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Estro: una cover band di “ragazzi cresciuti” che fa rivivere, negli appassionati, la bellezza della musica dei Genesis

Musica, Rubriche, Stop and Smell the Roses di Giovanni Savini

1 marzo 2020

Mi accingo a scrivere questo articolo in un freddo pomeriggio di Dicembre, afflitto da un fastidioso mal di testa, cercando di ignorare l’influenza che si sta impadronendo del mio apparato respiratorio, desideroso come non mai di un bel tè caldo.

La domanda però a questo punto sorge spontanea: perché non scriverlo un altro giorno?

La risposta è semplice: perché questo articolo lo devo scrivere da quasi sette mesi.

Da quando, una sera di fine Maggio, ho assistito ad un concerto di una band chiamata Estro ed ho avuto il piacere e l’onore di fare una chiacchierata con i componenti della band.

Solo che poi, appunto, sono passati sette mesi in cui, a parte una serie di imprevisti che non interessano ovviamente a nessuno, confesso di essere stato lasciato un po’ per strada dalla musa, ovvero pur avendo in mente ciò che volevo dire, non riuscivo a trovare il modo di dirlo.

Ed ecco che, nel momento che una chiave di lettura dell’evento si è finalmente materializzata in quella betoniera oscura che mi ostino a chiamare mente, ho deciso: ora o mai più.

Con infinite scuse agli Estro che probabilmente si saranno fatti una idea alquanto poco professionale del sottoscritto. A ragione, aggiungo.

Ma torniamo a noi: chi sono gli Estro e perché ho voluto scrivere di loro?

Gli Estro sono una ‘Cover band’, ovvero una band che esegue il repertorio di altri artisti.

Le Cover band, in Italia, sono un fenomeno che si affaccia alla ribalta negli anni 90, con sempre maggiore diffusione, e che dà poi luogo al fenomeno delle ‘Tribute band’, ovvero quei gruppi che oltre a riproporre il repertorio altrui cercano, con alterni risultati, di riproporlo con una attenzione al dettaglio, sia musicale che scenico, che li porta a riprodurre anche i più minimi dettagli esecutivi e anche scenici, cercando di assomigliare anche fisicamente agli artisti interpretati.

Un esempio su tutti: i Musical Box, tribute band Canadese che da 25 anni porta sui palchi di tutto il modo il repertorio dei Genesis, utilizzando strumenti d’epoca, costumi, eseguendo ricerche accuratissime sui concerti della band inglese, che arrivano al punto di ricreare su palco ogni situazione propria dei concerti dei Genesis, comprese le storie raccontate tra una canzone e l’altra, e persino eventuali errori nel parlare la lingua di questo o quel paese.

Gli Estro, però, non sono una Tribute band, come vedremo e come ci hanno detto loro nella piacevolissima chiacchierata che ha avuto luogo prima del concerto.

Gli Estro, con estrema umiltà ma forti di una notevole preparazione e di una immensa passione per i Genesis, non cercano l’imitazione a tutti i costi di ogni possibile dettaglio.

Ciò nonostante esprimono tutta la loro bravura in un concerto potente, tecnicamente ineccepibile e soprattutto, per chi scrive, commovente.

Ebbene sì, commovente. E non lo dico per inutile piaggeria o per farmi perdonare i 7 mesi di ritardo, ma perché da appassionato (odio con tutte le mie forze la parola fan) dei Genesis da più di 35 anni, ascoltare la loro musica è una continua fonte di emozione anche dopo tutto questo tempo, e ascoltarla dal vivo lo è ancora di più.

Ed ecco la chiave di lettura dell’articolo, che mi ha eluso per 7 mesi.

La chiave di lettura è la gratitudine verso un gruppo di “ragazzi cresciuti” che fa rivivere negli appassionati la bellezza di una musica che per forza di cose non è più possibile ascoltare dagli autori originali, non più in attività come gruppo ormai da una decina d’anni.

In questo senso, infatti le Cover band si configurano come delle vere e proprie “orchestre rock” che si dedicano alla perpetuazione di un repertorio anche dopo che gli autori ed interpreti originali hanno cessato l’attività. esistono anche tante cover band che si dedicano al repertorio di artisti ancora attivi, ovviamente, ma il concetto è più o meno lo stesso.

 

Photo by Tyler Nix on Unsplash
Photo by Tyler Nix on Unsplash

 

Come le orchestre sinfoniche propongono lavori inediti ma si dedicano principalmente alla perpetuazione di un repertorio nel campo della musica classica e lirica, le cover band fanno lo stesso nell’ambito della musica rock.

Con un ostacolo in più, rispetto alla musica classica: e cioè che mentre non abbiamo testimonianze registrate delle esecuzioni delle sinfonie di Beethoven o delle opere di Wagner risalenti all’epoca in cui furono composte, abbiamo la registrazione di ogni singola canzone che le cover band andranno ad eseguire, sia in versione in studio, sia in molteplici versioni dal vivo, rendendo così il confronto con l’originale un tema che le cover band devono necessariamente affrontare.

Avendo visto, negli ultimi 20/25 anni decine e decine di cover band posso dire di aver assistito a confronti di ogni tipo, da quelli impietosi in cui avrei voluto andare a casa dopo la prima canzone e quelli in cui la cover band di turno non solo si è fatta onore, ma mi ha mandato a casa, magari alle due di notte, contento e ringiovanito.

Sì, ringiovanito perché, quantomeno nel caso dei Genesis, il mio amore per questa musica risale al 1984, quando alla tenera età di 12 anni mi ritrovai in mano due cassette (bei tempi) con la registrazione di due album dei Genesis datemi dal proverbiale fratello maggiore di un compagno di scuola – cassette che mi accompagnarono per tutta l’estate e diedero via alla passione per quello che è uno dei miei due gruppi preferiti in assoluto (dell’altro parleremo più in là, il che vuol dire, con i miei tempi, nel 2025).

La musica dei Genesis è per me, se mi passate una frase abbastanza abusata, fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, e per questo mi è difficile di spiegare perché mi piace, perché è impossibile senza cadere nel tranello di fare una mera lista di generiche qualità, che non possono però mai rendere la sensazione tangibile del perché amo quella musica e non un’altra.

È come cercare di spiegare a qualcuno perché ci si è innamorati di una persona: si rischia di fare una “lista della spesa” di qualità che però potrebbero applicarsi ad infinite altre persone, senza spiegare perché quella in particolare abbia il quid, la qualità in più.

Ed ecco perché alle prime note di Squonk, brano di apertura del concerto degli Estro, la mia mente va ad un’altra estate, quella del 1985 quando il 14 agosto convinsi mio padre a portarmi a Porta Portese (storico mercato all’aperto di Roma) nella speranza di trovare “Seconds Out”, album dal vivo dei Genesis che avevo deciso perentoriamente avrei dovuto avere, entro quel giorno e non un minuto più tardi.

E così fu, perché su un banchetto di dischi usati, una copia nuova e sigillata di Seconds Out mi aspettava (un segno del destino?).

 

Photo by Seth Doyle on Unsplash
Photo by Seth Doyle on Unsplash

 

Tornato a casa, misi sul piatto il primo dei due dischi, che si apriva proprio con Squonk, acclamatissima dal pubblico, e passai i 100 minuti più belli della mia vita, neanche fossi stato teletrasportato al Pavilion de Paris, dove l’album era stato registrato.

Qui non siamo a Parigi, ma in un locale di Roma dove, dopo una bella chiacchierata col gruppo ed una cena con dei carissimi amici, mi sento portato indietro nel tempo di 35 anni.

Ma torniamo indietro nel tempo di un’oretta circa, al momento cioè in cui mi sono seduto a chiacchierare una mezz’ora con 4 quinti della band: il cantante Roberto D’Amore, il chitarrista Gianni Barbati, il tastierista Massimo Metalli ed il batterista Ugo Cosentino. Assente solo il bassista Giampiero Sparagna che si unirà ai suoi compagni direttamente sul palco.

La prima impressione è quella poi confermata durante il corso della chiacchierata; gli Estro sono persone squisite, disponibili a soprattutto innamorate del loro progetto.

Una precisazione, gli Estro non sono esattamente ragazzi, infatti tutti i componenti della band hanno superato i 50 anni, ciò nonostante – ed è questo uno degli elementi più belli della conversazione, hanno un entusiasmo ancora giovanile nei confronti quello che fanno.

Mi improvviso intervistatore e comincio a far loro un po’ di domande, alle quali risponderanno con sincerità e, ripeto, entusiasmo, mostrando un profondo rispetto verso gli artisti di cui di lì a poco interpreteranno il repertorio con intensità, emozione e grossa competenza.

Tutti i componenti degli Estro hanno scoperto i Genesis negli anni ’70 e ad essi si sono subito appassionati, ad eccezione del chitarrista: Gianni, il più anziano del gruppo (con una militanza negli Officina Meccanica, gruppo progressive Italiano degli anni ’70 nel suo curriculum), pur conoscendoli si interessa ai Genesis solo negli anni ’90, quando gli viene proposto di entrare negli Estro.

E tutti i componenti degli Estro hanno un piccolo particolare dal rivelare o una osservazione interessante da fare sulla loro controparte Genesisiana: dal batterista Ugo apprendiamo che secondo lui (e anche secondo il sottoscritto) Phil Collins è uno “che fa letteralmente cantare la batteria”, dove ogni colpo sui tamburi è una nota come fosse di pianoforte.

Mentre Massimo, il tastierista, studi classici alle spalle, è sempre stato colpito da quanto le armonie create dal tastierista dei Genesis, Tony Banks, anche nei momenti più complessi riuscivano sempre a portare il brano verso una logica conclusione senza “suonarsi addosso” o sfoggiare inutile virtuosismi, ma presentando parti all’interno dei brani che si concatenavano, si rincorrevano dando vita ad una architettura complessa ma che all’ascoltatore risulta sempre molto naturale.

Gianni ci dice che lui non cerca di imitare Steve Hackett a tutti i costi e ci parla della complessità di riprodurre le parti di chitarra, talvolta eseguite dai Genesis facendo uso di accordature particolari, da cui nasce la difficolta di “tirare giù” (scusate, ogni tanto, un po’ di gergo) le singole parti e di eseguirle insieme al bassista Giampiero (che fa la parte di Mike Rutherford, bassista e chitarrista).

Il compito più difficile nel gruppo, però, lo ricopre Roberto D’Amore: deve cimentarsi nel ruolo di ben due cantanti che si sono avvicendati nei Genesis, e qui parliamo di Peter Gabriel e Phil Collins, due tra le ugole più celebrate ma anche più impegnative da riprodurre, nella musica Rock.

Roberto, che ci racconta di aver scoperto i Genesis nel 1974 con l’album The Lanb Lies on Broadway e di averli visti dal vivo per la prima volta nel 1980 a Londra, ci parla del suo amore per la voce di entrambi i cantanti: il suo preferito e probabilmente Gabriel, ma quello più difficile da rendere tecnicamente è Collins.

Dicevamo dell’entusiasmo ancora giovanile che questi ragazzi un po’ cresciuti nutrono verso i Genesis: Massimo ci racconta di come ancora oggi quotidianamente ascolta i Genesis, a più di 40 anni dal giorno in cui li ha scoperti e come dopo 40 anni questo ascolto ancora gli fa scoprire nuove sfumature della musica della band inglese.

Ma il racconto più bello ce lo regala Ugo, che ci narra di come nel 1978 lui, Massimo ed altri amici poco più che ventenni fecero un viaggio in Olanda e mentre si trovavano in un locale di Amsterdam videro un manifesto che annunciava un concerto dei Genesis che si sarebbe tenuto di lì a pochi giorni:

Abbiamo piantato le tende e non ce ne siamo andati fino al giorno del concerto!!

Li ho invidiati, perché ho visto nei loro occhi, a distanza di così tanto tempo, ancora una scintilla di commozione per quel ricordo bellissimo che gli suscitava emozione nel racconto.

 

 

Una bellissima chiacchierata a cui ha fatto seguito in bellissimo concerto: one, two, three e gli Estro si calano nel loro ruolo di portatori della fiamma aprendo lo show con una potentissima Squonk.

L’audio è molto buono, gli strumenti sono definiti, il volume è alto senza essere eccessivo, e l’esecuzione potente, precisa e fedele.

Le tastiere, ricche e calde, la chitarra elegantissima, la batteria suonata col giusto “tiro”.

E la voce? La voce era l’incognita più grande, non solo perché Roberto doveva calarsi nel ruolo non di uno ma di due vocalist, ma soprattutto perché, come già detto, Peter Gabriel e Phil Collins non sono esattamente i due cantanti più facili da interpretare.

Roberto, saggiamente, sceglie la via di mezzo: dotato di un timbro vocale limpido e nitido, diverso quindi dalla grana più fumosa e irregolare di Gabriel e dalla pastosità di Collins, canta con la sua voce senza cercare imitazioni: le inflessioni sono quelle, le pause, i tempi, ma la voce è la sua e la partita è vinta.

A Squonk seguono brani impegnativi come The Chamber of 32 Doors, la teatrale Robbery Assault and Battery, la magniloquente e cinematografica One for the Vine, con una sezione strumentale letteralmente da brividi, e poi Afterglow, The Cinema Show e la magnifica Ripples, vera gemma del concerto.

Alla fine dello show, che si conclude con The Carpet Crawlers (come nell’ultima tournée dei Genesis, nel 2007), faccio i miei complimenti alla band e scambio qualche altra parola con Gianni mentre smonta gli strumenti.

Mi avvicino quindi al palco ed ammiro la strumentazione del gruppo che non ha assolutamente badato a spese nel dotarsi del necessario per intraprendere questa avventura che gli auguro duri ancora molto a lungo.

Da parte mia, dopo sette mesi, oltre alle più sentite scuse per l’imperdonabile ritardo, non posso che rivolgere a questi ragazzi degli anni ‘70 un saluto ed un ringraziamento per avermi fatto rivivere, in una serata di fine maggio del 2019, gli stessi brividi provati in quel pomeriggio dell’Agosto 1985 quando ascoltai per la prima volta Seconds Out.

 

Giovanni Savini

Vive a Roma e, da sempre, si ciba di musica.
Bambino, si addormentava abbracciato al papà ascoltando i dischi di Fabrizio De André. Il papà, vedendolo dormire, si alzava piano piano e toglieva la puntina dal giradischi.
Questo bastava per farlo svegliare, protestando: "Perché hai tolto la musica"?
Ancora oggi, senza musica, sarebbe come se gli mancasse l'aria.
Un giorno, fra qualche secolo, vorrebbe fare il musicista.
Giovanni Savini

 

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