo by Kobu Agency on Unsplash
Photo by Kobu Agency on Unsplash

 

Il leader, come ricorda Gilles Pajou, è colui che riesce a creare un mondo al quale le persone desiderano appartenere.

Perché un capo dirige mentre un leader guida; un capo impone, un leader motiva; un capo comanda, un leader stimola; un capo giudica, un leader propone un’autovalutazione.

In sostanza: un capo fa giustamente le cose, un leader fa le cose giuste.

Nonostante per tutti sia evidente che l’autoritarismo rappresenta la serie B, rispetto alla serie A dell’autorevolezza, molti si lasciano poi abbindolare dall’aura di potere emanata dalla capacità di incutere timore: in sostanza non riescono a sfuggire al brutto fascino della forza.

Se così non fosse, non avverrebbe, solo per fare un esempio, che i primi ad essere nominati ammiragli sono quei capitani di vascello che urlano come indemoniati anche in un’era in cui, con tutta la tecnologia esistente, non serve più avere una voce tonante in grado di vincere il fragore della tempesta.

Tant’è che anche nelle tecniche utilizzate negli Assesment Center si assiste ancora a role play nei quali viene preferita la persona che, nella trattativa, impone il suo punto di vista e schiaccia i colleghi senza minimamente tenere conto del loro parere, magari più corretto e utile del suo: insomma, l’uomo forte al comando.

 

It's a Lego World | Photo by Vlad Hilitanu on Unsplash
It’s a Lego World | Photo by Vlad Hilitanu on Unsplash

 

Forse, dopo anni di silenzio e di isolato smanettamento sui loro smartphone, i giovani stanno ricomparendo sulle piazze per chiedere un cambiamento di rotta: forse appare chiaro che la “finta forza” di chi giudica e sbraita non lascia speranze per il futuro.

Il conflitto non paga.
Il lavoro di squadra sì.
Speriamo.

 

Enrico Cogno

ENRICO COGNO (Torino, 28 aprile 1937), sociologo, giornalista, formatore, risiede a Roma dal 1966. È stato responsabile della comunicazione di gruppi internazionali e formatore presso le maggiori organizzazioni del settore (vedi i dettagli su: www.enricocogno.it).
Attualmente è: docente presso la LUISS per l’Executive MBA; docente dell’area Creatività e Comunicazione Pubblicitaria (Facoltà di Scienze della Comunicazione) presso UTIU – Università Telematica Internazionale UniNettuno; Membro della Faculty di CONSEL (Gruppo ELIS); Direttore del Master in Communication Management del Centrostudi Giornalismo e Comunicazione; Direttore Responsabile di LUXORY, periodico dell’eccellenza del Made in Italy.
È stato vice presidente della FERPI (Federazione Italiana Relazioni Pubbliche) ed è consulente e formatore dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Roma.
Enrico Cogno

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