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The Grudge

Old but Good.

Film, Just Viewed, Rubriche di Edoardo Montanari

4 marzo 2020

Non sono un amante dei film horror e tendo a prediligere quelli che, per tensione e trama ti afferrano la mente, oltre che le coronarie, e quindi vi chiedo scusa.

Sono moralmente obbligato a chiedere scusa a tutti voi lettori perché quando vedo un film horror, i miei primi pensieri vanno alle case infestate, alle mosche, alla carne putrefatta ed agli immancabili vermi bianchi (le larve delle suddette mosche) che mi ricordano l’evidente schematizzazione estetica reiterata da anni, secoli, millenni.

Il più classico dei classici film. Il canone standardizzato ed eletto a sistema.

Per non parlare della sporcizia incrostata dei personaggi che fanno presagire immediatamente la follia, e per non parlare del disgusto che si alterna ai salti sulla sedia o del sangue onnipresente e dulcis in fundo al classico cambio di inquadrature da larga a stretta e nuovamente larga per favorire l’ingresso in campo del fantasma, di un mostro o dell’assassino di turno.

 

John Cho in Screen Gems' The Grudge.
John Cho in Screen Gems’ The Grudge.

 

Insomma, non sono proprio un amante dell’horror classico, e forse neanche di quello moderno. Ho apprezzato però film come Sinister perché, appunto, lasciano quell’estraniamento, quell’astratto cervellotico che, devo dirlo, in The Grudge di Nicolas Pesce manca.

C’è una maledizione. Una classica maledizione che viene dal rancore. Un male che si trasferisce da A a B. Tutto qui.

Eppure è un film piacevole (mi si perdoni il termine), ben strutturato e girato con tutti i crismi che servono a far sobbalzare sulla sedia, ad accelerare il respiro, a parlare per esorcizzare la paura. È un horror di tutto rispetto insomma.

 

donne - gridare - sangue
Lin Shaye and Tara Westwood in Screen Gems’ The Grudge.

 

Perché in fondo, la paura è questo:

è l’atavica repulsione del buio, del nascosto, del non immediatamente visibile che ha portato noi animali bipedi a cercare la luce, il fuoco, la comunità (non è un caso se l’essere umano è spinto a vivere in villaggi, virtuali o meno).

La solitudine è psicologicamente la porta della paura. La paura dell’estraneo, del diverso; anche inteso come diverso nell’essenza e non solo nell’estetica.
Quanta paura abbiamo di scoprire che colui o colei che ci è sempre stato vicino e che abbiamo visto tutti i giorni si dimostri qualcos’altro? Quanto abbiamo paura dell’imprevedibile? Quanto ci terrorizza il tradimento emotivo e quanto di più ci spaventa l’aver sbagliato a giudicare cioè il tradimento della nostra percezione?

 

sangue - donna - coltello
Lin Shaye in Screen Gems’ The Grudge

 

E poco importa che esistano eventi implausibili (anche dal punto di vista fisico) perché è la paura quella che cerchiamo.

Cerchiamo continuamente un ritorno alle origini, cerchiamo la memoria di quando il buio era il mondo durante la notte e invocavamo il sole affinché tornasse ad illuminare la terra. Accadeva ogni giorno. Accade ancora oggi. Ma pregavamo che tornasse a splendere. Sempre.

Anche il suono ci può far paura. Perché nella notte, quando la vista è limitata e il rumore di passi non lo è, siamo persi nei nostri sensi. Abbiamo la vista limitata e l’udito ancora perfettamente funzionante. E questo non ci piace. Ci fa paura. Ed è lì che il film horror gioca la sua carta. Salvo poi dissipare tutto a suon di metal.

 

donna - porta - ombre
Andrea Risenborough in Screen Gems’ The Grudge

 

Insomma cerchiamo la paura che ci procura il cambiamento con qualcosa che non cambia, che è routine.

E questa continuità fisica, uditiva, estetica ci fa stare meglio. È quasi curativa.

La variazione del metodico ci atterriva, e ci atterrisce ancora oggi.

Buona visione.

 

Edoardo Montanari

Sceneggiatore di documentari, narratore e autore nel senso più ampio del termine: ho adottato Hayao Miyazaki come padre putativo dal giorno in cui ho visto "La città incantata" e tutte le puntate di "Conan il ragazzo del futuro".
Giornalista dal 2015, scrivo per diverse testate online (Puntatona.it e Cinemamente.com) e cartacee (Mzk News) come esperto di cinema e scrittura. Sono un sostenitore della dottrina Zen.
Il mio motto è: «Se puoi pensarlo e capirlo, puoi scriverlo».
Edoardo Montanari

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Cover: Demián Bichir and Tara Westwood in Screen Gems’ The Grudge.

 

The Grudge, il film diretto da Nicolas Pesce, sarà nelle sale italiane da giovedì 5 marzo.
La decisione di uscire nelle sale, in questo momento storico così particolare, intende dare un segnale di fiducia e positività per far ripartire e dare continuità al settore cinematografico.

Il film è prodotto da Sony Pictures e distribuito in 200 copie da Warner Bros. Entertainment Italia. The Grudge, che si ispira al classico dell’horror Ju-On: The Grudge, diretto dal giapponese Takashi Shimizu, è prodotto da Sam Raimi ed ha come protagonisti Andrea Riseborough, Demián Bichir, John Cho, Betty Gilpin, Lin Shaye e Jacki Weaver.

«I film della serie The Grudge diretti da Takashi Shimizu sono stati un vero successo in Giappone – spiega il produttore Sam Raimi, che aggiunge – ho amato la sua serie e ho pensato che anche il pubblico del resto del mondo dovesse conoscerla».
A dirigere il film è il regista americano Nicola Pesce che dichiara: «Sono cresciuto guardando i classici dell’horror in bianco e nero e quando ho visto per la prima volta The Grudge, nel 2004, sono rimasto terrorizzato».
«A differenza degli horror che si vedono in questo periodo il film mostra situazioni più adulte e scene di vita reale – dichiara il protagonista John Cho, che aggiunge – girando questo film ho avuto la sensazione che stessimo raccontando una storia nuova, che non si vede facilmente nel cinema di oggi».
Tra i protagonisti del film anche Lin Shaye che nel film interpreta il ruolo di Faith. Sul film e sul suo personaggio Shaye racconta: «Ho amato la storia e il mio personaggio. Semplicemente ho adorato lo script e, ad essere onesta, questo è uno dei film più terrificanti che abbia mai visto».