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Libri e cultura in quarantena

Il nuovo rapporto con i lettori e lo sciopero degli scrittori.

Libri di Valerio Cruciani

5 giugno 2020

La quarantena ha influito sul nostro rapporto con la lettura? La crisi del settore editoriale è strutturale o contingente? Il nuovo avvicinamento tra lettori e autori segna l’inizio di una storia d’amore? È arrivato il momento di un grande sciopero degli scrittori? Qual è il ruolo dello scrittore? Esistono ancora scrittori?

Sono domande intorno alle quali leggo e rifletto da più di quindici anni, da quando ho iniziato a prendermi sul serio il lavoro dello scrittore. Sono domande alle quali, però, non ho mai voluto rispondere teoreticamente, ma per le quali ho sempre cercato riscontri nella prassi, nella realtà quotidiana, nelle manifestazioni concrete di questi problemi, nelle contraddizioni.

Durante la chiusura totale del paese ho continuato a insegnare da casa, ho continuato a scrivere e a leggere come molti altri colleghi.

In questa lunga pausa obbligata ho avvertito anche la necessità di ascoltare, chiedere, rivalutare, rimettere in discussione una serie di cose che, fino a quel momento, tendevo a tenermi per me e a posticipare.

Novità editoriali sospese o cancellate, librerie chiuse, editori sul lastrico, l’intero sistema culturale al collasso, fiere rinviate, i nuovi dati sulla lettura come sempre poco incoraggianti. C’è qualcosa che non va. E allora ho fatto un piccolo sondaggio.

I rilevamenti sul mondo del libro di solito sono quantitativi e monodirezionali, cioè tesi a studiare il libro come oggetto di consumo e il lettore come consumatore.

Come fruitore e di certo non come esperto di statistica, credo che sia necessario analizzare le cose in un altro modo per soddisfare esigenze conoscitive più profonde.

 

Valerio Cruciani
Valerio Cruciani

 

Il libro, infatti, non si può più considerare alla stregua di un qualsiasi altro oggetto di consumo.

La cosa ha funzionato per un po’, di sicuro su questa impostazione sono sorte enormi fortune, giganteschi gruppi editoriali e ipertrofici fenomeni che fanno cassa. Ma a lungo andare si è perso l’affetto dei lettori, la loro formazione in quanto tali e, soprattutto, si sono messi da parte i primi, veri responsabili e artefici di tutto questo carrozzone: gli autori.

Ora che il nostro mondo si vede sconvolto da una pandemia, tutto viene rimescolato e tutto è in discussione.

Stavolta, invece di lasciarci spingere dall’onda d’urto come ormai siamo abituati a fare, forse è il caso di cavalcarla quest’onda e guardare lontano per essere qualcosa di più di semplici compratori o egocentrici produttori di contenuti.

In breve, abbiamo da una parte un mondo editoriale in subbuglio, un mondo perlopiù povero o dove i grandi profitti vengono distribuiti male e per un numero molto esiguo di persone: il distributore, il tipografo, il direttore di marketing. In coda ci sono le librerie, i traduttori, i correttori, i grafici editoriali.

Mancano gli autori, vero? Al netto dei fenomeni pubblicitari di massa, semplicemente non ci sono. Con i contratti che circolano e il numero di copie di un libro effettivamente vendute in un anno, gli autori possono ringraziare se vengono invitati a qualche aperitivo o se pagano qualche bolletta con i diritti d’autore.

Gli scrittori in quanto tali non possono chiedere neanche il contributo statale di 600€ del fu decreto “Cura Italia” perché non rientrano in nessuna categoria professionale.

Lo scrittore è stato ridotto a consumatore del suo stesso prodotto, un utente tra gli altri.

 

Photo by Laura Chouette on Unsplash
Photo by Laura Chouette on Unsplash

 

Come ho accennato sopra, ho cercato di dare un minimo di base alle risposte che cercavo creando un questionario semplice, non scientifico, incompleto e a volte parziale. Una chiacchierata su Google Forms, diciamo.

Ho realizzato il sondaggio tra il 28 aprile e il 6 maggio, mentre entrava in vigore la nuova legge sul libro. Hanno risposto 87 persone. Ecco un breve riepilogo delle domande e delle risposte.

  • Domanda 1-3: sesso, fascia d’età e livello di studi. Tipiche domande per dare una cornice alla tipologia dei partecipanti. La maggior parte sono donne (56), tra i 30 e i 50 anni e con un titolo di studio superiore (laurea o master/dottorato). Questi sono dati asettici, vero, ma è anche vero che è da anni che le donne sono di gran lunga il pubblico più colto e il sesso più vicino alla lettura. L’ho notato anche in Spagna: il 90% delle mie classi di italiano o di scrittura creativa era composto da donne, per non parlare dei circoli di lettura. E lo dicono anche le statistiche serie.
  • Domanda 4: sei uno scrittore? La maggior parte ha risposto con un secco “no” (35 su 56 donne), alcuni hanno dichiarato di scrivere ma senza aver mai pubblicato.
  • Domanda 5: quanti libri leggi all’anno (esclusi manuali e testi scolastici)? 40 partecipanti hanno dichiarato di leggerne più di dieci all’anno, subito dopo vengono quelli che ne leggono tra tre e dieci e infine quelli che ne leggono meno di tre o nessuno.
  • Domanda 6: che libri preferisci leggere? Qui non ci sono dubbi, dato che la quasi totalità dei partecipanti ha spuntato la casella della narrativa (romanzi e racconti). Sono pochissimi i lettori di poesia e un po’ di più quelli di saggistica, e la cosa curiosa è che sono quasi tutti maschi. Il romanzo, dunque, si attesta come il genere più apprezzato dalle donne. La poesia, notizia tristemente risaputa, si assesta in una posizione estremamente marginale.
  • Ora entriamo un po’ più nello specifico di questo periodo concreto con la domanda 7: quanti libri hai letto durante la quarantena? In 41 hanno dichiarato di averne letti tra uno e tre (includendo anche quelli soltanto iniziati), 38 dicono di averne letti più di tre e i restanti affermano di non aver letto nessun libro. Quello che conta non è mai, o non solo, la quantità di libri letti, ma il fatto che molti siano riusciti a mantenere la loro media di lettura, e se questa media è scesa lo si deve a fattori che tutti abbiamo sperimentato: la carenza di tempo (chi lavora da casa lo sa bene) e lo stress a cui siamo stati sottoposti durante la quarantena, cosa che a molti ha impedito di raggiungere il giusto grado di concentrazione e distensione (incluso il sottoscritto).
  • Domanda 8: dopo la quarantena pensi che la lettura e la cultura siano importanti? Lo so, sembra una domanda scema, ma volevo farla perché mi interessa capire se c’è stata una qualche relazione tra la quarantena e questo aspetto della vita. Dato che dovevamo uscirne tutti migliorati e illuminati… Le risposte confermano quello che sospettavo: la stragrande maggioranza dei partecipanti ha risposto “sì, l’ho sempre pensato”. E infatti, se incrociamo questi dati con la domanda 9 (La quarantena ha influito sul tuo rapporto con i libri?), vedremo che anche qui la quasi totalità delle risposte indica una continuità con il passato. Insomma, chi già da prima amava leggere, continua a farlo. Banale, no?
    Mi pare invece meno banale il fatto che una decina di persone confessino di aver sperimentato un cambiamento e un avvicinamento ai libri proprio in questo periodo, cosa che farebbe ben sperare se potessimo verificare questo dato su una fetta di popolazione molto più ampia.
  • Poi ci sono un paio di domande più specifiche sul mondo editoriale. Di certo la cultura non è stata al centro delle notizie e delle preoccupazioni del giornalismo e della politica in questi ultimi due mesi, ma la crisi economica che sta facendo tremare il settore non è un segreto per nessuno. Quindi nelle domande 10 e 11 ho chiesto: pensi che questa crisi cambierà il panorama editoriale? Dopo la quarantena pensi di rivolgerti alle piccole librerie? Per la prima domanda, in 48 pensano che cambierà qualcosa ma non in modo radicale. I restanti si dividono a metà: alcuni pensano che non cambierà niente, altri che falliranno molti editori piccoli e medi e che i libri di diversi autori emergenti non vedranno la luce. Quest’ultimo dato è ormai sicuro, almeno per quanto riguarda il 2020. Il resto è da vedere.
    Per la domanda sulle librerie, in 44 hanno dichiarato di comprare abitualmente presso le piccole librerie. Ho segmentato la domanda perché è questo, credo, il nodo della crisi dal punto di vista della distribuzione e, in fin dei conti, del lavoro di tanti piccoli imprenditori. È interessante vedere come una porzione non piccola (21 risposte) dichiara di preferire le librerie di catena e/o Amazon. Altrettante sono le risposte di segno diverso: in 20 dichiarano che la quarantena ha influito sulla loro scelta e che da adesso in poi si rivolgeranno alle piccole librerie o direttamente agli editori per comprare i libri. Come lo interpreto? Probabilmente le attività online svoltesi in questo periodo hanno favorito l’avvicinamento tra editori, autori e librai da una parte e lettori dall’altra.
  • Ecco che ci avviciniamo a uno dei nodi di questo percorso e al tema della domanda 12: durante la quarantena hai seguito le proposte culturali online? 46 partecipanti dicono chiaramente che ne hanno seguite diverse. Mi riferisco a tutte le dirette che si sono fatte sulle reti sociali, in primis Facebook e Instagram, alle visite virtuali dei musei e agli spettacoli teatrali offerti nelle loro registrazioni video su YouTube, ma anche agli incontri e dibattiti che si sono realizzati nel corso di questi due mesi.
    È interessante notare come queste risposte coincidano con quelle di chi si rivolge o si rivolgerà alle piccole librerie. Non voglio forzare le cose e trarne conseguenze definitive, ma credo, e mi scuso se mi ripeto, che l’avvicinamento che c’è stato tra il mondo editoriale e i lettori abbia iniziato a muovere qualcosa in una direzione che sicuramente è da esplorare, perché può essere carica di significato e di effetti anche a lungo termine. Secondo questo punto di vista, è chiaro, quindi, che se con la fine delle restrizioni si abbandona questo tipo di approccio, si perderà di nuovo il contatto con il pubblico.
    Dall’altra parte è interessante vedere come 34 persone abbiano risposto che non sono interessate a queste attività culturali online o, in modo più sfumato, che non sapevano che esistessero. È un numero piuttosto alto. Chi dice di non essere interessato sta forse dichiarando che, anche sapendo dell’esistenza delle dirette, non le ha volute seguire (magari perché lavora o perché ha avuto troppo da fare in casa in una situazione del genere).
    Incrociando i dati, si vede un’altra cosa interessante: quelli che hanno seguito le proposte culturali online sono anche quelli che pensano che cambierà qualcosa nel panorama editoriale italiano. Tutto questo mi riporta a un’altra banalità, una di quelle che non ci si dovrebbe stancare mai di ripetere: la partecipazione e l’informazione possono renderci cittadini consapevoli, attivi, coinvolti.
  • Ci sono poi le due ultime domande. Una molto diretta: leggi anche in formato eBook? L’ho chiesto per capire se l’impossibilità di recarsi presso una libreria per tanto tempo abbia influito sulle scelte d’acquisto. L’eBook è un formato molto discusso che finora non è decollato davvero. E infatti 54 partecipanti rispondono nettamente: “No, il formato eBook non mi piace”. Diamo per scontato che tutti l’abbiano provato almeno una volta. Poi ce ne sono 26 che dichiarano di leggere abitualmente nei due formati, elettronico e cartaceo, la maggior parte di loro ha seguito delle attività online, sono lettori abituali e non sono scrittori.
  • L’ultima domanda è un po’ meno corretta, forse, e richiederebbe un maggior grado di raffinamento, ma per adesso ce la facciamo andare bene così com’è: come giudichi il panorama attuale in Italia rispetto ai libri che si pubblicano? In 48 esprimono un’opinione positiva, considerano l’offerta mediamente “alta, variegata e interessante”. C’è una ristretta minoranza che non sa dare un riscontro o che si colloca dalla parte simmetricamente opposta, poi ci sono 22 risposte che rispecchiano un vecchio pregiudizio ancora molto radicato tra i lettori: i partecipanti dichiarano di leggere pochi autori italiani e di preferire gli stranieri. Uno di loro specifica che “l’italiano è sempre più stravolto e non curato”; un altro afferma che in Italia “c’è un sistema che favorisce pochi”. È chiaro che si tratta di opinioni, ma il fatto che sia un’ampia minoranza quella che evita gli autori italiani dovrebbe farci riflettere e spingerci a indagare più a fondo il perché di questo rifiuto.

 

Photo by Aaron Burden on Unsplash
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Alla fine del sondaggio ho lasciato uno spazio bianco per i commenti liberi. Eccone alcuni.
“Non riesco a dedicare alla lettura il tempo che vorrei, una volta ero un’appassionata lettrice”.
“Il tempo dedicato alla creatività e all’arte è necessario per se stessi e per la propria crescita. Questo momento mi ha dato il permesso di ricordarmelo e metterlo in pratica con più assiduità”.
“Già era necessario prima della quarantena, forse adesso ancora di più, promuovere eventi per non far morire totalmente questo mondo. È veramente triste sentire quante librerie stanno chiudendo!”.
“Spero che questa quarantena forzata abbia avvicinato alla lettura e all’arte persone che non ne giovavano. Credo si debba fare il possibile per fare sì che queste persone non perdano questo nuovo interesse, continuando a proporre iniziative particolari come quelle messe in campo in questo periodo”.
“Sono una teatrante. Non sono ottimista sul futuro più prossimo. Ho fiducia nella risposta creativa sul lungo periodo”.
“Ritengo fondamentale che spettacoli culturali, teatrali, musicali, letterari siano disponibili on-line per avvicinare chi non è solito uscire di casa per raggiungere teatri, cinema, concerti, caffè letterari per pigrizia, ignoranza o disinteresse”.
“Oggigiorno il web è l’accesso più rapido ad ogni cosa, quindi anche alla cultura. Naturalmente non sostituisce né restituisce l’emozione, il clima, l’ambiente che si respira, si prova dal vivo. Può essere comunque una valida e importante alternativa e un’opportunità per avvicinare più persone alla cultura”.
“All’inizio della quarantena ho avuto difficoltà a trovare la concentrazione per leggere e scrivere nonostante avessi più tempo. Dopo le prime due settimane per fortuna è tornato (da questo punto di vista) tutto come prima”.
“Il libro può essere lo strumento fondamentale in questo periodo, per le persone poco acculturate, di acquisire cultura e conoscenza”.
“La letteratura in generale e specialmente quella nuova, emergente, indipendente, così come le case editrici, hanno bisogno di sostegno economico ed emozionale da chi ha il potere” (tradotto dallo spagnolo).

 

Ora è il momento di provare a trarre non delle conclusioni, perché ora c’è bisogno più che mai di aperture, spazi, confronti e non conclusioni.

Possiamo provare a tirare insieme due fili rossi interconnessi e vedere dove ci portano: il rapporto tra scrittori e artisti in generale e pubblico e lo sciopero delle parole (nel prossimo articolo).

Il domani è vicino e reclama il suo spazio con urgenza.

Come dicevamo, la quarantena ha messo in moto dei meccanismi di sopravvivenza spontanei molto significativi. Si sono fatte, e si fanno ancora, dirette con gli autori, con gli editori, con gli attori, si sono visti spettacoli, si è ascoltata musica dal vivo, si è discusso insieme, si sono presentati libri, ecc.

È stato finalmente messo in luce il vero potenziale delle reti sociali, la loro utilità ultima che va ben oltre la stancante gara di narcisismo a cui siamo abituati.

Come ho detto in più occasioni, d’ora in poi non si potrà più pensare di fare una presentazione di un libro senza ritrasmetterla online in tempo reale.

Si è fatto tutto gratuitamente. Tutti gli editori si sono attrezzati regalando le versioni eBook di alcuni titoli o proponendo pacchetti e sconti molto convenienti. Si è organizzata una rete di librerie che consegnano a domicilio in poche ore.

Il libro si è fatto sentire vicino, finalmente, e anche gli autori sono usciti un po’ di più allo scoperto, mostrandosi come sono ai lettori.

Questo ha prodotto un oggettivo avvicinamento, una sorta di familiarità, come se avessimo finalmente realizzato quel famigerato incontro ravvicinato del terzo tipo atteso da anni. Ci eravamo allontanati, eravamo diffidenti, non ci conoscevamo più. Ma ora qualcosa si è incrinato su questa superficie ghiacciata, e non possiamo perdere di vista questa sottilissima crepa, non possiamo non approfondirla e aprirla del tutto, perché ho la sensazione che solo così gli italiani torneranno ad apprezzare il valore della lettura -che in ultima analisi è lo specchio e il reagente della nostra vita interiore– e, quindi, a essere di nuovo cittadini.

Perché ora, diciamoci la verità, di cittadini abbiamo ben poco.

 

Photo by engin akyurt on Unsplash
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La partecipazione, inoltre, crea nuova cultura, genera informazione e diventa formazione dello spirito e dell’intelligenza. Se i lettori potenziali hanno potuto finalmente vedere e ascoltare gli autori, interagire con loro, e la curiosità si è infiltrata in loro, allora anche gli scrittori potranno riprendere contatto con la realtà, riprendersi la propria dignità e magari tornare a scrivere non più per l’editore o il critico, ma per il lettore, avendolo bene in mente come concittadino al quale parlare. L’editore e il critico, infatti, svolgono un lavoro preziosissimo, ma anche loro devono tornare a fare ciò che dà senso alla loro esistenza: scovare i talenti, conoscere, far conoscere, potenziare la comunità, la diversità e la qualità della comunicazione. Non essere inseguiti e adulati.

In tutto questo c’è da capire cosa ci sta a fare lo scrittore.

Nel prossimo articolo approfondirò il secondo filo rosso. Partiamo da una tragicomica provocazione: nella crisi che stiamo attraversando, è giusto chiedere che a tutti i lavoratori e gli imprenditori si offrano aiuti immediati e reali.

E se includessimo anche gli scrittori? Questa categoria è completamente assente. È un vuoto grave e significativo.
Molti scrittori quest’anno contavano sulla pubblicazione di almeno una loro opera, e ora vedono andare in fumo tutto il loro lavoro, tutte le loro speranze non già di guadagno, ma almeno di riconoscimento e quindi di eventuali futuri incarichi, eventi, collaborazioni, ecc. Insomma, per molti è svanito il secondo motivo per cui si scrive: il pubblico (il primo è scrivere). E dovranno mantenere il rapporto attraverso le modalità sopra discusse.

Il vuoto è grave non perché noi autori non potremo pagare l’affitto: tutti o quasi, spero, abbiamo una prima occupazione che ci garantisce delle entrate.

È grave proprio perché si dà per scontato che gli scrittori in quanto tali semplicemente non esistano, perché siamo ingegneri, professori, postini, istruttori di tennis o impiegati che, nei ritagli di tempo, scriviamo.

Il vuoto è grave perché se ci guardiamo intorno, scopriamo che è così solo da noi, in Italia.

 

Nella pagina web del Consiglio Europeo degli Scrittori ho scoperto che in tutti i paesi europei si stanno attrezzando per garantire sostegno diretto anche agli scrittori.

 

L’idea di uno sciopero degli scrittori è la mia proposta, un esercizio di fantasia in un mondo al rovescio.

A guardare bene le cose, però, sembra che viviamo da troppo in un mondo davvero al rovescio. Forse è arrivato il momento di raddrizzarlo, di capire qual è il “recto” del foglio.

Ma ne parliamo la prossima volta.

 

Valerio Cruciani

Romano, laureato in Lettere e Filosofia con una tesi sul giornalino dialettale “Il Marforio”.
Ha vissuto per nove anni in Spagna, tra Madrid e Logroño.

Si permette di dire in giro che è sceneggiatore, dato che ha collaborato con alcuni produttori e registi alla scrittura di qualche documentario, qualche corto e qualche film - realizzati e non.

Si arroga anche il diritto di dire che è un romanziere, dato che proprio in Spagna la casa editrice Click Ediciones (Grupo Planeta) ha pubblicato i suoi quattro romanzi: "¡Matadme!", "Negro spaghetti", "Volvieron cantando" e "Palabras fugaces".

Se poi volete proprio vedere uno che esagera, potrà dirvi che è anche poeta. Ha scritto tante poesie e, tra queste, ne ha scelte alcune per riunirle in un paio di libri, resurrezioni occasionali e la scheggia nel dito.

Raggiungiamo insieme l’estasi della risata mentre vi dice che è anche una specie di “atteggione” che si muove tra il teatro e la performanza, non proprio drammaturgo, neanche un attore, ma uno a cui piace leggere in pubblico, a volte montare cose sceniche come "Nel palazzo", "No me pidas que regrese" e "Drum-a". Il palco o la pedana rialzata di un locale è, per lui, il luogo ideale sul quale dare sfogo al suo impudico esibizionismo e uscire dalla solitudine della pagina in bianco e nero.

Ricomponetevi e recuperate la vostra serietà. Sì, perché se proprio ci tenete a saperlo, ha scoperto che gli piace insegnare. Ma l’ha scoperto tardi, quindi non è riuscito ad entrare nella scuola pubblica. No. Ma insegna italiano a chi non parla italiano e insegna scrittura creativa, poesia e sceneggiatura. Ormai lo fa da qualche anno, anche a distanza, per adulti e giovani. E almeno su questo può dire che i risultati non sono proprio malaccio.

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Cover Photo by Rajesh Rajput on Unsplash