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Una Lettera d’Amore per l’Università

Comunicazione di Noemi Chianese

22 maggio 2020

Che cos’è l’università per voi?

Così recitava un cartellone nella mia vecchia facoltà di Lettere. A disposizione c’era uno spazio bianco dove inserire le nostre risposte.
Era divertente fermarsi ogni tanto a leggerle, quelle risposte. “Esami”, “Crediti”, “Pausa caffè”, “Caporetto” (non chiedetemi il perché). Insomma, le solite cose.

Non mi sono mai fermata a scrivere qualcosa, forse perché avrei occupato troppo spazio.

Tanti di noi ragazzi passano per l’università. Alcuni la trattano solo come un vero e proprio passaggio, come un ponte che si rivela essere l’unica strada possibile per arrivare dall’altra parte.

È vero, l’università è anche questo. Ma essendo vissuta in una famiglia con pochi ragazzi e tanti adulti saggi, ho sempre cercato di seguire il loro consiglio e di godermi al massimo questi anni. Mentre li vivevo e spremevo ogni goccia possibile del tempo e delle occasioni che mi trovavo davanti, mi sono davvero resa conto che questi sono gli anni più belli.

Quando vai all’università, magari in una grande città come Roma, conosci persone da tutto il Paese o anche solo da Roma che però valgono per mille.

Siamo tutti un po’ più maturi del liceo, con qualche lettura e pensiero in più, capaci di confrontarci e di argomentare meglio.

È così che la nostra mente si apre, dopotutto.

Si apre con i libri sì, con le lezioni, ma soprattutto si apre parlando.

 

biblioteca di università con persone che studiano
Credits to Patrick Robert Doyle on Unplash

 

Credo sia una fortuna frequentare un’università non troppo grande. In questo modo, gli amici si fanno più presto e con i professori si può fare una chiacchiera vera.

In ogni caso, di qualsiasi università si tratti, quei tre o cinque o sei anni che si passano lì sono quasi sempre bellissimi.

A me non capitava mai di non vedere l’ora di tornare alla routine del liceo, dopo l’estate. Odiavo alzarmi presto e fare cinque ore di lezione, sempre con le stesse persone. Seguire spiegazioni lette direttamente dai libri o che non stimolassero per niente la mia curiosità.

All’università è tutto diverso.

Segui quello che ti piace di più, gli spunti sono tanti, ogni frase può portare ad un ragionamento completamente opposto. Quello che l’università insegna a fare è collegare le cose, le materie, gli argomenti nel modo più originale possibile.
Questo lo dico per far capire perché ero davvero entusiasta di riprendere le lezioni ogni anno ad ottobre. Perché, nonostante avessi studiato tutta l’estate per l’esame da dare a settembre, comunque non odiavo veramente l’università.

Non potrei mai odiarla e sono sicura che la ricorderò sempre come uno dei momenti più felici della mia vita.

È tutto quello che c’è intorno che mi sembra bello.

Quel caffè preso al bar della facoltà o alla macchinetta, come scusa per parlare e prendersi una pausa dalla lezione di latino prima di passare a quella di qualche letteratura. I professori per cui avevi una cotta e di cui parlavi con le amiche. Le conferenze che non sapevi di voler sentire. Le ore perse in aule vuote con la scusa di studiare insieme. I posti occupati per gli amici ritardatari, le scale fredde su cui ti sedevi quando eri tu ad arrivare in ritardo.

Erano le piccole cose quotidiane, quella routine che poi routine non era quasi mai a farmi felice.

I proiettori che non funzionavano o che il professore non sapeva accendere e che ti facevano perdere metà lezione. Le sei o sette pagine di appunti presi durante la lezione di storia contemporanea. Le risate per le battute su Proust del prof di Letteratura francese. L’ansia prima degli esami, le nozioni imparate all’ultimo momento, le attese fuori l’aula che ti portavano a parlare e a ripetere con gli altri e, magari, a trovare una delle tue amiche più care.

Tutte queste cose prima non c’erano e non ci saranno dopo.
Sono solo in quel momento, in quegli anni che volano come se nulla fosse.

 

ragazzi dell'università che studiano insieme e prendono un caffè
Credits to Helena Lopes on Unplash

 

Ora mi manca tutto questo. Non ho ancora finito l’università, ma in questa quarantena le cose sono cambiate. Stiamo continuando a studiare, a seguire le lezioni e a dare esami. Questi esami saranno esattamente come quelli che avremmo dato in condizioni normali. Non ci sono stati provvedimenti per rendere il tutto più “soft” come è successo per quelli di terza media e di maturità. Forse perché noi universitari siamo “adulti”. Siamo cresciuti, non abbiamo bisogno di favoritismi ed è sicuramente una buona occasione per abituarci al mondo che verrà dopo l’università. Dove nessuno fa sconti di alcun tipo.

Mi sentirei di dire grazie allora, perché forse mi si vuole dimostrare come sarà la realtà una volta uscita.
Ma il “grazie” non mi esce dal cuore. Perché tutta questa situazione mi ha fatto rendere conto ancora di più di quanto mi manchino quei momenti e quella routine.

La cosa bella dell’università era andare all’università e tutto quello che succedeva durante le lezioni o dopo valeva la pena, anche se in estate sarei rimasta chiusa in casa a studiare.

Fare gli esami, stressarsi, prendere brutti voti, tutto questo valeva la pena perché almeno avevo vissuto un anno fantastico.

 

ragazza che studia al pc per l'università
Credits to Jeshoots.com on Unplash

 

Ma quest’anno non è andata così. Il 2020 andrebbe sicuramente inserito negli anni “funesti” degli annali romani. Ora, fare gli esami, sudare sui libri, spendere tempo ad organizzare presentazioni non vale tanto la pena. Ora più che mai, fare tutto questo è diventato solo un dovere. Devo farlo per passare l’anno, per finire l’università, per laurearmi, per trovare un lavoro.
Sappiamo tutti benissimo che dal momento in cui ci iscriviamo all’università, diventa un nostro dovere andare avanti. In un modo o nell’altro ci sforziamo di passare tutti gli esami, alcune volte fregandocene del voto, solo perché vogliamo finire.

C’è chi l’università non vede l’ora di levarsela di torno e sacrifica la propria vita sociale per finirla in due anni invece che in tre. Sono scelte di vita, senza dubbio, ma credo che avere fretta a 20 anni sia un peccato.

I vent’anni non tornano e anche se la società, il Paese, il mondo ci obbligano a fare tutto in fretta, ad essere più bravi degli altri per avere un posto di lavoro, io preferisco andarci piano.

Non voglio sacrificare gli anni più belli per avere un posto fisso a ventisette anni. Forse dovrei, forse sono incosciente, forse me ne pentirò. Ma per ora sto bene così.

Noi universitari siamo un po’ bistrattati. Lo siamo dal governo, dal nostro Paese, da tante cose. Siamo lasciati un po’ alla deriva la maggior parte delle volte, forse perché ci considerano più indipendenti, più bravi a cavarcela da soli. Dovrebbe essere così probabilmente, ma io non mi vedo in questo modo. O almeno, sto scoprendo adesso di non essere proprio così.

Nessuno della mia generazione (ma anche di quelle più grandi) ha vissuto una pandemia così.

Nessuno sa veramente cosa si dovrebbe fare, cosa ci si aspetta da noi, cosa ci aspettiamo da noi stessi.

Nessuno ha sperimentato l’università fatta in questo modo.

 

donna con mascherina davanti il computer
Credits to Engin Askyurt on Unplash

E quindi nessuno si chiede cosa proviamo. I nostri pensieri e sentimenti non sono certo la priorità in questa situazione, ma quello che proviamo è nostalgia.

Sono sicura che tutti la stiano provando, non solo gli universitari. Nostalgia delle uscite, degli abbracci, dell’aperitivo, del film al cinema etc.

Ma noi proviamo nostalgia per le lezioni noiose in aule con 200 persone.

Nostalgia per i ripassi all’ultimo momento in gruppi di dieci. Nostalgia per il panico che ci prendeva appena vedevamo libri da 500 pagine per un esame da 6 crediti. Nostalgia per la vita universitaria che non può essere rimpiazzata da lezioni ed esami online.

A tutti manca il contatto umano. Tutti ci lamentiamo. Però alcuni sono stati capiti di più e per questo, aiutati. Noi universitari no, come al solito. Studiare duramente per esami enormi è già dura, ma lo diventa ancora di più quando sai che non puoi avere la distrazione necessaria e la risata di incoraggiamento della tua compagna di studi.
Non è la stessa cosa fare le videochiamate, anche perché siamo talmente impegnati a studiare come se niente fosse, che non abbiamo il tempo nemmeno per quelle.

Quest’anno universitario è andato un po’ così, mi sentirei di dire quasi “sprecato” o a metà.

Spero ci rifaremo e spero che tutti noi apprezzeremo di più quei momenti dati per scontato, considerati di distrazione, ma fondamentali per la nostra crescita come studenti e come persone.
Alla fine, #andrà tutto bene.

 

Noemi Chianese

Noemi Chianese si è laureata in Lettere Moderne all’Università di Tor Vergata e frequenta il corso di Editoria e scrittura all’Università La Sapienza.
Con tutta probabilità la passione per il cinema è nata quando era ancora nel grembo materno e, da allora, si è espressa in lunghe file ai red carpet, film fino a tarda notte e poster che tappezzano la sua camera.
Il sogno è quello di stare dietro le quinte dove avviene tutta la magia, dove viene soddisfatta ogni curiosità e dove si può trovare il miglior posto in sala.

 

Cover: Photo by Nathan Dumlao on Unplash