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E adesso cosa faccio?

Comunicazione di Edoardo Montanari

9 aprile 2020

E così siamo tutti a casa cercando qualcosa da fare: Dipingere le pareti (bene, così avremo le case più belle degli ultimi trent’anni), Leggere (siamo il paese con il minor numero di libri letti pro-capite), Giocare ai videogames (Red Dead Redemption TI AMO!), Guardare serie tv (binge watching come se non ci fosse un domani) e Mangiare (non troppo! mi raccomando). Tutte cose bellissime, ma pratiche, che aiutano limitatamente al momento in cui le facciamo.

Appena finito di dipingere, leggere, giocare o mangiare, ritorna però quell’horror vacui che eravamo soliti scacciare in altri modi.

 

Prima del Covid-19 c’era chi lo scacciava uscendo con amici, chi andando in palestra, chi rimorchiando sui social, chi facendole tutte e tre le cose contemporaneamente.

Ma ora queste attività sono vietate o limitate e così ci ritroviamo con i nostri pensieri senza potervi apporre una interruzione, un filtro, una cesura.

 

Cosa possiamo fare adesso? Fermo restando che uscire di casa quattro volte al giorno per fare la spesa non è una soluzione applicabile all’infinito e che anche gli animali domestici hanno un limite vescicale insuperabile, ci ritroviamo (me incluso) a fare i conti con noi stessi e con le nostre convinzioni ed i nostri ricordi.

Ed è questo che fa paura. Ma dobbiamo farlo, con determinazione e autocritica.

 

 

In questi giorni sto facendo un rapido riassunto di quella che è stata la mia vita.

 

Mi sono chiesto: ma quando è stata l’ultima volta che mi sono trovato in una situazione simile? Senza nulla da fare, magari annoiato e con tanto tempo disponibile? E la risposta è stata: quando avevo vent’anni.

Ricordo con dolcezza e rimpianto di tutto il tempo che avevo a disposizione a quell’età.

Giornate intere per studiare, leggere ma sopratutto capire il mondo che mi stava attorno e mi sto chiedendo: quando ho smesso e perché?

 

È stato il crescere, il convincermi di non avere più niente da imparare? No.

È stato l’invecchiare e l’aver perso qualche diottria? No.

 

Dopo un paio di tè, qualche biscotto ed una carezza al gatto, mi si è palesata la ragione di tutto: sono cambiato quando ho cominciato a prendere me stesso come la misura di ogni cosa.

 

Il soggettivismo come parametro della mia insoddisfazione perenne. Non che non serva, a volte, essere più egoisti, sopratutto con quelle persone che, come direbbe Zerocalcare, sono un accollo, ma l’equilibrio è un fattore importante.

In medio stat virus dicevano, a ragione, i nostri antenati.

 

Invece, spesso, in barba a questo principio, faccio esattamente il contrario.

Ho la febbre e starnutisco? Chi se ne frega. Cosa vuoi che sia un raffreddore: due capsule di ibuprofene e via a contaminare il mondo perché non ho tempo da perdere, io.

Il secchione della spazzatura vicino casa è pieno? Getto il sacchetto lo stesso, non ho tempo da perdere, io. Tanto qualcuno lo porterà via.

Mi hanno fatto una multa per eccesso di velocità? Ciccia! Tanto ho la macchina intestata ad un prestanome all’estero e possono farmi tutte le multe che vogliono, non le pago, io.

 

Il problema non è il problema in sé, ma il trovare ossessivamente una via per aggirarlo.

Ecco quello che sono diventato. Ecco come sono cresciuto in un mondo che, in una visione di self made man mi ha estraniato dal contesto, quando invece, mi sono accorto che io faccio parte del contesto.

Poi, un giorno, è arrivato un coinquilino invisibile ed a volte mortale che mi ha chiuso in casa e mi ha tolto tutte le libertà che pensavo di avere. Che stronzo! Ho pensato.

Quando il problema ero io, io, solamente io.

 

Ora ho tutto il tempo di fare quello per cui dicevo di non avere il tempo, quando invece ne avevo solo paura: ridimensionarmi.

 

Forse Greta Thumberg aveva ragione: la nostra casa è in fiamme. E noi siamo il cerino e la benzina.

Siamo noi i nostri peggiori nemici, non un virus che non ha neanche la capacità di camminare da solo.

 

Dobbiamo tornare a fare i conti con la nostra mortalità, con il fatto che se getto qualcosa per strada essa non sparisce magicamente ma, bensì, mi farà inciampare un domani.

Se l’altro si comporta “male” questo non mi autorizza a comportarmi male, perché quello che faccio ogni giorno è un esempio; anche tollerare qualcuno che si arrabbia senza motivo.

Essere genitori di tutti e sentirci figli di tutti.

Forse è questo il nodo gordiano che possiamo sciogliere. Pensando, capendoci e capendo gli altri.

 

Alla fine dei conti siamo esseri umani e la nostra mente ci ha aiutato a superare i nostri limiti e quegli ostacoli che poi la mancanza di controllo ci ha riproposto.

Forse è questa la soluzione: usare la testa cambiando prospettiva.

Guardandoci dall’alto pensandoci in basso. Padri e figli di noi stessi.

Controllare la rabbia, quando possiamo, e capendo quella degli altri, quando possiamo.

Ricordandoci che se un nostro “sacrificio” migliora il mondo me escluso, va fatto.

Allora quei due passi in più per gettare la spazzatura, quel non essere bulimici di tempo, quel pagare le tasse chiedendo servizi adeguati senza aggirare il problema, senza dire: ci penserà qualcuno.

Perché quel qualcuno, siamo noi.

Ecco cosa fare in questi giorni: migliorarmi, perché ho una seconda occasione.

E non è poco.

 

Edoardo Montanari

Sceneggiatore di documentari, narratore e autore nel senso più ampio del termine: ho adottato Hayao Miyazaki come padre putativo dal giorno in cui ho visto "La città incantata" e tutte le puntate di "Conan il ragazzo del futuro".
Giornalista dal 2015, scrivo per diverse testate online (Puntatona.it e Cinemamente.com) e cartacee (Mzk News) come esperto di cinema e scrittura. Sono un sostenitore della dottrina Zen.
Il mio motto è: «Se puoi pensarlo e capirlo, puoi scriverlo».
Edoardo Montanari

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Cover Photo by Lea Böhm on Unsplash