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“Vis-à-Vis” di Passepartout Duo

40 minuti di fuga dal rumore dei luoghi comuni.

Musica, Rubriche, Stop and Smell the Roses di Giovanni Savini

6 marzo 2020

Una percussione, quasi un metronomo, con in sottofondo un suono che assomiglia ad un contatore geiger, e poche note sparse che potrebbero provenire da uno strumento a corda: così inizia Vis-à-Vis, album di imminente uscita, realizzato dai Passepartout Duo. Noterete la scelta delle parole: “assomiglia”, “quasi”, “potrebbe”. La scelta non è casuale, perché rappresenta, credo, il senso di questo progetto:

musica che non è facilmente catalogabile, che non si può descrivere in poche parole, che non appartiene ad un genere ben definito che la renderebbe facilmente categorizzabile.

 

In un ipotetico negozio di dischi che suddividesse gli album per “genere musicale”, dove potreste trovare questo lavoro? Nel progressive? Nell’ambient? Nella musica elettronica? O, semplicemente, ovunque?

Facciamo, come sempre, un passo indietro.

Chi sono i Passepartout Duo? Sono un duo costituito dalla pianista Nicoletta Favari e dal percussionista Christopher Salvito, e Vis-à-Vis è il loro primo album, dopo l’EP Ólafsfjörður.

I due si sono conosciuti negli Stati Uniti nel 2015 ed hanno da allora intrapreso questa attività nel segno del viaggiare, incontrare luoghi, culture e modi espressivi diversi che poi vengono ad essere unificati dalla loro particolare sensibilità artistica.

I due, sempre in movimento, hanno fatto concerti in tutto il mondo ed il loro album è stato realizzato dall’etichetta indipendente AnyOne, di base in Cina.

 

Passepartout Duo

 

I Passepartout Duo fanno della multimedialità e dall’interdisciplinarietà il fulcro del loro progetto:

la loro non è semplicemente musica, già di per sé difficilmente definibile, come abbiamo detto, ma è un’esperienza a 360 gradi che include la creazione di video, installazioni sonore, e combinazioni tra diverse forme di comunicazione.

 

Un esempio sono le “Sound Envelopes”, delle vere e proprie buste contenenti un file musicale che può essere ascoltato in cuffia e accompagnate da un’immagine creata da un artista residente nelle varie località in cui le buste sono state ideate.

Quindi, con la musica al centro, la loro arte si irradia attraversando varie possibili discipline: audio, video, creazione di oggetti. Pensate che molti degli strumenti che i due suonano sono stati auto-costruiti.

 

Ma, di nuovo: “che musica fanno questi due?”. Mentre scrivo l’articolo ascolto, perlomeno per la decima volta, il loro album: esso è composto da due soli brani, di diciotto minuti circa ciascuno, esclusivamente strumentali.

La musica è solenne, ipnotica, eterea, avvolgente, elegante, libera ma allo stesso tempo strutturata, sembra fluire da una sorgente con grazia e autorevolezza.

 

Le melodie sono minimaliste senza essere monotone, con prevalenza di suoni ‘di corda’ o di percussioni melodiche, come marimba e vibrafono.

I brani scorrono dando l’idea di essere stati quasi concepiti sul momento, improvvisati, ma non è così, la composizione è evidente, anche nell’uso di tecniche musicali molto ricercate, come l’hocketing, in cui le varie note di una melodia sono suonate in sequenza da due o più strumentisti dando però l’idea che ad eseguire la linea melodica sia una persona sola.

Insomma, un prodotto di altissima qualità che nell’epoca della musica usa e getta è, sì, difficilmente classificabile e che forse sarà difficile ascoltare per radio, ma che ha dato un immenso sollievo a queste povere orecchie.

 

album - Passepartout Duo

 

E una grande gioia è stata anche intervistare Nicoletta, che ha risposto alle mie semplici domande con ricchezza ed entusiasmo, rendendomi e rendendoci partecipi della loro realtà, dei loro obiettivi e motivazioni.

 

Raccontateci qualcosa di voi: come vi siete conosciuti, come è nata l’idea di mettere in piedi questo progetto?
«Ci siamo conosciuti come musicisti selezionati per un festival in America nel 2015, la mia prima visita estemporanea oltreoceano.

Durante un mese di concerti e scambi di idee abbiamo scoperto di avere in comune non solo una forte etica professionale e la passione per l’innovazione musicale, ma anche tanti tratti personali come la determinazione, l’indipendenza, l’ambizione, e il sapersi prendere non troppo sul serio quando occorre.

Con la prima residenza al Banff Centre in Canada e i successivi viaggi abbiamo cominciato a plasmare una visione di breve e lungo termine per il nostro progetto, che ci vede protagonisti come colleghi e come coppia.»

L’idea dietro al nostro nome vuole essere un auspicio, come una chiave che possa aprire tutte le porte, e a posteriori possiamo anche citare il personaggio di Verne, Jean Passepartout.

 

Quanto è difficile, nell’attuale panorama musicale e discografico, far conoscere un progetto come il vostro? Avete avuto più riscontro in Italia o all’estero?
«In generale è per noi una sfida spiegare in maniera comprensiva cosa facciamo, perché le nostre attività si articolano tra così tanti paesi e spesso a cavallo tra discipline artistiche e generi musicali.

D’altra parte, i nostri progetti discografici probabilmente non si sarebbero mai realizzati se non con il supporto dei nostri collaboratori di Pechino.

L’unicità e il dinamismo del mercato d’arte cinese in questo frangente è spiazzante in effetti.

La Cina, la Svizzera e i paesi del Nord Europa sono stati un supporto prezioso delle nostre attività finora.»

 

Potete illustrare il vostro processo creativo? I brani nascono da un lavoro collettivo oppure ognuno di voi porta delle idee che vengono poi sviluppate? O partite da improvvisazioni?
«Da un certo punto di vista il nostro processo creativo si è fatto un tutt’uno con la nostra vita quotidiana: tantissime cose accendono la miccia e aprono strade di ricerca e riflessione che spesso si concretizzano in idee musicali.

Attraversiamo periodi intensi di ascolto di musica altrui, se siamo in luoghi particolari cerchiamo anche di imparare riguardo alle tradizioni o risorse locali (come ad esempio con la musica folk in Norvegia).

Quando certe idee ci entusiasmano in maniera particolare (c’è stata la tintinnabulazione di Pärt, le progressioni armoniche di Messiaen, le atmosfere del minimalismo giapponese), allora le approfondiamo e cerchiamo di applicarle alla nostra situazione presente.

Poiché la nostra situazione continua a cambiare a seconda di dove ci troviamo e degli strumenti che abbiamo a disposizione, le limitazioni con le quali lavoriamo sono sempre diverse e, invece che rappresentare punti morti, diventano sproni per la creatività.

I tempi della composizione sono divisi tra esperimenti in software, tentativi agli strumenti acustici e discussioni al tavolo con carta e penna.

Raramente siamo soddisfatti con del materiale improvvisato, e quando accade è sempre di natura melodica.»

 

Questa è una domanda che faccio praticamente a tutti: per voi è più affascinante la creazione dei brani in studio o la loro riproposizione live? È difficile riprodurre la vostra musica sul palco?
«Per noi si tratta di due cose ben distinte.

Nel nostro lavoro partiamo sempre dalla versione in studio che, nella maggior parte dei casi, cerchiamo anche di catturare in forma di video musicali sul nostro canale YouTube.

È raro per noi non cercare di portarla in versione live, anche a costo di modifiche.

Il processo di registrazione sicuramente è molto formativo, rivelando aspetti segreti del suono e molte idiosincrasie delle nostre capacità e mancanze sullo strumento.

Forse l’ideale per noi sarebbe affiancare alla registrazione originale una seconda registrazione, a testimonianza della fine del processo, dopo mesi o forse anni.

Infatti la versione live continua ad evolversi in modi inaspettati.

Ad esempio, nel caso di Vis-à-Vis, il live ha un’energia unica: ci piace pensare a qualcosa di simile a un’esperienza rituale, con una forte partecipazione emotiva dalla parte del pubblico.

Tempi, dinamiche, ripetizioni poi si adattano con liberalità.»

 

Il vostro interesse per le collaborazioni multi-disciplinari è, secondo me, un grande ‘valore aggiunto’ che conferisce importanza alla vostra proposta artistica (ad esempio le Sound Envelopes, che ho trovato estremamente affascinanti): potete anticiparci se avete altre iniziative di questo tipo in cantiere?
«Al momento stiamo lavorando alla fase preparatoria per un paio di progetti che ci porteranno sicuramente al di fuori della nostra comfort zone.

In un caso si tratta di una collaborazione con la musicista islandese Hafdís Bjarnadóttir e che vedrà la luce tra giugno e luglio nella zona delle Isole Faroe, dell’Islanda e della Scozia.

È una sorta di sviluppo della sua idea di traduzione a doppio senso tra opere musicali e schemi per il lavoro a maglia.

Oltre alla tradizione legata a produzione e artigianato della lana, il progetto vuole celebrare valori di comunità ed eco-sostenibilità, e ancora una volta stiamo creando dei piccoli gadget musicali da affiancare ai nostri strumenti.

Anche un altro progetto include l’uso di tessuti, ma in questo caso stiamo cercando più specificamente di trovare soluzioni creative per interfacce originali con un nuovo sintetizzatore analogici costruito da noi.

Tessuti conduttivi e fiber art sono campi vastissimi e di specializzazione, ma intanto esploriamo alcune idee basilari e cerchiamo di imparare dai professionisti.»

 

Per realizzare il vostro album avete utilizzato strumenti ‘convenzionali’, come sintetizzatori e percussioni, ma anche strumenti autocostruiti, di vostra creazione: ce ne illustrate qualcuno?
«Il tutto è cominciato quando ci sono stati messi a disposizione per un breve periodo, a Pechino, degli strumenti artigianali in legno, creati da un artista svedese.

Ci è piaciuta l’idea che potessero essere utilizzati con immediatezza come strumenti professionali tanto quanto come giochi per bambini.

Abbiamo dunque scritto la musica di Vis-à-Vis in una settimana. Poi, una volta tornati in Europa, abbiamo deciso di ricreare, in base alla nostra memoria e alla musica scritta, quegli strumenti, nella forma più portabile e compatta possibile, in modo da poterli portare facilmente in viaggio.

Una fase di ricerca ci ha portato a scoprire tutti quei musicisti professionisti, artisti, e amateur che hanno la passione di creare strumenti musicali, e su Internet si trova vasta documentazione.

Durante una residenza a Ginevra, abbiamo deciso di riciclare del materiale trovato sulla strada per creare una lira, un’amadinda, un mini vibrafono e quello che abbiamo chiamato un glockboard.

Due sono amplificati, due sono completamente acustici, e rispondono all’interesse di esplorare la materialità di legno e metallo allo stato puro.

I tasti dell’amadinda erano originariamente le doghe di un letto IKEA, che abbiamo intagliato e intonato in scala pentatonica. Il mini vibrafono è il primo tentativo veramente riuscito per noi per sospendere dei tasti di vibrafono in maniera da avere una risonanza soddisfacente, ma facendo a meno dell’apparato ingombrante dello strumento originale. Il glockboard è un incrocio tra una tastiera e i rebbi di un toy piano suonato come glockenspiel.

Comunque sono strumenti che appartengono ad una visione complessiva disposta in maniera scenica durante il live, diventano una sorta di organismo unico, vivente ed empatico, con una serie limitata di note che hanno dettato il processo compositivo.»

 

Il vostro album mi ha ricordato, per alcune atmosfere e scelte di suoni, alcuni lavori di Mike Oldfield. Mi piacerebbe sapere quali sono i vostri “musicisti preferiti”, se ne avete!
«È la seconda volta che siamo paragonati a Oldfield!

La questione è molto complicata in realtà: ci sono per noi dei grandi della contemporanea del Novecento che costantemente rivisitiamo, ci sono dei singoli progetti discografici con cui troviamo idee comuni, ci sono forti personalità di cui siamo innamorati, infatuazioni momentanee, e tanti colleghi che seguiamo in maniera entusiasta.»

 

Passepartout Duo - musica - strumenti

 

Signore e signori, i Passepartout Duo!

Regalatevi 40 minuti di fuga dal rumore dei luoghi comuni e andatevi a cercare il loro album, in uscita ad Aprile.

 

Questo è un progetto coraggioso, per il quale chi come me “respira musica” ha il massimo rispetto essendo rimasto ultimamente, per così dire, un po’ in debito di ossigeno.

 

Giovanni Savini

Vive a Roma e, da sempre, si ciba di musica.
Bambino, si addormentava abbracciato al papà ascoltando i dischi di Fabrizio De André. Il papà, vedendolo dormire, si alzava piano piano e toglieva la puntina dal giradischi.
Questo bastava per farlo svegliare, protestando: "Perché hai tolto la musica"?
Ancora oggi, senza musica, sarebbe come se gli mancasse l'aria.
Un giorno, fra qualche secolo, vorrebbe fare il musicista.
Giovanni Savini